Esposto sull’af(fondazione) Roi. Albanese presidente?

L’ente, ancora presieduto da Zonin, sta per rinnovare il cda: i nomi dei papabili. Una denuncia attacca sul patrimonio distrutto dalla svalutazione BpVi

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Povero marchese Giuseppe Roi: avrebbe mai potuto immaginare che lasciando la Fondazione che porta il suo nome nelle mani di Gianni Zonin e della Banca Popolare di Vicenza, la sua eredità sarebbe sprofondata in un buco gigantesco? La quota di 29 milioni detenuta nella banca ora vale dieci volte di meno, in seguito alla maxi-svalutazione azionaria. Ma a presiederla, a quasi cinque mesi dalle dimissioni da presidente della BpVi, è incredibilmente sempre lui, Zonin il desaparecido (ma indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, e in futuro, a sentire il procuratore vicentino Antonino Cappelleri, forse anche per associazione a delinquere e falso in bilancio). Evidentemente, non ha sentito la necessità di togliere il disturbo.

Ma il cambio sta per arrivare. E alla vigilia dell’assemblea che domani, 5 marzo, voterà per dire sì o no alla svolta epocale della Spa quotata in Borsa, Vvox é in grado di farvi i nomi dei papabili per il rinnovo del vertice. Secondo lo statuto della Fondazione ex articolo 6, su cinque componenti del consiglio d’amministrazione, 3 spettano di diritto alla Popolare di Vicenza. Questi tre sarebbero: Flavio Albanese (presidente del teatro comunale, di recente “trombato” per un posto al vertice di Cariverona) per la presidenza, l’avvocato Lelio Barbieri alla vicepresidenza, e come semplice consigliere Giovanni Sandrini (commercialista in passato nello studio di Gianfranco Simonetto, ch’é presidente della Maltauro, e comparso in una delle puntate della famosa inchiesta del Sole 24 ore a firma di Claudio Gatti su BpVi, come “sindaco supplente di Banca Nuova e amministratore unico di Amministrazione Aziende Agricole Srl, società di Silvana Zuffelato, moglie di Zonin”). Un posto va invece al direttore del Museo di Palazzo Chiericati (attualmente, il professor Giovanni Villa). Costoro, poi, devono cooptarne un quinto, e hanno la facoltà di nominarne altri due, per un massimo di sette consiglieri.

Ma a riguardo c’é una seconda notizia. Un nutrito gruppo di persone note a Vicenza (da Barbara Ceschi nipote del marchese al professor Giuliano Menato, dalla docente di urbanistica Francesca Leder all’ex assessore Gianni Giglioli, da Ubaldo Alifuoco ad Adriano Verlato, dall’ex presidente della Bertoliana, Mario Giulianati, all’ex presidente della Fiera berica, Dino Menarin, dal politologo Luca Romano alla professoressa Zeila Biondi; mittente di riferimento: l’associazione Vicenza Riformista, presso Italo Francesco Baldo) il 4 marzo ha inviato un esposto per denunciare se «le volontà del fondatore sono state rispettate e se la mission originale possa continuare ad essere perseguita senza pregiudizi per il patrimonio e senza inquinamenti derivanti dalle problematiche che coinvolgono la Banca Popolare di Vicenza». Destinatari: il governatore leghista Luca Zaia, il prefetto di Vicenza, Mario Soldà, il sindaco Achille Variati (Pd), il Procuratore della Repubblica, Cappelleri, il presidente della banca, Stefano Dolcetta, e l’amministratore delegato, Francesco Iorio.

La situazione attuale – scrivono – desta allarme: «i vertici della Banca si sono totalmente impossessati del Consiglio della Fondazione: presidente e vicepresidente di quest’ultimo sono gli stessi del Cda bancario (Gianni Zonin e Marino Breganze). A parte il direttore pro-tempore del Museo, anche gli altri membri sono persone, direttamente o indirettamente, della Popolare (Annalisa Lombardo, Sergio Porena). Di fatto, vi è una commistione tra soggetti che hanno finalità totalmente differenti, e certo non è stata una scelta di buon gusto (al di là della correttezza giuridica) che i vertici della Banca si autonominassero nella Fondazione culturale bisognosa di esperienze professionali assai diverse da quelle bancarie». Nell’esposto si sostiene che se l’istituto bancario ha diritto alla nomina di tre consiglieri su cinque, «ciò non vuol dire affatto che tale consiglio debba essere costituito da personale della Banca in questione», augurandosi che i nuovi siano persone «competenti in materia di cultura e musei, ed affidabili per l’aspetto di gestione del patrimonio».

E infatti la preoccupazione maggiori é concentrata sull’aspetto patrimoniale: «siamo dell’avviso che si ponga oggi il problema di verificare lo stato del patrimonio della Fondazione e la composizione degli investimenti operati in questi anni (…) I documenti probanti (bilanci, relazioni al bilancio, verbali riunioni del Consiglio e del Collegio dei revisori dei conti, inventario beni,  ecc.) non sono pubblicamente disponibili. Urge quindi che la Fondazione li metta a disposizione dei soggetti interessati, in primis del Comune di Vicenza e della Regione Veneto. Essendo documenti soggetti alla “pubblicità”, vale a dire al controllo pubblico, è necessario che si possano esaminare e formulare gli interrogativi che consentano di capire l’eventuale entità dei danni patrimoniali conseguenti alle note problematiche della Popolare vicentina». Con la cultura si mangia, recita uno slogan in voga anche a Vicenza. La denuncia di cui sopra, invece, accusa che la cultura é stata mangiata. E con essa il nome della Fondazione che porta il nome di Roi.

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  • adriano verlato

    Vorrei solo segnalare che l’Associazione ‘ Vicenza Riformista’ ,di cui sono presidente pro tempore, non ha sede presso Italo Francesco Baldo, ma presso il mio studio in contrà sa Faustino. grazie

  • zenocarino

    Viene da pensare che forse era il caso di vendere le “azioni ROI” -per tempo- come hanno fatto tanti “illustri signori”, di cui oggi si conoscono i nomi, prima del crollo?
    Chi poteva farlo e non l’ha fatto?