Pfas, disastro ambientale da 1 miliardo

Vademecum sull’inquinamento dell’acqua: tutto quello che c’é da sapere sull’emergenza che ha fatto parlare di “terra dei fuochi” alla veneta

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Dopo la manifestazione dell’8 maggio di un migliaio di dimostranti in bicicletta tra Montecchio e Trissino nel Vicentino, la tensione sul maxi-inquinamento da Pfas, i temibili derivati del fluoro, torna a scaldare gli animi. Mentre la fabbrica sotto accusa, la trissinese Miteni, assicura sulla correttezza del suo operato, comitati e associazioni infoltiscono il carnet delle richieste alle istituzioni e alla politica. Vediamo di fare il punto della situazione che il prefetto di Vicenza, Eugenio Soldà, così riassumeva alla commissione parlamentare Ecomafie il 27 ottobre 2014: «Abbiamo avuto in questo territorio una contaminazione di acque e di sostanze Pfas… Oltre ai corsi d’acqua superficiali e alla falda sotterranea, quest’illecito ha interessato anche l’acqua di uso potabile».

CHE COSA SONO I PFAS
I Pfas sono una eterogenea famiglia di derivati del fluoro utilizzati nei campi più svariati: dalla impermeabilizzazione dei tessuti e delle pelli alle vernici passando per le stoviglie fino ai composti anti-incendio. Si dividono in sostanze con molecole lunghe e molecole corte: le prime vengono accusate di avere un’elevata pericolosità, ovvero di incidere nel sistema ghiandolare. Sulle seconde la comunità scientifica é divisa. Si tratta di produzioni presenti in parecchie zone del globo: i riflettori sono puntati anzitutto sulle multinazionali che li producono, come Du Pont e 3M, ma anche sulle aziende che le lavorano.

La nocività è classificata in modo diverso da nazione a nazione, eppure sono finite negli alimenti e nel sangue umano convogliate dal ciclo dell’acqua legato ai processi produttivi, tipicamente quelli di lavorazione e di scarto. In sintesi, sono interferenti endocrini e provocherebbero ipercolesterolemia, coliti ulcerose, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene. Nel Veneto il caso è deflagrato quando nel 2013 alla Regione sono stati trasmessi i risultati di un primo studio ambientale realizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (noto come Cnr) e dall’Arpav.

ORIGINI E RAGGIO DEL PROBLEMA
Sul piano numerico i dati in mano proprio all’Arpav parlano di un bacino di potenziale contaminazione nell’ordine dei 350-400mila abitanti lungo l’asta fluviale che va dall’Agno-Guà sino al Fratta Gorzone. È la fascia del Veneto centrale che nell’Ovest Vicentino è connotata da una forte presenza di attività agricole e industriali, mentre nella Bassa Padovana e Bassa Veronese si tratta soprattutto delle prime. Lo stesso vale per alcune zone del Rodigino e del Veneziano dove si è ugualmente cominciato a riscontrare, in alcuni ambiti limitati almeno per ora, una presenza di Pfas.

Sul piano storico bisogna tornare indietro di almeno trent’anni. la Miteni nasce a Trissino con un altro nome, ovvero Rimar, che sta per Ricerche Marzotto. La fabbrica vede la luce per supportare lo sviluppo nel ramo chimico del gruppo tessile. Già alla fine degli anni ’70 viene messa sulla graticola per un grave caso di inquinamento ambientale da Trifluoralin. Gli anni ’60 e ’70 segnano l’epopea della chimica italiana, ma di converso la normativa ambientale è praticamente inesistente. I derivati del fluoro in qualche modo riferibili alla famiglia dei Pfas cominciano ad essere prodotti su amplissima scala negli Usa proprio a partire dagli anni ’60. In prima fila c’è l’americana 3M, seguita dalla sorella statunitense Du Pont. E come avviene spesso in ambito industriale la tossicità di un prodotto viene sancita molto dopo la sua commercializzazione. Nel 2001 una gigantesca class action neli Usa investe la Du Pont che, temendo una pena pecuniaria colossale, è costretta a transare e a finanziare uno studio indipendente che diverrà una delle bibbie in materia.

Tornando alla Miteni, non è sempre stata dei Marzotto. Nel 1988 infatti la società passa in mano ad una joint venture nipponico-italica tra Mitsubishi ed Eni, con il colosso statale che detiene la maggioranza del 51%. Nel ’96 la proprietà passa tutta ai giapponesi che a loro volta la cedono alla tedesca Weylchem. La quale fa parte di Icig, una holding industriale germanica, ma con base finanziaria (e anonima) nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Motivo per cui i veri controllori di Miteni, il cui stabilimento trissinese è soggetto a direttiva Seveso, non si conoscono. Il che, in caso di rovesci legali, ecologici o finanziari, renderebbe ben più complicato l’accertamento della catena delle responsabilità personali. La Miteni ha cessato nel 2011 la produzione di Pfas a catena lunga (i più pericolosi, utilizzati anche da molte concerie della zona) ma già dal 2007 li trattava come rifiuto industriale. Oggi a Trissino si producono quelli a catena corta, meno persistenti nell’organismo e nell’ambiente. Questo almeno è quanto sostiene l’impresa. È dalla metà degli anni Duemila che l’Unione europea sollecita gli stati membri ad approfondire la problematica. In Italia se ne occupa il Cnr che tra il 2009 e il 2013 lavora nel Veneto a stretto contatto con Arpav. Il lavoro è frenetico perché gli enti pubblici italiani non sono nemmeno dotati delle attrezzature idonee a cercare questi composti.

FILTRI E BIOMONITORAGGIO
In diversi Comuni veneti interessati dal problema gli enti locali, la Regione e i gestori pubblici sono intervenuti installando filtri a carbone attivo (nella foto risalente al luglio 2015 da acqualiberadaipfas.blogspot.it, dei filtri di carbone presso l’impianto di filtrazione di Madonna di Lonigo). Lo scopo é limitare queste presenze entro soglie di tollerabilità indicate dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Non si tratta però di soglie stabilite dalla legge (quella italiana non pone limiti in tema di acque potabili). Tanto che le contestazioni di queste soglie nonché la inefficacia dei stessi filtri sono denunciate da più parti. Addirittura i valori delle soglie di tollerabilità (il termine tecnico è soglia di performance) sono stati impugnati davanti alla magistratura amministrativa. La discussione rimane accesa. Perché mentre, per esempio negli Usa, le soglie vengono abbassate, con limiti più stringenti, in Italia accade il contrario.

Per biomonitoraggio si intende, nel caso veneto, uno studio approfondito sulla presenza dei Pfas nel sangue degli esseri umani, a partire dai residenti potenzialmente più esposti. Un primo biomonitoraggio, duramente criticato per la esiguità del campione e per le modalità dell’approccio sul piano statistico e scientifico, ha comunque riscontrato la contaminazione di 60mila veneti.

CONTAMINAZIONE: ACQUA O ANCHE CIBO?
Sui media veneti non sono mancate le prese di posizione della Regione che, citando l’Iss, afferma che la contaminazione sarebbe avvenuta solo attraverso l’acqua. l dottor Vincenzo Cordiano, responsabile di Isde-Medici per l’ambiente di Vicenza, a più riprese ha sostenuto per converso che il biomonitoraggio della catena alimentare «ha invece dimostrato una contaminazione di almeno il 15% dei campioni analizzati». Di più, in relazione ad una categoria precisa tra i Pfas, ovvero i Pfos, sempre Cordiano argomenta che «le concentrazioni nel pesce analizzato, sono tali da causare il superamento della dose massima tollerabile giornaliera per più giorni». Pertanto il medico rimarca che «gli alimenti contaminati possono contribuire all’aumento dei pfas nel sangue, soprattutto in alcune categorie di persone». Fino ad oggi la giunta Zaia non ha diramato la documentazione ufficiale in base alla quale escludere la contaminazione da pfas attraverso il cibo.

LA CONCIA
Nel frattempo la Miteni,  in concomitanza con l’arrivo del nuovo amministratore delegato Antonio Nardone, ha reagito contrattaccando, chiamando in causa anche il comparto tessile e soprattutto in quello conciario come possibili vettori di inquinamento da Pfas. Di contro la concia è stata difesa a spada tratta dall’ex sindaco di Arzignano Stefano Fracasso, attualmente consigliere regionale del Pd. «È inaccettabile – ha dichiarato sulle colonne del Giornale di Vicenza – che la Miteni giochi allo scaricabarile dicendo che non immette più Pfas nel sistema di depurazione. I dati sulla contaminazione mostrano che l’avvelenamento ha riguardato le acque di falda. I sistemi depurativi dell’Ovest vicentino hanno il loro scarico oltre venti chilometri a ovest dalla zona di massima concentrazione dei Pfas. È chiaro che la concia, o meglio l’industria della lavorazione della pelle, possa avere avuto un ruolo. Il motivo è semplice: l’impermeabilizzazione del pellame assieme ai trattamenti antimacchia sono uno campi di utilizzo massivo dei Pfas.

IL TUBONE
Diverso è il tema della pressione ambientale posta dalle concerie sull’asta del Fratta Gorzone. I poli del distretto della pelle non scaricano i loro reflui nei corsi d’acqua locali, che non reggerebbero una tale concentrazione di svariate sostanze inquinanti, portate più a valle grazie al “turbo consortile”. Il cosiddetto tubone è una lunga condotta sotterranea che raccoglie i reflui del comprensorio industriale Agno Chiampo (Arzignano, Trissino, Montebello, Montorso e Gambellara). Al posto di essere immessi nei torrenti Agno o Chiampo vengono convogliati attraverso questo grande tubo fino a Cologna Veneta, dove finiscono alla confluenza del Fratta Gorzone con il canale Leb. Gli abitanti della Bassa Veronese da anni contestano questa pratica che scarica sul loro hinterland concentrazioni di inquinante così alte che non potrebbero essere sopportate dalla falda e dal regime dei fiumi. Si tratta di un carico ambientale pesantissimo (non ci sono solo i pfas) che per anni ha minato il sistema del Fratta Gorzone rendendolo uno dei corsi d’acqua più inquinati d’Italia.

Questo escamotage, che si aggiunge ad alcune pesanti deroghe sui reflui conciari concesse in passato dalla Regione, è sempre stato difeso dal comparto pelli che altrimenti, senza questa diluizione (su cui è intervenuta anche la magistratura con alterne fortune vista la lunghezza dei processi), avrebbe patito una serie di stop alle lavorazioni. Eventi che di tanto in tanto occupano pure le cronache locali. Ne deriva che il caso Pfas rischia di obbligare gli enti a scoperchiare l’intero vaso di pandora dell’inquinamento nel comprensorio. Che potrebbe avere a che fare anche con la presenza di diossina nell’ambiente: Vvox.it l’aveva rintracciata nei verbali della commissione ad hoc. Non a caso i comitati puntano gli occhi pure su diverse aziende chimiche nonché farmaceutiche del circondario.

Il sottosegretario Barbara Degani propone di rivisitare l’accordo di programma che nel 2005 venne messo a punto per cercare di sistemare gli effetti deleteri della concia sul bacino del Fratta Gorzone: così riporta il GdV di oggi 10 maggio. La questione è centrale: pensare di risanare il Fratta senza agire in profondità sui sistemi produttivi rischia di avere un effetto paradossale. Ovvero quello di dare all’ambiente una ripulita solo temporanea e superficiale senza eliminare le cause intrinseche del danno ecologico. Il piano del 2005, noto agli specialisti col nome di Apq2, che per altro conteneva deroghe persino più permissive verso le concerie, è rimasto per molte parti lettera morta.

I LIMITI DI LEGGE
I comitati vogliono i limiti di tollerabilità dei pfas prossimi allo zero a fronte di una norma (che vale per l’acqua potabile, non per alimenti e acque di superficie) non dà alcuna disposizione in tal senso. L’ex presidente della provincia di Padova Barbara Degani, oggi sottosegretario all’ambiente, ha accusato il governatore leghista Luca Zaia di inerzia per non aver pensato a modificare la legge in tempo abbassando l’asticella di tolleranza. Zaia ha risposto girando la responsabilità sul parlamento nazionale, su Roma. Chi ha ragione? Hanno entrambi ragione ed entrambi torto. Il governo avrebbe potuto decretare d’urgenza, e il parlamento discutere se ne avesse avuto l’interesse. È altrettanto vero che la Regione Veneto avrebbe potuto sua sponte fissare limiti più stringenti perché è la riforma del titolo V della Costituzione che le garantisce questa facoltà in materia ambientale. Se fosse varata una legge nazionale in tema di Pfas (che a Roma si dice in qualche modo stoppata da anni per le pressioni di diverse lobby), la disciplina veneta, ove esistente, decadrebbe in quei punti non aderenti alle norme nazionali, causa gerarchia dell’ordinamento legislativo.

BONIFICA?
Gli interventi strutturali hanno un nome preciso: bonifica. L’Ovest Vicentino nel suo complesso tra tessile dismesso, concia e chimica costituisce un polo con miliardi di fatturato e centinaia di imprese attive. Occorre valutare se esistono i presupposti per una profonda riqualificazione, ristrutturazione o riconversione delle attività industriali. In questo senso sono pochi nel Paese ad avere identificato una prospettiva di cambio strutturale del meccanismo industriale, che comporta anche un cambio di paradigma economico e culturale. Su questo versante, almeno nel Veneto, c’è per esempio il professor Gianni Tamino che da anni è alfiere di un rinnovo radicale dei processi produttivi che da lineari dovrebbero diventare ciclici e autosostenibili. Ma si tratta di un indirizzo che pur dibattuto nella comunità scientifica ha ancora trovato poco spazio nel dibattito pubblico.

COLPIRE I RESPONSABILI
Sul piano della responsabilità, i fattori sono molteplici. C’é quella giuridica, cioé penale e civile. In un servizio del 3 maggio sul Corriere del Veneto, il procuratore berico Antonino Cappelleri rammenta che per alcune ipotesi di reato incombe il rischio prescrizione. Cosa che invece non avviene in altri ambiti, come le ipotesi di avvelenamento delle acque potabili e dei cibi, menzionate dall’articolo 439 del codice penale (che arriva a prevedere anche l’ergastolo); o quelle degli ipotetici “reati satellite o spia” che possono essere commessi dai privati o magari da soggetti pubblici delegati al controllo (omissioni varie, ispezioni carenti, contravvenzioni ai doveri d’ufficio, falsità della documentazione fornita, corruzione, concussione, abusi in atti d’ufficio, omissione di rapporto).

Nel civile, si deve registrare il botta e risposta tra la Miteni, che sostiene la non nocività dei pfas finiti nel sangue dei suoi dipendenti, e i contestatori. Che citano un eclatante studio dell’Enea, reso noto pochi giorni fa a Roma, che parla già di «boom di decessi», facendo discutere a livello nazionale. Zaia, dal canto suo, per mettere le mani avanti, ha chiesto al governo Renzi 100 milioni di euro una tantum per le opere relative alle infrastrutture idropotabili e altri 100 all’anno per la sorveglianza sanitaria. Proiettando il dato su un decennio si arriva alla cifra di 1 miliardo. Come è possibile parlare già di cifre quando non è stato nemmeno ipotizzata una linea di intervento?

Beninteso, colpe e responsabilità sul piano giudiziario sono una cosa. Colpe e responsabilità sul piano politico, etico e civico sono un’altra. Quel che importa è che almeno si ponga chiaro il problema che qualcuno, il conto, dovrà pagarlo. Per dovere di giustizia verso chi potrebbe ammalarsi, subendo letteralmente sulla propria pelle i guasti di un Veneto anti-ecologico.

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