Quando e perché le banche controllano i giornali

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Gli inglesi la chiamano regulatory capture, la “cattura del regolatore”: il fenomeno – studiato dagli economisti – delle authority di controllo che finiscono per fare gli interessi dei controllati. «Ce n’è però un altro, ugualmente preoccupante, che io chiamo la “cattura dei media”, di cui però non si interessa nessuno, ed è un grave errore perché ha un rilievo enorme». Luigi Zingales è un economista di fama: ex cda di Eni e Telecom, insegna a Chicago ma è anche editorialista per il Sole 24 Ore e L’Espresso. Per valutare l’entità del problema ha realizzato un piccolo studio. Premessa: «Alcuni studiosi, come Noam Chomsky – spiega – vedono i media come meri strumenti di propaganda degli interessi economici. Gli economisti, come strutture competitive, soggette alle sole logiche del mercato». Chi ha ragione? Per scoprirlo ha analizzato la copertura data dai principali giornali italiani e stranieri a due grandi avvenimenti finanziari, la riforma delle banche popolari, e la recente nascita del fondo salva istituti Atlante. Ha classificato in positivi, negativi e neutri tutti gli articoli apparsi nei primi 10 dieci giorni e poi ha collegato il giudizio medio di ogni quotidiano al suo livello di indebitamento.

Il risultato è stato pubblicato su promarket.org, il blog dello Stigler Center della Chicago Booth School of Business (da lui diretto). Cosa è emerso? Che i giornali più legati agli istituti sono quelli che sono stati più critici sulla riforma delle popolari (sgradita alle banche) e i più entusiasti su Atlante (gradito alle banche). «Pure quelli non molto indebitati hanno motivi per essere influenzati dagli interessi delle banche –si legge –. Per esempio, Il Messaggero e Il Mattino sono di Caltagirone, un industriale che ha una quota in Unicredit (la più beneficiata da Atlante, ndr). L’Editoriale L’Espresso è controllata da De Benedetti che, durante il periodo considerato, ha negoziato con le banche per Sorgenia, una sua controllata. Il solo giornale che non è molto indebitato o dipendente dalle banche per altre ragioni è Il Fatto Quotidiano». I giornali internazionali hanno invece fatto il contrario, lodando la riforma e criticando Atlante. Ha ragione Chomsky allora? «I dati sono ancora troppo scarsi per un giudizio definitivo – spiega Zingales – ma certo emerge che più i quotidiani sono indebitati, più concordano con le banche. Così la competizione non sembra aver funzionato bene perché non c’è diversità di interessi. Nessun giornale aveva un interesse anti-banche. Questo non giova al dibattito democratico».

A colpire Zingales è stata la totale distonia con la stampa estera. «Questo non si spiega solo col fatto che spesso i giornalisti non sono troppo esperti e si appoggiano ai giudizi delle fonti (legate alle parti in causa), ma anche dal fatto che i direttori selezionano i pareri da pubblicare sotto pressioni implicite o esplicite degli istituti». Un esempio è il Corriere della Sera, tra i più indebitati: due suoi assidui commentatori hanno scritto giudizi negativi su Atlante sulla stampa estera, ma non sul loro giornale. «Un modo per veicolare uno spin pro-banca. Va detto – continua Zingales – che tutto il mondo è Paese. In molti potrebbero obiettare che i grandi giornali finanziari sono in mano alle merchant bank anglo-sassoni». Non si tratta, quindi, di un problema solo italiano. «Assolutamente – spiega – quando il presidente di Telefonica, Cesar Alierta, venne assolto dall’accusa di insider trading perché il reato che aveva commesso era caduto in prescrizione, il Financial Times scrisse solo che era stato assolto, il Wall Street Journal che era stato condannato. Era evidente che ognuno rispondeva a diverse influenze». Perché concentrarsi sull’Italia allora? «Perché da noi i giornali sono particolarmente deboli e molto indebitati, e questo li rende più vulnerabili».

«Un caso che grida vendetta – spiega – è il ruolo delle assicurazioni nel fondo Atlante: non hanno investito soldi loro, ma degli assicurati, perché il controllore Ivass (che fa capo a Bankitalia) ha creato una norma che gli permette di mettere nei fondi Vita gli investimenti in Atlante. Se fossi un assicurato italiano, sarei infuriato. Ma sui giornali non ce n’è traccia. Solo io ne ho parlato sul Sole». Le banche, insomma, influenzano non poco i giornali. Più difficile, però, dimostrare il condizionamento diretto dei redattori. «Chiamate i direttori e chiedetegli quante chiamate e pressioni subiscono ogni giorno: se non rispondono, hanno di sicuro qualcosa da nascondere». L’antidoto, per il docente di Chicago è semplice: bisogna parlarne. «Il mio è solo il primo passo – spiega –. Più se ne discute, meno le pressioni avranno successo. Per ora, i giornali hanno ignorato la ricerca (tranne il servizio Insider del Fatto, ndr). È un errore, perché in Italia ci sono giornalisti molto bravi, che soffrono a non poter dire quello che vogliono fino in fondo. La verità, come ha spiegato l’ex direttore del Guardian Alan Rusbridger in un’intervista supromaket.org è che “ai media non piace parlare dei propri difetti”. Ma se il problema non esiste, perché non parlarne?». Se invece, come lo studio dimostra, esiste? «Allora è il caso che si muova anche l’Antitrust».

Carlo di Foggia
Giornali indebitati e deboli: così le banche li condizionano
Il Fatto Quotidiano
17 maggio 2016

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