Caso Pfas, la Miteni: «c’é anche la concia»

L’amministratore delegato Nardone ribadisce la bontà dell’operato dell’azienda: «parametri sempre rispettati»

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Se a Palazzo Balbi, sede della giunta regionale veneta guidata dal leghista Luca Zaia, qualche assessore aveva sperato ad un affievolirsi del caso Pfas (la contaminazione da derivati del fluoro che interessa tutto il Veneto centrale e occidentale), il responso è negativo. Il dibattito è sempre più rovente. La stampa nazionale ha acceso ormai i riflettori in modo permanente. Lo stesso vale per i media economici. In consiglio regionale sia le opposizioni di centrosinistra sia il M5S alzano il tono dello scontro. La deputata padovana Silvia Benedetti ha attaccato quelle che ritiene le inerzie della magistratura. Anche sul fronte più strettamente tecnico le agenzie regionali, a partire da Arpav, distillano dubbi sulla Miteni, l’industria chimica di Trissino nel Vicentino messa nel mirino dalla stessa Arpav. La ditta affonda le sue radici nella storia industriale della valle dell’Agno tanto che dagli anni ’60 ha fatto registrare una mezza dozzina di passaggi di proprietà, motivo per cui responsabilità ed addebiti vanno identificati in modo preciso nel novero di una stratificazione ben sedimentata.

Dal canto suo però la società guidata dall’amministratore delegato Antonio Nardone (in foto) respinge ogni accusa, dicendosi pronta per bocca di quest’ultima «a valutare nelle sedi più opportune l’operato di chi accusa lo stabilimento di avere sversato alcunché visto e considerato che noi siamo rispettosi delle leggi». L’azienda (che oggi fa capo ad una multinazionale tedesca, la Weylchem, a sua volta controllata da Icig, una holding con base finanziaria in Lussemburgo) da settimane ha avviato una campagna in cui senza risparmiarsi fornisce il proprio punto di vista.

Secondo gli esiti di una riunione del 4 aprile 2016 (ne parla Vvox.it di domenica) organizzata presso gli uffici di Arpav Vicenza, sono emerse diverse criticità in relazione alla barriera idraulica adoperata sino a ora da Miteni. Su che cosa sia nel dettaglio tale accorgimento, Nardone a Vvox spiega che «il sistema di barriera idraulica si può semplificare con il concetto di una batteria di pozzi a pareti permeanti che vengono scavati fino a raggiungere gli strati profondi impermeabili sotto la falda in modo da catturare tutta l’acqua della fascia di falda che arriva da monte».

Poi un’altra puntualizzazione: «La difficoltà sta nella forte variabilità della quantità d’acqua. Se si usa una pompa grande quando vi sono flussi bassi non si riesce a catturare tutta l’acqua per le difficoltà ad innescare il prelievo. Mentre se si usa una pompa piccola in condizioni di alto flusso questa non riesce a trasportare tutta l’acqua che arriva e ne sfugge una parte. La principale criticità emersa nella riunione riguardava una sporadica situazione di repentina alta piovosità e conseguente innalzamento improvviso del livello della falda di circa dieci metri in poche ore. Questo ha reso necessario sostituire le pompe piccole con pompe grandi e la necessaria manualità legata all’operazione non ha permesso una continua cattura dell’acqua di falda. Pur trattandosi di eventi sporadici si è proposto di allargare i pozzi e inserire al fondo un sistema con più pompe in funzione, di diversa dimensione e capacità di attivazione in modo da intercettare l’acqua qualunque sia il livello di falda».

Di recente la Miteni ha presentato un piano di messa in sicurezza (che non equivale ad una bonifica), proposto alle autorità competenti. L’amministratore delegato ci parla dei punti di forza del progetto: «L’esperienza accumulata in questi anni ci consente di proporre soluzioni che per ingegneria e tecnologia rappresentano lo stato dell’arte per un intervento di questo tipo. La gestione delle variazioni di falda è ora ben conosciuta, i sistemi utilizzati e quelli proposti sono molto efficienti e non riteniamo ci siano elementi di preoccupazione».

Come si conciliano queste convinzioni con il timore di chi sostiene che i filtri a carbone attivo usati per trattare l’acqua, per esempio dai gestori del servizio idrico ai fini potabili, non siano in grado di trattenere i cosiddetti C4, cioè i Pfas con catena molecolare corta di nuova generazione che la Miteni ancora produce? E come considera l’azienda le raccomandazioni di chi sostiene che Miteni dovrebbe contribuire in tutto o in parte al pagamento di questi dispositivi? Nardone non ha dubbi: «Noi abbiamo ampia esperienza nell’utilizzo dei filtri a carbone e possiamo affermare con certezza che sono assolutamente in grado di trattenere anche i C4. Miteni ha già pagato gli oneri di bonifica al gestore della depurazione, rispettando sempre rigorosamente i parametri che le sono stati imposti».

Secondo gli ambientalisti i monitoraggi sulla popolazione dovrebbero essere addebitati a Miteni poiché l’inquinamento da Pfas, secondo l’Arpav, è ascrivibile alla fabbrica trissinese. Nardone ribadisce un convincimento espresso da parecchie settimane: «Come noto sono centinaia le aziende che utilizzano queste sostanze e la diffusione, in modo del tutto evidente, è ben più ampia di quella che si vuole ricondurre allo stabilimento Miteni. Noi abbiamo scarichi controllati in modo rigoroso, rispettiamo tutti i parametri tanto che li stiamo pubblicando online. Semplificare il problema identificando un responsabile, peraltro l’unico sotto stretto controllo, è un modo facile che non porta però alcuna soluzione. Sono d’accordo con quanti stanno proponendo un monitoraggio degli scarichi di tutte le industrie del territorio». Un territorio che vede la conceria tra gli ambiti più presenti.

Il segretario generale della sanità veneta Domenico Mantoan in un recente convegno con Legambiente e sindacati ha fatto una apertura di credito al mondo conciario spiegando che sul piano ambientale quel comparto negli anni ha compiuto passi notevoli. Si é poi posto la questione dell’azionariato di Miteni, dando a intendere che mentre la proprietà delle concerie è nota, lo stesso non si possa dire di Miteni. «Non sta a me indicare dei responsabili – sottolinea Nardone – noi conosciamo come vengono usate queste molecole, chi le utilizza. Le concerie le utilizzano, così come l’industria della cromatura e ampi settori dell’abbigliamento. I Pfoa che noi non produciamo più da anni vengono importati dall’estero e utilizzati ancora oggi. Sono centinaia le aziende che scaricano nello stesso tubo in cui scarica Miteni e molte utilizzano Pfas. Mi risulta che l’unica azienda che si sa con precisione cosa scarichi sia la nostra. Appare evidente proprio dalle rilevazioni Arpav che le concentrazioni elevate si trovano in coincidenza degli scarichi del tubo consortile e non in prossimità della Miteni. Se fosse lo stabilimento a inquinare la concentrazione sarebbe elevata a Trissino per poi diminuire allontanandosi. Non è così. Questi sono dati oggettivi. Per quanto riguarda poi la proprietà dell’azienda – precisa l’ad, che non fa i nomi dei reali proprietari – le informazioni sono pubbliche e contenute anche sul nostro sito internet».

Ma che cosa sarebbe accaduto se la Regione Veneto avesse imposto agli scarichi della Miteni gli stessi limiti, i più restrittivi per intendersi, previsti per lo scarico industriale, vale a dire quello che finisce nel depuratore di Trissino? In questo caso l’amministratore delegato adotta un profilo più sfumato: «i limiti per gli scarichi industriali sono stabiliti proprio dal gestore del depuratore che li impone a Miteni, che li deve rispettare rigorosamente e li ha rispettati rigorosamente».

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  • Nano

    Troppo poca di “concia”!
    Ve ne sarebbe un gran bisogno!!!!!

  • Lorenzo

    viva la “concia” !!! 🙂

  • Paolo Maria Ciriani

    non capisco casa possa servire sapere chi sono i proprietari: questa è una SPA e ne risponde il presidente e tutto il consiglio di amministrazione.