Trevisan, l’autobiografia del Nordest

“Works”, spietato ritratto della fenomenologia industriale veneta. Firmato da un borderline che sa essere anche un uomo dolce

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Quando il nome di Vitaliano Trevisan cominciò ad apparire sui giornali, negli anni a cavallo del passaggio del secolo, gli scarni dati biografici inoltrati alle redazioni parlavano di un personaggio arrivato relativamente tardi alla scrittura, un “irregolare” con alle spalle svariati mestieri, fra i quali si citavano il lattoniere e il portiere notturno in un albergo. Aveva fatto ben altro. Il quadro completo e dettagliato si trova nel suo nuovo e fluviale libro, “Works” (Einaudi Stile Libero Big, 656 pagine, € 22,00), puntiglioso “memoir” con aspetti da vera e propria autobiografia. Ne è documento fondamentale il libretto di lavoro dell’autore, n. 2675 d’iscrizione, inaugurato nel lontano giugno del 1976. Fu allora che ebbe – neanche sedicenne – la prima esperienza lavorativa in una fabbrichetta vicino a casa, dove si stampavano lamiere per gabbie per uccelli. Ve lo mandò suo padre, poliziotto in servizio alla questura vicentina, durante le vacanze scolastiche estive, a guadagnarsi il necessario per comperare una bicicletta nuova. La scelta era pragmatica, perché di soldi in casa ce n’erano pochi, ma anche e soprattutto educativa.

Da allora e per più di 25 anni, Vitaliano Trevisan ha lavorato “sotto padrone”. Un percorso tutt’altro che lineare, spesso anzi inquieto e errabondo, ma che gli ha permesso di costruire una vera e propria “antropologia del lavoro” secondo cui racconta l’ultimo quarto del Novecento a Nordest. Oltre che lattoniere e portiere di notte è stato muratore, manovale, magazziniere, stradino, giardiniere, gelataio ma anche impiegato agli acquisti o alle vendite, disegnatore in studi professionali (il diploma di geometra l’ha preso), addetto alla ideazione di mobili o di cucine componibili, come pure lavoratore in mobilità. E il libro è quindi frutto di una conoscenza di prima mano della mentalità e dei comportamenti che hanno permesso prima la costruzione del “miracolo-Nordest” e quindi hanno accompagnato il suo inesorabile disfacimento, di cui del resto Trevisan è fra i più coinvolgenti testimoni letterari. Ma è anche una spietata “fotografia” di padroni e dipendenti nella periferia diffusa nordestina, con i loro tic, le loro manie, le loro miserie sociali e le loro vere e proprie psicosi.

In continua sovrapposizione con il racconto del lavoro, multiforme “religione” che condiziona l’esistenza a Vicenza e dintorni, c’è la linea più specificamente autobiografica, difficile dire quanto “romanzesca”. Nelle parole di Trevisan, molta droga e molto spaccio durante la sua giovinezza, prima di arrivare alla consapevolezza che il suo destino è la scrittura – forse, la migliore auto-terapia anche per la depressione, il disturbo bi-polare, le crisi ricorrenti. Le frequenti crisi personali sono riflesse nella frequenza con cui Trevisan ha cambiato impiego, entrando e uscendo continuamente da un mondo insieme formativo, creativo e distruttivo; un mondo sempre borderline rispetto alla legalità fiscale e previdenziale (in regola e in nero, un continuo alternarsi) e ai diritti di chi lavora.

Per il lettore vicentino che non sia un “millennial”, poi, c’è il divertimento di capire o indovinare quali siano le aziende, chi siano i personaggi protagonisti del libro: individuabili ancorché mai citati per nome e cognome, realtà conosciute degli anni ’70, ’80 e ’90. Studi di architetti e di geometri in città, l’azienda plastica nell’Area berica, quella di cucine in zona industriale, quella di mobili a Thiene, quella di negozi in franchising a Grisignano… Una mappa di successi e fallimenti alla vicentina, una sorta di “fenomenologia industriale” che si può riassumere citando una delle tante note di cui il libro è costellato (sono il luogo dell’ironia e dell’auto-ironia, come pure delle traduzioni dal dialetto, bestemmie incluse): «Ogni padrone, se non è figlio unico, sembra avere un fratello scemo […] e se non è scemo è perlomeno un fratello minore – non necessariamente di età – in molti sensi…».

Con stile solo apparentemente oggettivo, con la densità psicologica a cui ha abituato i suoi lettori, Trevisan tiene perfettamente in sesto l’arco lungo della narrazione con una mutevolezza di registri che corrisponde a quella delle sue sensazioni e dei suoi ricordi. Rispetto all’asprezza tipicamente alla Thomas Bernhard (o alla Samuel Beckett: i suoi amati punti di riferimento letterario), qui egli concede talvolta anche un’inusitata e a tratti sorprendente “morbidezza”. Avviene quando parla del padre, ad esempio, o di un grande e vero amico architetto. O del famoso progettista presso cui ha delineato il “segmento più lungo” (così il titolo del relativo capitolo) della sua vita lavorativa, quasi cinque anni peraltro passati a tentare invano di farsi mettere in regola. Chi è? La descrizione non lascia molti dubbi, il ritratto sembra proprio quello di Flavio Albanese, nel libro sempre chiamato “Lui”. Trevisan lo racconta quasi con dolcezza, si spinge a dire di dovergli molto: promosso a pieni voti, caso più unico che raro per uno scrittore che non ha l’abitudine di fare sconti a nessuno.

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