Pfas, il codicillo annacqua-sanzioni

Nell’ultimo bollettino della Regione Veneto il decreto del settore tutela ambientale spuntano due righe in possibile conflitto con le norme nazionali

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Un codicillo di tre righe contenuto in un decreto dirigenziale della Regione Veneto, emanato a ridosso di Ferragosto, rischia di mandare a ramengo l’intero sistema dei controlli sulla immissione di Pfas nel collettore che serve il polo chimico-conciario Agno Chiampo. Un collettore di reflui, che «sbocca» a Cologna Veneta nel Veronese, meglio conosciuto come “tubone Arica”.

IL PREAMBOLO
Un punto di svolta importante rispetto ad una vicenda, quella dei derivati del fluoro prodotti dalla trissinese Miteni e abbondantemente adoperati dalla industria conciaria, porta la data del 20 luglio, quando con un inaspettato decreto del ministero dell’Ambiente (protocollo 0013824 del 20/07/2016) vengono stabilite soglie di tolleranza per le acque superficiali degli scarti di lavorazione contenenti Pfas, ben più stringenti di quelle adottate precedentemente. Nei palazzi romani gira insistentemente la voce di una decisione tesa ad evitare il rischio di una indagine penale da parte della procura capitolina sui massimi dirigenti ministeriali dell’Ambiente e della Salute, proprio dopo il clamore suscitato su stampa e tv nazionali in relazione all’affaire Pfas.
La decisione adottata a Roma, tuttavia, viene mal vista da un pezzo importante del comparto industriale dell’Ovest Vicentino. L’obiezione è che i nuovi limiti, introdotti in modo non graduale, possano provocare contraccolpi seri sulla produzione: o in termini di rallentamento dei cicli o in termini di costi per l’adeguamento degli impianti. Peraltro lamentele più o meno simili le aveva distillate ancor prima Antonio Mondardo, presidente di Arica, il consorzio che gestisce il cosiddetto “tubone”, allorquando la Regione Veneto, subodorando quanto stava avvenendo a Roma, emanò già una prima modifica dei parametri. Sul versante opposto Legambiente, M5S e il fronte eterogeneo degli ecologisti tra cui la corrente ecodem del Pd, in riferimento alla novità introdotta nella Capitale, parlano di scelta tradiva ma buona per muovere i «primi timidi passi» verso la giusta direzione.

«LO STRANO REFUSO»
A luglio le schermaglie ricominciano. La Regione, recependo le raccomandazioni ministeriali, pubblica sul suo bollettino ufficiale, il Bur, i nuovi limiti di riferimento. E lo fa con un decreto del dirigente del settore tutela ambientale Alessandro Benassi, il quale risponde all’assessorato all’ecologia guidato dal leghista Gianpaolo Bottacin. Nel bollettino viene clamorosamente “ciccata” l’unità di misura che quei limiti finisce per aumentare così di mille volte. Il M5S fa il diavolo a quattro e si domanda se l’errore, soprannominato «lo strano refuso», sia voluto o meno. La giunta veneta, capitanata dal governatore leghista Luca Zaia, presa per i capelli replica a stretto giro spiegando che si è trattato di un errore dovuto al programma di impaginazione del Bollettino regionale.

PUNTO 6
In tema di pfas a Palazzo Balbi sembra non esserci pace. Il 12 agosto il direttore Benassi emana un altro decreto. Stavolta di equivoci sulle unità di misura non ce ne sono. Ma le direttive impartite sul calcolo di eventuali sforamenti vengono immediatamente notate da molti funzionari regionali che si occupano di tutela ambientale. Il punto 6 del decreto recita testualmente: «I limiti di cui al punto 3 hanno un valore provvisorio, come ribadito dall’Istituto superiore della Sanità nella propria proposta inviata con nota protocollo 0009818 del 06/04/2016 e si riferiscono alla media calcolata sui valori desunti dai rapporti di prova dei campioni Arpav riferiti all’anno solare precedente. La prima media verrà calcolata sui valori dell’anno 2016 come valori di riferimento». Fuori dal burocratese, gli sforamenti, preambolo di eventuali sanzioni, non si calcolano sul singolo episodio, bensì su una media ponderata. Detto in termini semplici, è come se la polizia stradale non facesse la multa se si va a 200 km all’ora in statale o se si è bevuto mezzo litro di grappa, ma sulla media dei passaggi su un dato tratto di strada durante l’anno o sulla media delle bevande, alcoliche o limonate non importa, ingerite da gennaio a dicembre.

LO SCENARIO E LE NORME NAZIONALI
Si tratta di una interpretazione singolare della norma nazionale la quale invece prevede, come è ovvio, che una volta fissate le soglie, queste debbano essere sempre rispettate. Il che lo si evince, tanto per fare un esempio, dalle disposizioni del decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006 e dalle sue successive modificazioni. C’è però una questione non secondaria che pesa sull’intera vicenda. È vero che il decreto del 12 agosto porta la firma del dottor Benassi, ma anche vero che per la sua istruttoria è stato necessario sentire una sfilza di funzionari e dirigenti in rappresentanza dei singoli enti chiamati in causa. Il che vale anche per Arica (IN FOTO la sede ospitata presso il quartier generale della multiutility Acque del Chiampo ad Arzignano) cui il provvedimento è in primis indirizzato. Rimane da capire se nel frattempo qualcuno, magari in sede di stesura dell’atto, abbia sollevato obiezioni, sia nel merito che nel metodo.

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