Il Birrificio che spilla «ateismo brassicolo». E autoironia

La birra? Bevanda dell’amicizia, non dello sballo o dei sacerdoti della noiosa “raffinatezza”. I giovani? Bevono meglio. La bionda industriale? Peccato mortale…

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«Sono uno e trino. Ho una missione: redimervi. Bere birra industriale è peccato mortale. Vi salverò con la birra artigianale di alta qualità». Mi accoglie così, con questo motto, nella sua casa Alessandro Albanese, uno dei quattro soci del “Piccolo birrificio ateo“, una realtà artigianale nata un anno fa a Longare in provincia di Vicenza. L’uomo da lontano ha l’aria di tipica di un giovane manager «a un anno dalla quarantina». Ma dietro la barba e l’eloquio curati, lo sguardo mette in luce l’ironia, per cui non sai mai se dove finisca il faceto e dove inizi il serio. Poi, a freddo, quasi fosse uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni, distilla una definizione: «brassicolo è un francesismo che sta a significare attinente al mondo della birra».

Il sito web della ditta ha avuto successo sui social network anche perché le categorie delle birre proposte hanno gli stessi nomi di alcune categorie dei videoclip di Youporn.com: «Coguar, Ebony, Blonde inside». Sicché ogni proprietà aromatica dell’alcolico biondo viene associata ad un sottogenere hard. Ma come mai la scelta di ricorrere al termine «ateo» in quel Vicentino? E quel termine ha una connotazione politica, sociale o umana? «Politica non direi. Però piccolo, birrificio e ateo, nella ex Vandea veneta tutta colline e vino, è chiaro che susciti un po’ di paura, anche perché noi non è che siamo molto religiosi (il tono della voce è serissimo; il linguaggio del corpo è invece sintonizzato sul beffardo. In certi momenti sembra di parlare con un membro di “Elio e le storie tese”, ndr). I nomi dei soci fondatori della prima ora erano Alessandro Tommaso e Matteo, avevamo pensato all’acronimo Atm, ma siccome ce l’ha rubato l’azienda dei trasporti di Milano allora abbiamo optato sul termine ateo che è d’impatto. Lo stesso dicasi per i nomi a luce rosse. C’è però un ma. Se dentro il contenitore mediaticamente sgargiante non ci metti la qualità, in poco tempo evapori. Come successe a quel power drink che si chiamava “Figa”. Fece un botto. Ogni barista voleva avere quella bottiglia in bottega, poi però siccome la bevanda non era granché, il fuoco iniziale si spense».

Da dietro la base Pluto, un deposito di munizioni dell’esercito Usa poco distante, si sente un boato che sembra la salva del cannone di mezzodì. Un attimo dopo, quasi fosse una reazione connessa al botto Alessandro c,ambia registro: «Noi abbiamo definito il nostro un ateismo brassicolo. La sensazione che abbiamo noi, che siamo sostanzialmente dei bevitori che si fanno la birra, riteniamo che la birra artigianale, che pur vanta prodotti di grande qualità, sia sul punto di prendere o abbia già preso una deriva manierista; una gara all’esercizio di stile fine a sé stesso che non ci piace».

E così il birraio Alessandro diventa un po’ tranchant un po’ blasé: «A noi i birrai ci stanno sul cazzo. C’è questa tendenza da sacerdoti della birra artigianale a pensare prodotti sempre più strani e ricercati che la persona comune non riesce a capire e non riesce ad apprezzare. Di sovente quando chi beve dice “non mi piace” chi produce ti risponde “non capisci una mazza”. Ecco questo atteggiamento ci sta sulle scatole. Siamo contro i sacerdoti della birra o peggio contro i nerd della birra che ti fanno due balle così su come la preparano, la fermentano o l’aromatizzano. Facciamo un paragone col vino. Tra il vino in cartone, che corrisponde alla birra industriale che si vende nel più sgangherato dei supermarket, e il Dom Perignon da 1500 euro con i suoi equivalenti nel mondo del malto, c’è sicuramente uno spazio. Uno spazio per chi come noi ha in mente un prodotto sincero e di qualità. Un antidoto alla standardizzazione e alle merci senz’anima senza dover proporre per forza l’empireo del bere. Perché poi l’essenza della birra non è la meditazione o il momento raffinato come accade col vino. E non è lo sballo come accade con i superalcolici: la birra è la bevanda dell’amicizia. Delle quattro chiacchiere in compagnia, del giro ordinato al tavolo che con la birra ci sta. È una bevanda diretta, viscerale, come un brano rock. E noi siamo quattro rockettari nell’animo. Quando lavoriamo al nostro prodotto tra di noi ci prendiamo rigorosamente per il culo e come colleghi e come amici. Siamo fatti così».

Albanese (in foto) non si ferma e fa anche alcune considerazioni sui locali vuoti e il modo di bere della gente specie dei ragazzi: «Ho l’impressione che stia cambiando. Se devo spendere sette euro per uno spritz fatto con un vino orribile e un seltz di bassa qualità allora quella sera me ne posso anche stare a casa. Magari spendo due euro in più e vado dove trovo qualità e più calore umano. Potrà sembrare una analisi superficiale ma direi che un po’ alla volta si tende a bere meno ma a bere meglio, in tutto il mondo degli alcolici». E ce n’è anche sul mitico “kilometro zero”. «Ad oggi per noi è una cazzata. Il luppolo in Italia, quello che i nostri nonni chiamano bruscandolo, non è di qualità sufficiente come quello tedesco, nordamericano o australiano. L’orzo e il malto, che poi è orzo germinato, invece si trovano di ottima qualità anche a casa nostra anche perché in termini di cereali l’Italia ha una tradizione importante. Per il luppolo è una questione di clima. Cresce bene su colline come quelle di Valdobbiadene. Ma non credo che qualcuno estirperà mai i vitigni da cui si ottiene il Prosecco o il Breganze doc». Amen, fratelli. Anzi, no: amen fa troppo “chiesa”. Salute!

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