Pfas, quella nota (riservata) della sanità veneta

Mentre la Regione rassicura annunciando nuovi controlli, gli uffici di Mantoan mettono in conto uno scenario più drastico

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

«Siamo sul pezzo sin da quando emerse il problema Pfas. Sin da allora ci preoccupammo prima di tutto di mettere in sicurezza gli acquedotti, operazione portata a termine in pochissimi giorni. Ora si va più a fondo per verificare se e quanto queste sostanze abbiano fatto male all’ambiente e alle persone». A usare toni tanto distesi è il presidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia. Che ieri ha diramato una nota nella quale, oltre ad annunciare una serie di studi ad hoc su 85 mila persone per valutare con più precisione l’evolversi della situazione, cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica rispetto ai reali rischi per la popolazione.

Ma le cose stanno davvero così? Perché stando ad un’altra nota lo scenario sembra mutare e non poco: «… Si chiede a tale scopo ai soggetti istituzionalmente competenti la tempestiva adozione di tutti i provvedimenti urgenti a tutela della salute della popolazione volti alla rimozione della fonte di contaminazione ivi comprese le opportune variazioni degli strumenti pianificatori di competenza». A parlare in termini così perentori è il segretario generale della sanità della Regione Veneto, Domenico Mantoan, in una missiva indirizzata a Luca Coletto, Giampaolo Bottacin e Giuseppe Pan, rispettivamente assessori alla sanità, all’ambiente e all’agricoltura.

Si tratta di una comunicazione riservata che Vvox.it ha potuto consultare e che porta il protocollo in uscita della Regione 4500 PP del 17 novembre 2016. Il documento chiede a tutti i soggetti istituzionali, dalla Regione alle Province sino ai consorzi di bonifica per arrivare ai Comuni, di prendere in seria considerazione l’ipotesi di modificare le norme di pianificazione in materia di inquinamento attualmente vigenti. Un’opzione drastica. Non solo perché in laguna gli uffici competenti potrebbero aver descritto una condizione di allerta mai delineata in precedenza. Ma anche perché da settimane si rincorrono voci di più indagini avviate da alcune procure venete, come pure da quella di Roma, per eventuali condotte anomale in ambito ministeriale. A tutt’oggi, c’è il fascicolo aperto dalla magistratura berica a carico dell’ex amministratore delegato dell’azienda trissinese Miteni, Luigi Guarracino.

Tuttavia c’è poi un altro elemento da tenere in considerazione: le dichiarazioni di Nicola Dall’Acqua, neo-direttore generale dell’Arpav, sulle colonne della Difesa del Popolo, il settimanale diocesano di Padova. Dall’Acqua ha addirittura parlato della necessità di «trasferire la Miteni» (nel riquadro lo stabilimento). Il servizio, pubblicato il 3 dicembre, aveva messo in subbuglio il mondo ambientalista veneto, che si è chiesto a questo punto quanto grave sia il pericolo, se l’Arpav pensa che Miteni debba fare le valigie al più presto. Mantoan sembra indirettamente aver dato una risposta. L’’amministratore delegato di Miteni, Antonio Nardone, dal canto suo il 23 dicembre aveva detto che la fabbrica entro il 2020 potrebbe dismettere la produzione di Pfas puntando su molecole meno impattanti.

Ancora, sempre Mantoan nella lettera indirizzata ai tre assessori cita un documento che mai aveva tenuto banco sul dibattito pubblico, ovvero lo «Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche». Uno studio del 29 settembre 2016 con protocollo 398534 del 17 ottobre 2016, dal quale emerge come siano stati evidenziati in particolare l’incremento della pre-eclampsia, una malattia della gravidanza, del diabete gestazionale, di malformazioni maggiori «come anomalie del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche». Malanni, è specificato, che necessitano di tempi di osservazione più lunghi «per giungere a più sicure affermazioni».

Ma della questione è stato investito anche il presidente della provincia di Vicenza Achille Variati (Pd): la nota di Mantoan è finita anche sulla sua scrivania il 28 novembre 2016 col protocollo 79893. Da quel giorno le incombenze si sono moltiplicate sia a palazzo Nievo che sul sindaco di Trissino. Il testo unico sulle leggi sanitarie in tal senso all’articolo 217 parla chiaro: «Quando… scoli di acque, rifiuti solidi o liquidi provenienti da manifatture o fabbriche, possono riuscire di pericolo o di danno per la salute pubblica, il podestà prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno e il pericolo e si assicura della loro esecuzione ed efficienza…». Il termine podestà, figlio di una legge emanata in piena epoca fascista, è desueto e sostituito da “sindaco”, ma la norma è ancora vigente. Tanto che anche Mantoan la cita interamente.

Tags: , , , , ,

Leggi anche questo

  • don Franco di Padova

    In tema di protezione della salute, constato la presenza di mode ricorrenti, che quasi sempre danno il destro a guadagni per lo meno discutibili.
    L’amianto è pericoloso per inalazione perché, allo stato puro, le sue microfibre causano il tumore noto come mesotelioma pleurico (dicitura semplificata).
    Veniva usato per produrre l’Eternit, che non era materiale eterno ma costava poco ed aveva diversi impieghi in edilizia. L’amianto era anche prezioso come materiale isolante resistente ad alte temperature, per cui veniva impiegato anche nei protettivi individuali contro il calore (guanti, grembiuli), nell’isolamento dei forni di cottura (ceramiche, pane, metalli), nei forni ad alta frequenza, nell’isolamento dei tubi di fluidi in temperatura, caldaie ecc.
    La massima pericolosità era nei processi di produzione, dove la fibra si presentava facilmente come aerodispersa.
    Nelle coperture di Eternit la pericolosità si presentava solo quando il cemento (legante) veniva asportato dalle piogge e, quindi, liberava fibre non legate.
    I tubi d’amianto-cemento impiegati negli acquedotti, salvo che in eventuali interventi di riparazione, permanevano sicuri perché l’acqua tendeva a depositare calcari piuttosto che asportare cemento.
    In questo quadro, si sono coltivate paure irrazionali: non si è distinto tra amianto che poteva essere aerodisperso, e quindi pericoloso, dall’amianto che, per qualsiasi motivo non correva questo rischio.
    Sono magicamente comparse aziende di bonifica che fatturavano fino ad un milione al metro quadrato di Eternit asportato e conferito (dove?, come?).
    Ovvio che con tali presupposti si siano scatenate le mafie: bastava un certificato (anche fasullo) di conferimento in discarica ed un guadagno spaventoso era assicurato.
    Alimentare la paura, meglio se irrazionale, assicurava guadagni crescenti e una grande massa di persone, che non conosceva nemmeno gli aspetti più elementari del problema, è diventata strumento di affaristi e mafiosi.
    Perfino un Giudice ebbe ad affermare che “bastava una fibra (50 milionesimi di millimetro!) per giustificare la malattia professionale”.
    Peccato che nel vento siano presenti molte fibre, anche in assenza di sorgenti manifeste…
    Poi è venuta la moda delle “polveri di legno duro”, forse il nome evocativo, ebbe a scatenare accorati interventi delle numerose presenze femminili negli Enti di salvaguardia.
    Alla fine, le polveri più pericolose non erano di “legni duri” ma di legni “teneri” e la centratura dell’obiettivo non portava però a evidenze epidemiologiche significative.
    Anche la storia dei Pfas mi puzza.
    Innanzitutto, il produttore deve rispondere dei requisiti legali che vietano immissioni pericolose nell’ambiente di lavoro, in atmosfera e nelle acque reflue.
    Se cosi stessero le cose, chi si agita avrebbe solo torto.
    La molecola in questione, si presta poi a svariati utilizzi (questi si, più difficili da controllare).
    Resta quindi il nocciolo del problema: se è l’utilizzatore che inquina, mi sfugge la criminalizzazione del produttore.
    Oltretutto, una volta chiusa l’azienda produttrice, il prodotto si potrà continuare ad acquistare, utilizzare e potrà continuare inquinamento.
    Si potrebbe vietare in Italia l’uso del prodotto, vorrà dire che entreranno prodotti dall’estero che l’hanno impiegato e resteranno a noi i problemi legati all’uso degli articoli nei quali s’impiegano Pfas ed al loro smaltimento.
    In poche parole, se nelle falde sono presenti Pfas, salvo gravi omissioni nei controlli presso la Miteni, significa che gli inquinatori vanno ricercati altrove e rigorosamente perseguiti.
    Viceversa, chiudiamo la Miteni, ma continuano nell’inquinamento.
    Nella zona delle concerie, le immissioni in atmosfera di prodotti maleodoranti sono manifeste e tollerate da decenni.
    I controlli non si fanno mai di sabato e domenica, così gli inquinatori nei fine settimana si scatenano.
    L’idea di un pericolo chiaro e preciso fa molto comodo, ma cozza contro una prassi d’inquinamento diffuso e fuori controllo: smaltimento di medicinali, di sostanze organiche in simbiosi con solventi clorurati, di sostanze chimiche scadute, di olii inquinati, di metalli pesanti ecc.
    Per tutti i prodotti, anche solo sospetti di danneggiare, dovrebbe esserci tracciabilità dalla produzione fino allo smaltimento.
    Invece ci accontentiamo di trovare un nemico, poco importa se solo presunto, e così crediamo di risolvere un problema serissimo.
    I politici, quando si sfora, cambiano i parametri di tollerabilità.
    I cittadini, trovano normale assumere veleni come l’alcol e le droghe.
    Alla fine, siamo ricchi di malattie e sofferenze nuove.
    Questa però, non è la conclusione, è l’inizio.

    • Antonella

      si è fatto il grave errore di fidarsi della chimica senza sperimentare bene cosa causava, ora ne paghiamo i danni noi cittadini oltre che i lavoratori che abbiamo l’acqua e i prodotti oltre che il nostro sangue inquinati da queste sostanze

      • don Franco di Padova

        La chimica fornisce circa 10.000 nuove molecole all’anno utili negli usi più disparati. Solo un quinto di esse sono testate e, in ogni caso, prima d’avere certezze sono necessari tempi lunghissimi, i soli che possono escludere danni di lungo periodo.
        Siamo tutti avidi di prodotti “miracolosi” ed a basso prezzo ed il risultato è un rischio esponenzialmente crescente.
        Il FORMITROL era un antisettico del cavo orale, in gradevoli compresse da succhiare, il cui principio attivo era la formaldeide: ottimo battericida che poi si è scoperto cancerogeno delle mucose, veda anche
        http://curiosando708090.altervista.org/le-compresse-per-la-gola-formitrol/
        Nel frattempo, il Formitrol è stato usato per diversi decenni nel posto più sbagliato (le mucose orali).
        Come può vedere nel link, non c’era alcuna volontà criminale, al massimo, c’era un normale senso degli affari.
        Purtroppo, solo il tempo discrimina le tossicità sotterranee e tale fatto ci espone anche a rischi irreversibili.
        Che nel vicentino vi siano immissioni e reflui dannosi alla salute, è cosa arcinota.
        Il silenzio di chi dovrebbe controllare e tutelare la salute è, invece, cosa assolutamente incomprensibile.
        Credo, veramente, che ci resti solo la preghiera.

        • Antonella

          proprio vero la religione è l’oppio dei popoli! Come potremmo risolvere il problema di questo inquinamento pregando? noi ci siamo uniti in un coordinamento e da tre anni che cerchiamo di farci pagare i danni subiti e di farci cambiare le fonti inquinate per potere assicurare acqua buona a tutta la popolazione. Non siamo avidi di prodotti miracolosi celi propinano! molti di noi fanno parte di gruppi di acquisto solidale e ragioniamo su quello che i media ci propinano per fare affari. Non si fanno affari con la salute delle persone questo è punibile per legge. Peccato che lei essendo anche un sacerdote non lotti per la giustizia o almeno inciti i suoi fedeli a farlo. L’acqua è uno dei beni più prezioso che abbiamo e chi non ha eseguito il suo dovere per preservarla deve essere punito

          • don Franco di Padova

            Antonella, bisogna imparare a distinguere tra un’iperbole o un’espressione paradossale e un’affermazione. Tutto il mio scritto denuncia la gravità del fenomeno (anche nei suoi falsi scopi), il fatto che è sottostimato, che ci darà gravi conseguenze, che non venga affrontato.
            Così stando (assurdamente) le cose, non resta che pregare.
            L’oppio dei popoli non centra.

          • Antonella

            di solito quando scende in campo la chiesa viene ascoltata. Perchè non ascoltate l’enciclica Laudato Si anche per l’acqua? e vi unite a noi per preservare l’acqua da chi continua a inquinarla?