Pedemontana veneta, l’ombra degli aiuti di Stato

Non è ancora chiaro come Zaia voglia uscire dall’impasse della Spv. Ma una cosa è certa: la Regione non può finanziarla. A meno di violare le regole Ue

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La sciarada sulla Pedemontana veneta (Spv) ruota tutta attorno ad una domanda semplice semplice: da dove diavolo tirerà fuori il privato quegli 1,6 miliardi più Iva (ma la Corte dei Conti e lo stesso governatore Zaia spiegano che potrebbero volercene di più) necessari a completare i lavori? Il presidente leghista della Regione con un ragionamento un po’ fumoso spiega che potrebbe essere la Regione Veneto a fornire una «garanzia di fondo perché tutto il meccanismo di finanziamento si possa mettere in moto». Questa almeno è la ricostruzione del Giornale di Vicenza di mercoledì scorso sul quale si leggono anche le testuali, ma criptiche, parole del governatore: «I numeri stanno cambiando tutti e dobbiamo chiudere il cerchio rispetto a impegni reciproci. Ci sono più cose da modificare: abbiamo un progetto che stiamo seguendo, che non è più quello originario che conoscete. Affronteremo l’accordo per farlo girare all’interno del bilancio della Regione… Al nostro fianco comunque su questi ragionamenti c’è il governo, perché c’è l’interesse pubblico. Non posso anticipare di più».

Parlando in questi termini pare che il presidente identifichi nella Regione il garante finanziario dell’opera. Ora, che sia una garanzia di ultima istanza da parte della Regione, o che questa iuntervenga come finanziatore (anche con una società controllata, come ipotizza il Gazzettino), resta che l’ente guidato da Zaia soldi non può mettercene: è una una pratica proibita dalla norma europea. A sancirlo l’articolo L’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea il quale al paragrafo 1 recita: «… sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza». Per la realizzazione della Spv infatti è stata scelta la formula, peraltro molto criticata, del project financing, che vede la Regione come concedente e la Sis come concessionario. Quest’ultimo, a fronte della concessione e della imposizione in esclusiva del pedaggiamento, si carica di tutti gli oneri: rischi d’impresa, costi di progettazione e realizzazione comresa. L’intervento della Regione si configurerebbe come aiuto di Stato, che non è ammesso dalla Ue.

Fra le eccezioni a cui potrebbero fare appello i sostenitori dell’opera, nota anche come Spresiano-Montecchio, c’è quella del carattere speciale della infrastruttura. Ovvero quella di ricadere nel novero delle opere di interesse europeo o di quelle a servizio di queste ultime. In gergo tecnico si parla di opere ricomprese nella reti Ten-T che però per definizione sono opere transfrontaliere, cioè connettere almeno due Paesi diversi. La Spv, se sarà completata, connetterà al massimo due province venete. E che la Pedemontana non faccia parte di questo esclusivo club lo dimostra che non può accedere ai fondi previsti per questa specifica voce.

C’è poi un problema di possibilità decisamente reale, in termini di diritto amministrativo, di violare il dettato della Costituzione in materia di divieto di indebitamento. Articolo 119: «I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa… nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea…». In soldoni la Carta fondamentale, così modificata ai primi anni Duemila, secondo una disciplina codificata col Patto di stabilità europeo di metà anni Novanta e giunta al suo apice con il fiscal compact, dice che operazioni del genere non possono essere finanziate a debito, ma devono trovare posto nel bilancio senza alterarlo. Il che significa che a Palazzo Balbi forme di elasticità delle poste di bilancio (proprio quella elasticità a livello europeo da mesi è terreno di scontro tra i sostenitori del rigore e quelli della flessibilità) non possono essere praticate. Insomma la Spv non si può finanziare a debito ma comprimendo altre spese. Ora comprimere il bilancio per 1,6-2,5 miliardi più gli oneri finanziari significherebbe ridurre in modo draconiano una infinità di prestazioni. E non è un caso che, intervistato, Zaia abbia dichiarato che il nuovo accordo col privato non dovrà «essere massacrante per la Regione».

L’ultima partita però riguarda la cosiddetta clausola che imporrebbe alla Regione di ripianare gli eventuali introiti mancati al privato, ovvero il consorzio ispano-piemontese Sis. In realtà la convenzione precisa che al mutare delle condizioni di mercato pubblico e privato hanno l’obbligo di modificare di comune intesa l’accordo economico e la convenzione sottostante. In mancanza di tale accordo al concessionario è garantita la possibilità di una buonuscita da calcolare in base a parametri complicati. Fermo restando che al momento il privato è inadempiente perché ancora non ha trovato le risorse per riavviare i cantieri, come mai la Regione non se ne sbarazza? E se veramente la clausola di salvaguardia voluta dalla giunta regionale nel 2013 avesse i tratti della condizione capestro, come mai in quel dicembre del 2013 Zaia firmò la convenzione che la conteneva? E ancora: se l’ente pubblico finisce per essere l’unico finanziatore dell’opera la Regione da concedente diventa stazione appaltant, il che snatura il project financing attualmente in essere. L’opera dovrebbe quindi essere rimessa a gara ex novo con una normalissima gara d’appalto. Ma rispetto a questo scenario il governatore da anni rifiuta il confronto con chiunque gli ponga il quesito.

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