«19 marzo: torniamo al babbo, basta papà»

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«Voglio avviare una battaglia, sapendo che è persa senza speranza: smettiamo di farci chiamare Papà e pretendiamo di venire chiamati con il nostro vero nome, Babbo». È la causa perorata da Giordano Bruno Guerri su Il Giornale: «Dante e Michelangelo, Verdi e Verga, Garibaldi e Marconi chiamavano così i loro padri, e così venivano chiamati dai loro figli. Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, arrivò dalla Francia quella paroletta squillante e facile, papà», spiega Guerri. «Una parola così bella e importante ormai sopravvive solo a Natale e in Toscana, dove l’italiano è più forte, la coscienza della lingua più salda», evidenzia fieramente lo scrittore senese. «Se oggi si discute della perdita di autorità della figura paterna, della sua progressiva mammizzazione, comincerei da qui: tornare babbi, lasciando i papà a pettinare le bambole».

«La progressiva “liberazione” delle donne, il loro ingresso massiccio nel mondo del lavoro, il rafforzarsi di un diritto di famiglia dove si è davvero pari comporta che i ruoli non sono – o non dovrebbero essere – più così divisi». Eppure, «non potremo evitare il ruolo di Pater familiae neppure quando la parità dei sessi sarà effettiva e completa». Infatti, «è nella natura umana che la figura paterna sia, come un totem, quella cui fare riferimento alla ricerca della forza, quella materna il rifugio sicuro e caldo dove trovare sicurezza. Però il Pater familiae dovrà sapersi adattare sempre più a fare anche il mammo. Compito, impegnativo, e per questo sarà bene affrontarlo da babbi, non da papà: ricordandoci di rispettare le mamme, che spesso sono anche madri, papà e babbi».

(ph. Getty Images)

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