Il sogno europeo è diventato un incubo. Ma lorsignori sul Titanic continuano a ballare...

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Il 25 marzo di 60 anni fa avvenne la firma a Roma dei Trattati che istituivano la Comunità Economica Europea (CEE) e la Comunità dell’energia atomica (Euratom), le prima forme di integrazione del continente. L’anniversario coincide oggi con il rischio di disintegrazione, di cui gli assurdi parametri contabili del Fiscal Compact rappresentano l’esempio massimo: una contabilità applicata al millesimo, senza un realistico fondamento economico e sottraendo il diritto primo e fondamentale che è la sovranità. I Trattati del 1957 hanno generato benessere per i cittadini e aumento della coesione sociale, perché perseguivano un obiettivo di interesse comune come l’allargamento del mercato. Così crescevano reddito e occupazione. L’attuale dogma dell’austerità ha prodotto invece la perdita di 10 punti di Pil solo nel nostro Paese, con la caduta massiccia degli investimenti, la disoccupazione, l’aumento delle disuguaglianze. L’invariabilità del cambio della moneta ha avuto come effetto obbligato la svalutazione interna (fisiologica secondo le leggi del mercato, tanto care in teoria a lorsignori) che tradotto vuol dire svalutazione del lavoro e quindi compressione della domanda interna.

Sulle grandi opere si odono i ragli fastidiosi di disinformati e utili idioti. Di cosa si parla, in realtà? Di investimenti netti che contribuiscono alla crescita del capitale di una nazione, ottenuti togliendo dalla spesa totale quanto speso per la sostituzione del capitale che si è usurato e quindi non è più produttivo. In questi anni di crisi gli investimenti netti sono diminuiti del 75%. Gli investimenti pubblici fissi, sempre netti, sono diminuiti più o meno della stessa quantità di quelli privati (74%). La spesa pubblica durante la crisi non ha svolto una funzione di contrasto alla crisi economica. Questo dovrebbe imporre a chi governa di usare i soldi pubblici investendoli in interventi a maggiore utilità sociale e alta intensità di manodopera. Consapevolmente non applicata l’analisi costi/benefici, quella finanziaria e il costo opportunità. Tutela idrogeologica, bonifica dei territori, messa in sicurezza sismica, riqualificazione delle periferie urbane, rinnovamento di scuole, ospedali, depurazione delle acque, interventi sulla rete degli acquedotti e di trasmissione e distribuzione, e infine sui trasporti urbani e regionali: questo si dovrebbe e potrebbe fare. E invece no: meglio gli onerosi investimenti sulle “grandi opere”. Quelle nel trasporto non solo presentano sempre extracosti, ma le previsioni di domanda sono sempre smentite dalla realtà (vedi Pedemontana veneta), e inoltre, essendo ad alta densità di capitale, generano poca occupazione.

La tragedia è stata contenuta unicamente dalle politiche monetarie della Bce, grazie alle quali il cambio euro-dollaro è passato da 1,40 a 1,10 e questo ha permesso al Veneto in particolare di avere un buon saldo positivo delle esportazioni. I fattori di crisi esterna e interna sono rappresentati dai vincoli dei Trattati, dalle funzioni della Bce e dalle elezioni in alcuni Paesi Ue. Semplicisticamente su alcune prime pagine dei giornali si tratteggiano gli effetti disastrosi di un’eventuale rottura dell’area euro. Ogni opinione contraria viene relegata nelle pagine interne o ignorata. Un esempio è rappresentato dalla intervista dell’ex governatore della Banca d’Inghilterra (non un pericoloso populista) il quale ha affermato testualmente: «Le elites hanno perso il contatto con i bisogni della gente (..) La zona euro precipiterà di nuovo nella crisi senza un reale cambiamento (..) L’unione monetaria è stata prematura senza l’unione fiscale, un terribile errore (..) I nuovi partiti politici sono liquidati come populisti, ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le elites non capiscono».

  • Paolo Maria Ciriani

    non capiscono perchè non fa loro comodo capire! o meglio fa comodo sola alla Germania, perchè ormai tutti gli altri membri dell’UE hanno capito che bisogna dare una svolta alle politiche economiche di bilancio: quindi è bene che sia la Germania per prima ad uscire dall’UE, così il suo DM schizzerà in alto limitando automaticamente le sue esportazioni.