Donne più colte e scolarizzate, uomini meno. I suicidi maschili più di quelli femminili. E la frustrazione dilaga fra gli adolescenti

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Celebrata la giornata della donna, vale la pena oggi affrontare la questione maschile, oggi non meno problematica di quella femminile. A scanso di equivoci, non si negano le discriminazioni che subiscono ancora le donne in varie parti del mondo. Ma nei paesi più evoluti si riconosce il disagio maschile come problema di genere. Negli Stati Uniti e anche in Europa numerose ricerche hanno accertato che nelle assunzioni e nelle carriere non esistono più pregiudizi di genere per quanto riguarda le capacità e la remunerazione. L’Italia è in ritardo nel prenderne coscienza. Inchieste e studi sulle discriminazioni delle donne abbondano. Meno conosciute e praticate sono le ricerche sui disagi odierni dei maschi in quanto tali.
Alcuni problemi sono già emersi, tra cui quello dei padri separati, ma si limitano per lo più agli aspetti economici. Non ci si preoccupa troppo di come la tendenza all’affidamento dei figli alle madri abbia ricadute psicologiche negative su molti uomini. Si presume, in contraddizione con la realtà e le aspirazioni delle donne stesse, che dal marito dipenda ancora il mantenimento della famiglia.

ISTRUZIONE E LAVORO
Un altro esempio sono i risultati scolastici. Da oltre quarant’anni nel Veneto le donne diplomate sono più numerose dei maschi. Succedeva che i maschi, durante il boom economico trovavano subito lavoro mentre le donne aspettavano, studiando, di trovare marito. La maggiore istruzione ha consentito alle donne di accedere in misura maggiore (il doppio) almeno ad attività impiegatizie e direttive lasciando ai maschi quelle manuali. Non si può presumere che una maggiore istruzione abbia consentito alle donne di gestire meglio le situazioni nel privato e nel pubblico? E la cultura non le ha rese più sensibili e aperte al cambiamento? Non si può pensare che una maggiore istruzione avrebbe consentito agli uomini di superare stereotipi antichi se a quattordici anni non fossero stati subito imprigionati nel lavoro?
Da una ventina d’anni anche le laureate e le dottoresse di ricerca sono più dei maschi: una vera rivoluzione culturale rispetto a mezzo secolo fa quando le donne non studiavano proprio. Considerando tutta la popolazione, nel Veneto abbiamo già 270 mila donne laureate a fronte di 216 mila maschi, ma tra la popolazione con meno di quarant’anni, la maggiore competitività delle donne appare ancora più netta. Il 66% degli iscritti all’università è femmina, ma tra i laureati le donne sono il 75%! Per ogni donna che abbandona gli studi, ci sono più di due uomini. Stando così le cose, non sarebbe opportuno pensare a rendere scuola e università (e società) adatte anche ai maschi? Negli anni Sessanta, le classi “miste” furono salutate come una conquista della modernità. La divisione era motivata da una società che attribuiva ruoli sociali molto diversi ai due generi principali. Ora la cosa va ripensata su diverse basi come da tempo si sta facendo negli Stati Uniti.

ADOLESCENZA
È possibile che l’assenza di un sistema formativo e scolastico adatto ai maschi induca a comportamenti aggressivi? La violenza maschile è giustamente condannata, ma con altrettanta violenza. Poco, invece, si fa per comprenderla. La si spiega ancora con gli stereotipi superati di una cultura che non esiste quasi più. Il fatto che sia in aumento – in tutti i paesi occidentali – non dovrebbe indurre a riflettere sui veri motivi anziché continuare a interpretarla con i parametri di un secolo fa? La scuola nel periodo dell’adolescenza potrebbe riconsiderare programmi e classi miste per interessi ed età tra gli 11 e i 18 anni e ancor più tra i 13 e i 16. Le frustrazioni che maschi ancora immaturi subiscono durante l’adolescenza, costretti nelle stesse classi di ragazze più mature che li dominano può riflettersi per tutta la vita scolastica e in generale. Anche dal punto di vista fisico, un ragazzino costretto per cinque ore di scuola seduto in un minuscolo banco soffre molto di più di una ragazza la quale, essendo più matura ottiene nella media migliori risultati e l’approvazione sociale. Di tutto abbiamo bisogno fuorché di maschi frustrati.

SUICIDI
I dati sui suicidi sono drammatici per i maschi, ma se ne parla poco o nulla. Per ogni donna che si toglie la vita, ci sono 4,5 maschi che fanno altrettanto! Non dipende solo da fattori sociali, così come molti altri comportamenti. Non è questo un problema di differenza di genere più importante del fatto che nei ranghi più elevati – alti magistrati, primari, rettori, politici – effettivamente prevalgano ancora i maschi? Ma riguarda poche persone ai vertici di organizzazioni del cui funzionamento le donne sono già pienamente responsabili ai livelli intermedi. Tra l’altro, si tratta anche di una questione di età: alle posizioni elevate si giunge tardi e le statistiche su tutta la popolazione non prendono in considerazione che sta già verificandosi una graduale sostituzione di molti maschi anche nelle posizioni di vertice e nei prossimi dieci/vent’anni lo sarà con maggiore incisività.
Il rischio di non prendere in considerazione il crescente disagio maschile riguarda tutta la società. Incluse le donne che invece di rivendicare diritti ormai acquisiti e una paternalistica (sic!) protezione, dovrebbero cominciare a comprendere i problemi della società nel suo complesso: di maschi e femmine entrambi indissolubilmente parte di una stessa umanità.

(ph: http://oltreuomo.com)

  • pachiara

    Eh già, siamo alle solite! Ci si accorge o perlomeno si comincia ad accorgersi (un mio avo illuminato diceva “quando l’acqua toca el culo” ) dei danni provocati dall’ideologia sessantottina e dal femminismo in particolare. Le donne sono state lasciate libere – dopo un bel periodo di preparazione ideologica come i bombardamenti preparatori di artiglieria – sono state lasciate libere, dicevo, di inventarsi una parità che nella realtà non esiste. Maschio è maschio e donna è donna. Forzare sta cosa è appunto una forzatura. Certo, immagino quello che pensano femministe e donne stronze di questo concetto. Ma è la stessa cosa che riguarda il comunismo, fascismo, nazismo: all’epoca chi non lo era, veniva imprigionato o sputato. Come adesso capita a chi è antifemminista, antiabortista, anti unioni civili. Anche il comunismo, il fascismo e il nazismo passavano per progresso, futuro, successo, etc. etc.
    Poi abbiamo visto come è finita! Per cui manco perdo tempo a dire che il mio discorso è un pò paradossale, ma non troppo, in verità. Ho letto il pensiero di Guerri che in parte condivido: padre è una cosa precisa, madre una cosa precisa. Tutto il resto sono ipocrite contingenze di periodo. Il tempo darà risposte precise grazie ad immigrazione, economia, guerre varie, etc.
    Per chi è cattolico, l’oggi femminista fa parte del sensum historiae vaticinato dall’apostolo Paolo.

  • Stefano Schiavon

    Complimenti! È difficile trovare nella spazzatura giornalistica articoli così chiari, lucidi ed equilibrati. Temo però che l’impianto ideologico della nostra società sia ancora ancorato ad una narrativa progressisto-femminista di parte, che annulla tutti gli sforzi per far emergere la verità. Però, poiché l’attuale natalità è ormai al lumicino, ci penserà la natura a sostituire noi e queste impostazioni ideologiche, nel giro di 10-30 anni.

  • ang ela

    Sarebbe opportuno che Corrado Poli desse un’occhiata alle statistiche dell’ISTAT (ente femminista?) sull’occupazione delle donne in Italia per titolo di studio, sui differenziali retributivi, sulle posizioni dirigenziali.
    Un link https://www.istat.it/it/files/2017/03/Info-differenze-genere.pdf