Addio inverno, benvenuta primavera. Ma manca il “botto”

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Addio inverno, oggi è l’equinozio di primavera, il passaggio alle 11:28. L’equinozio di primavera corrisponde anche ad una uguale durata del giorno e della notte. Nel momento dell’equinozio, «il Sole nel suo moto apparente nel cielo, da Sud verso Nord lungo lo Zodiaco, si troverà all’incrocio tra equatore celeste ed eclittica, che è la proiezione nel cielo dell’orbita terrestre» ha spiegato l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope.

Questa data, che invece nell’emisfero australe segna l’inizio dell’autunno, non è sempre uguale ma oscilla tra il 19 e il 21 marzo a causa del calendario. «L’introduzione di un giorno ogni 4 anni nell’anno bisestile può far oscillare questa data anche di molte ore» ha detto Paolo Volpini, dell’Unione astrofili italiani (Uai). Per esempio, ha proseguito «per tutto il secolo l’equinozio di primavera si verificherà il giorno 19 e 20 marzo e perché accada di nuovo il 21 marzo bisognerà aspettare il 2102».

Un altro dato raccolto dagli esperti è che la primavera non “esplode” più: la sua partenza sta progressivamente rallentando nell’emisfero settentrionale a causa dei cambiamenti climatici. Gli inverni troppo miti stanno infatti determinando un allungamento del periodo di transizione che porta dal freddo alla bella stagione, con importanti conseguenze per l’agricoltura, gli animali e perfino le attività ricreative dell’uomo. A indicarlo è uno studio pubblicato su Global Change Biology dall’università statunitense del New Hampshire.

«Storicamente, la transizione verso la primavera è più breve rispetto alle altre stagioni», spiega la ricercatrice Alexandra Contosta. «La neve si scioglie, grandi quantità di acqua si mobilitano trasportando nutrienti, il terreno si scalda e le gemme sugli alberi si aprono. Soprattutto dopo un inverno molto rigido o dopo abbondanti nevicate, avviene qualcosa di sorprendente: tutto pare risvegliarsi all’improvviso ed è per questo che la primavera sembra arrivare così rapidamente». Negli ultimi 30 anni, però, la copertura nevosa nell’emisfero settentrionale si è notevolmente ridotta e questo sta portando scompiglio nel calendario della natura.

I ricercatori statunitensi lo hanno verificato raccogliendo per tre anni dati relativi al suolo e alle acque attraverso una rete di sensori distribuiti sul territorio del New Hampshire. Le informazioni sono state poi incrociate con quelle dei satelliti e con i dati su fiumi e precipitazioni raccolti da un centinaio di volontari. I risultati delle analisi dimostrano che gli inverni più miti con meno precipitazioni nevose portano ad avere un inizio precoce del periodo di transizione, che tende poi a perdurare più a lungo. Per verificare se il fenomeno è davvero così marcato anche in altre regioni geografiche, i ricercatori intendono proseguire i loro studi conducendoli su aree più vaste e per periodi di tempo più lunghi.

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