Biotestamento, malato potrà dire no a cure

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Le modifiche approvate alla Camera al ddl sul Biotestamento sembra lasciare scontenti tutti. Per due punti in particolare: l’articolo approvato prevede che il paziente possa rifiutare l’idratazione e la nutrizione artificiali ma, allo stesso tempo, riconosce al medico la possibilità di essere obiettore di coscienza e, quindi, di rifiutarsi ad esempio di staccare la spina. L’articolo è stato approvato a larga maggioranza: 326 i voti favorevoli.

Da un lato quindi viene riconosciuto al paziente il diritto di rifiutare la nutrizione artificiale, dall’altro viene data al medico la possibilità di praticare un’obiezione di coscienza “mascherata”, anche se non esplicitamente citata nel testo. Nel testo è previsto però l’obbligo per la struttura sanitaria di applicare i principi della legge, ma senza definirne poi effettivamente le modalità. Ambiguità che hanno lasciato scontenti sia l’area cattolica e sia il mondo dell’associazionismo dei diritti. Oggi la Camera sta riprendendo l’esame degli emendamenti al ddl sul testamento biologico. In giornata è atteso il voto finale.

 

 

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  • don Franco di Padova

    Ad alcuni sfugge che, in certi casi particolari, il confine tra esclusione dell’accanimento terapeutico e l’omicidio sia molto sfumato.
    I fanatici “dell’associazionismo dei diritti”, non sanno nelle loro espressioni più estreme che esiste anche un diritto alla vita e, a mio avviso, dovrebbero riflettere su alcune questioni:
    1) se domani lo Stato ritenesse, in un’ottica di “razionalizzazione delle risorse”, che la spina vada staccata, anziché su richiesta del paziente, per legge, sarebbero ancora tranquilli?
    2) se un diritto è riconosciuto al singolo, almeno con pari ragione, non dovrebbe essere riconosciuto anche alla collettività?
    Prima d’inseguire le mode su questioni che hanno implicazioni etiche, sociali, mediche e politiche, cioè estremamente eterogenee, sarebbe importante approfondire con cura proprio le ragioni delle parti “avverse”.
    Ora, non sfugge che l’avanzamento della tecnica permette di tenere in vita pazienti irreversibili anche in modo assolutamente innaturale e che, per questo, si pone realmente il problema d’individuare limiti ragionevoli ed etici alle cure estreme.
    Resta però da valutare anche una considerazione pratica ed è che la nostra conoscenza della vita, se ha fatto impressionanti progressi, deve ancora ammettere d’essere molto parziale e, quindi, la prudenza è d’obbligo.
    La madre d’un mio amico, con un aneurisma cerebrale che la lasciava senza coscienza, senza alcuna speranza di recupero, con sospensione delle cure e con morte presunta nell’arco di 24 ore, improvvisamente si poneva a sedere, parlava normalmente, aveva sentito tutto, ivi compresi i preparativi per i funerali.
    Moriva dopo quasi un mese di broncopolmonite, proprio correlata all’abbandono delle cure, come deciso dai medici, perché “senza alcuna speranza”.
    Proviamo a sperare un poco di più!