Politicamente scorretto (anche verso se stesso), la denuncia di Mannino sull'Italia dalla finta democrazia

luciano-banciardi

Com’è ovvio, ma è sempre meglio chiarire, “Contro la Costituzione” (Circolo Proudhon Editore, pagg. 126, € 11,00) non è un saggio di diritto costituzionale. Secondo il suo autore, Alessio Mannino, peraltro direttore di Vvox, il quotidiano on line sul quale state leggendo questo articolo, è un “Attacco ai filistei della Carta ‘48”. Così si legge nel sottotitolo, e bisogna riconoscere che il gioco linguistico è frizzante. Che poi l’autore riesca davvero a mandare tutto a carte quarantotto è conclusione che bisogna per forza lasciare a ogni lettore.

Il libro è un pamphlet provocatorio e ampiamente dissacrante sul Sistema Italia in particolare e sul mondo globalizzato più in generale, che attraverso un rapido excursus fra gli articoli della Costituzione disegna in maniera piuttosto completa – ancorché sintetica – il pensiero politico di Mannino. Ma crediamo che forse si offenderà nel leggere quel che pensiamo: la dissacrazione spesso è condotta in punta di fioretto, piuttosto che roteando la clava, magari chiodata. Per dire, a proposito dell’art. 39, dove si parla di libertà e attività sindacali, si legge che «…il sindacato che non fa più il sindacato non merita di vivere». Il concetto è chiaro e pure condivisibile. Ma il tono è su un altro pianeta, per esempio, rispetto a quello della giornalista che, recentemente, durante uno dei tanti talk televisivi, ha detto, ripetuto e ribadito che l’Ordine dei giornalisti «andrebbe sciolto nell’acido». Il fatto è che l’autore ha un certo gusto per la prosa coltivata, paratattica, costruita su coinvolgenti quanto rapidi “crescendo”, tutt’altro che inelegante. Il che, per inciso, a chi scrive fa solo piacere.

Una certa idea di Italia, dunque. Che passa ovviamente e preliminarmente attraverso una certa idea di democrazia, che è il filtro di ogni analisi e di ogni proposta (sì, ci sono anche proposte di modifica…). Concezioni che rivelano un ventaglio piuttosto ampio di letture, da Tucidide ai contemporanei dei più diversi orientamenti (si trovano citati Norberto Bobbio e Ugo Spirito, per dire) attraverso i prediletti Machiavelli e Guicciardini. Per arrivare a idee, quelle sì, molto trancianti e acuminate, non di rado “politically incorrect”, qualche volta estremizzanti, spesso ironiche e anche autoironiche, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia e i media. C’è del paradossale nel fatto che il direttore di un quotidiano on line parli di web-schiavitù, che sia così smaccatamente contro la modernità (oggetto di una risoluta invettiva), ma tale è il “clima” di questo breve saggio. Nessuno sconto, da parte dell’autore, ma onestamente neanche a se stesso.

E dunque eccolo il selfie senza maschere di Alessio Mannino: antiliberale, antiliberista, antimodernista, a suo modo anticlericale (almeno un po’), antiglobalista, anticapitalista (va da sé), antipacifista, antieuropeista e perciò antitedesco; sovranista, militarista, federalista, propugnatore della democrazia diretta con vincolo di mandato e continuo appello ai cittadini per referendum e controlli di ogni tipo (tipo eletti mandati a casa dagli elettori. Brrr…). Lucido nel delineare gli effetti della schiavitù del lavoro, assai meno nel riprendere le teorie complottiste sul cosiddetto “signoraggio bancario”, di nuovo molto netto nel raccontare la dittatura dell’economia e dei suoi padroni in un mondo che ha perso il senso del Tempo.

Incline a umana pietà verso chi cerca la “dolce morte” per sottrarsi alla sofferenza, senza sfumature né umana comprensione nella difesa della famiglia cosiddetta “naturale” contro tutte le altre. Sferzante nei confronti dell’italianità, cui pure dichiara piena appartenenza, sulle orme del suo amato Massimo Fini, che firma la prefazione e al quale “regala” una lunghissima e bella citazione proprio sul carattere italico, tratta da un articolo intitolato “Io sto con Umberto Eco”. Quello stesso Fini che tredici anni fa, profeticamente, aveva pubblicato un pamphlet intitolato “Sudditi” e sottotitolato “Manifesto contro la democrazia”.

Nel libro c’è poi un’altra meravigliosa citazione, una pagina drammaticamente preveggente da “La vita agra” di Luciano Bianciardi (in foto). L’autore grossetano scriveva nei primi ‘60, sembra che parli dell’oggi. Il testo serve a Mannino per ragionare sulla degenerazione del lavoro, che è sotto gli occhi di tutti, e per disegnare la sua Utopia di una Repubblica “fondata sulla bellezza”, come sinonimo di cultura. Va bene, ma basta con questa storia che la cultura riguarda la bellezza. Non è così, lo sappiamo da più di 150 anni. E da altrettanto tempo non abbiamo più la minima idea di che cosa sia la bellezza. Ammesso che prima lo sapessimo.