Quante liste civiche a Padova, aridatece la “vecchia” politica

L’esempio patavino dimostra l’inconsistenza del falso mito della società civile. Che ricicla, più che rinnovare

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

Padova, terza città del Veneto con i suoi circa 210.000 abitanti, vede schierati alle prossime elezioni comunali ben 7 candidati sindaco e 21 liste per 629 aspiranti consiglieri comunali (uno ogni 334 residenti!). Il che testimonia – in un’epoca in cui la politica, latamente intesa, non gode di particolare appeal – di una straordinaria voglia di partecipazione. Non dovrebbe stupire – stante che anche l’impegno civico è una forma di quel “volontariato” in cui Padova, con il resto del Veneto, vanta dati da primato. E le molte liste schierate a sostegno dei singoli candidati cos’altro rappresentano, se non tempo rubato al proprio privato in nome del bene comune? Non è forse la “società civile” che, per tale via, finalmente si riappropria della cosa pubblica per troppo tempo ostaggio della politica politicante? E lo fa attraverso liste che, appunto, si definiscono “civiche” in sprezzo alla malapianta dei politici di mestiere, ovvero di quanti fanno politica locale per difendere rendite di posizione o per trarre illeciti vantaggi agli affari propri o delle consorterie cui sono legati.

Tutto bene, quindi? Beh, in linea teorica sì: donare tempo ed energie per migliorare la città che si ama, è cosa lodevole. Ma il troppo amore, si sa, non sempre porta agli esiti attesi o desiderati. Già, perché non vi è candidato sindaco che – in proprio, o attraverso qualche lista collegata (e rigorosamente “civica”!) – non senta la necessità di proclamare la propria empatia amorosa per la città di Tito Livio. Annullando, nella assoluta mancanza di originalità comunicativa, qualsiasi eventuale differenza di programmi tra le varie formazioni in lizza. Cosicché sull’inflazionato amore per Padova, e sulla opacità/genericità delle linee programmatiche dei sette candidati, fa aggio la composizione delle liste che li sostengono, spesso definite civiche quasi a marcarne la “laicità” rispetto ai politici di professione, ovvero rispetto a qualsivoglia schieramento partitico. E ciò che appare nello scorrerne i nomi, non sempre si concilia con l’idea di una società civile altra e diversa da chi ha inteso la politica come un mestiere.

Tolta Coalizione Civica, il raggruppamento di sinistra che sostiene il prof. Lorenzoni federando, con ambientalisti ed ecologisti di sicura fede, un po’ di iscritti al Pd in dissenso con la dirigenza locale, qualche esponente del nuovo Movimento Democratico Progressista nato dalla scissione dal partito renziano e frange movimentiste/antagoniste, nelle altre “civiche” di società civile io ne vedo ben poca. Almeno nell’accezione che a tale espressione fu data, ai tempi di Tangentopoli, per distinguere chi viveva della propria professione indipendente o di lavoro subordinato dai parassiti del sottobosco politico. Perché tra i candidati consiglieri di alcune di esse troviamo personaggi riemersi da stagioni politiche del passato (eh sì, “a volte ritornano”), mescolati a transfughi della coalizione bitonciana del 2014 e persino a consanguinei di alcuni dei protagonisti della “congiura” che portò alla cacciata del Podestà venuto dal contado e al traumatico scioglimento del Consiglio comunale. Poco rileva ricordarne i nomi, trattandosi in genere di personale politico di scarso peso nei partiti di provenienza. Ciò che conta è la loro ricomparsa nell’indistinto calderone di quella società civile che si intendeva geneticamente diversa da chi vive di politica.

Certo, non manca chi in passato ebbe ruoli incisivi, come il candidato sindaco Rocco Bordin (in foto a destra, assieme a Flavio Tosi), già assessore all’Edilizia pubblica nella giunta di Giustina Destro e poi commissario straordinario dell’ESU di Padova, l’Ente regionale per il Diritto allo Studio dell’ateneo patavino. Coordinatore padovano del Fare (il movimento politico non propriamente di successo del sindaco uscente di Verona, Tosi), Bordin si presenta con una solitaria lista personale in cui è inserita anche la moglie, e si prefigge di intercettare il voto moderato: in particolare di una Forza Italia locale allo sbando e di qualche leghista non salviniano.

Peccato che il voto moderato sia anche il target per il quale il vertice Pd si è inventato la candidatura del patron della catena “NonSoloSport”, Sergio Giordani, sostenuto da ben sei liste. Tra le quali non poteva mancare una civica (“Area Civica”), il cui esponente più noto è il politologo Andrea Colasio, già iscritto al Pci e poi alla Margherita, assessore alla Cultura in Provincia (1995-98), due volte deputato dell’Ulivo (2001-2008), assessore alla Cultura nell’ultima giunta Zanonato (2009-2014) e, infine candidato sindaco nel 2014 per la montiana Scelta Civica. Nonostante l’andamento ondivago di alcune sue scelte (consulente di Bitonci per il Castello dei Carraresi, e una candidatura nella Lista Moretti alle Regionali del 2015), Colasio è tra i pochissimi candidati di questa tornata amministrativa che abbia una visione complessiva della città e della sua identità europea. Ma che c’entra con il confuso insieme della “civica” cui partecipa?

Ecco il limite delle liste cosiddette civiche, a Padova come altrove: di non essere affatto l’espressione di una società civile migliore della vecchia politica, bensì solo un contenitore indistinto di pulsioni e ambizioni le più diverse. Almeno la tanto vituperata vecchia politica forniva punti di riferimento meno ambigui: dove anche il “professionismo” poteva coniugarsi con la competenza. No, questo mimetismo delle “civiche” e della supposta società civile non è, non può essere, migliore della (cattiva) politica d’antan. E a me, francamente, non piace.

(ph: http://www.roccobordin.it)

Tags: , , ,

Leggi anche questo