«Pfas, fino al ’90 la Miteni autorizzata a rilasciarne in aria 15 chili all’ora»

La denuncia è di Perenzoni, consigliere comunale del M5S di Montecchio Maggiore, in un dibattito ad Arcole

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«Fino al 1990 la Miteni ha avuto l’autorizzazione a rilasciare in atmosfera 15mila miliardi di nanogrammi di Pfas all’ora, ovvero 15 chili di Pfas ogni 60 minuti. Come mai questi dati che sono da sempre in possesso della Regione Veneto non sono mai stati debitamente diffusi? E non è giunto il momento di effettuare uno screening serio sui residenti trissinesi?». È questo il quesito “shock” lanciato dal consigliere comunale di Montecchio Maggiore Sonia Perenzoni del M5S (in foto). Un allarme lanciato durante un incontro organizzato ieri sera ad Arcole nel Veronese dalla civica Nuova Arcole rappresentata da Anna Ferraro che ha coordinato i lavori del simposio: al centro del dibattito l’inquinamento da derivati del fluoro, i Pfas, addebitato dall’Arpav alla Miteni, notissima industria chimica attiva da decenni a Trissino nel Vicentino, sud della valle dell’Agno.

Un evento cui hanno partecipato oltre a Perenzoni anche altri quattro relatori: ovvero Piergiorgio Boscagin responsabile di Legambiente per Cologna Veneta; la dottoressa Linda Chioffi responsabile del servizio igiene degli alimenti della «Ulss 9 Scaligera»; Massimo Carmagnani, ingegnere, responsabile del settore ricerca e sviluppo di Acque veronesi e Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente vicentino di «Isde medici per l’ambiente».

La serata, che si è tenuta presso la sala civica del comune veronese, ha fatto registrare il tutto esaurito con oltre centoventi persone che hanno seguito molto animatamente per oltre tre ore a partire dalle nove, gli interventi dei relatori. Boscagin, che ha parlato per primo, cintando le severe conclusioni cui è giunta, proprio in tema di Pfas la commissione parlamentare Ecomafie. Conclusioni che parlano di probabili reati ambientali a partire dagli illeciti «che riguardano l’inquinamento delle acque». Cordiano, uno dei volti più noti della protesta anti Pfas, durante il suo intervento si è rammaricato per i limiti ad oggi adottati dalle autorità. Si tratta di soglie non adeguate, spiega il camice bianco, «spesso adottate per accontentare i desiderata dell’industria». Il medico per di più ha invitato le Ulss coinvolte nel fronteggiare l’emergenza Pfas a pubblicare i loro studi «su riviste specializzate in modo che tali conclusioni possano essere valutate congruamente» dalla comunità scientifica internazionale.

«La contaminazione della falda non corrisponde necessariamente con la contaminazione dell’acquedotto» ha invece spiegato la dottoressa Chioffi, la quale nel rimarcare l’impegno e la serietà delle aziende sanitarie venete nel monitorare la situazione, ha ricordato all’uditorio come Lonigo, Sarego e Brendola appaiono al momento come i comuni più colpiti, mentre per quanto riguarda il monitoraggio epidemiologico sulla popolazione, tutt’ora in corso, sulle prime parrebbe che nel sangue di alcuni allevatori monitorati i valori di Pfas registrati siano ben oltre la media. Sempre Chioffi ha spiegato che l’Oms, ovvero l’Organizzazione mondiale della sanità, pur definendo i Pfas quali «contaminanti emergenti» non ha al momento espresso limiti perentori al riguardo anche in ragione del fatto che non è moltissimo tempo che si indaga sulla tossicità di questi derivati del fluoro. I quali hanno un ampio spettro di applicazione nei più svariati campi industriali, da quello sportivo all’alimentare, sino a quello aeronautico e militare.

Carmagnani durante la sua prolusione si è invece detto molto preoccupato per la presenza di inquinanti derivati del fluoro nella falda di Almisano, «una delle più grandi d’Europa». L’ingegnere ha spiegato per sommi capi il funzionamento della centrale di filtraggio del comprensorio che grazie all’uso di filtri a carbone attivo «ci ha permesso di fornire l’acquedotto di acqua potabile nel rispetto in prima battuta dei limiti precauzionali inizialmente concordati con l’Ulss e poi di rispettare quelli definiti a da Stato e Regione Veneto».

Lo stesso ingegnere tuttavia non ha nascosto i suoi timori per il tipo di inquinamento che Acque veronesi, gestore dell’approvvigionamento idrico anche nella spalla occidentale veronese, si trova ad affrontare. «Si tratta di molecole praticamente indistruttibili» rileva lo specialista il quale aggiunge che col tempo i Pfas a catena molecolare lunga, più facilmente intercettabili «dai filtri a carbone attivo» cederanno il posto, anche in ragione delle nuove politiche di produzione adottate da Miteni, ad elementi a catena molecolare corta. Che sono assai più difficili «da trattenere». Detto in altri termini, anche in ragione degli altissimi costi del filtraggio l’unica soluzione realistica per garantire acqua potabile è quella «di cercare altre fonti di approvvigionamento». Una prospettiva che però, ripete lo stesso ingegnere, «comporta tempi di realizzazione abbastanza lunghi» e presuppone migliorie tecniche nonché nuove infrastrutture, a partire dalla rete e dalle tubazioni, che hanno un costo stimabile di oltre «250 milioni di euro».

L’ultimo intervento invece è stato quello della consigliera Perenzoni, la quale ha illustrato i dati sulla immissione in aria di sostanze Pfas da parte di Miteni. Dati contenuti nella documentazione relativa ad una autorizzazione ambientale che la Sezione ambiente della commissione tecnica della Regione Veneto rilasciò alla ditta 27 anni fa con un documento registrato al protocollo 796 del 12 aprile 1990. «Vorremmo capire che diavolo si sono respirati i trissinesi quanto meno sino al ‘90 e se lo stabilimento immetta ancora oggi quelle sostanze in aria» si è domandata l’esponente del M5S. Che ha anche indirizzato un duro j’accuse alla fabbrica, alla Regione e al governo. Un j’accuse in cui è stata ribadita la necessità di una bonifica totale. Ma anche la necessità «di sequestrare il sito come è stato più volte chiesto alla magistratura di Vicenza», ha concluso la Perenzoni a margine della serata.

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