Massaro l’acchiappavoti: «i partiti studino la mia Belluno davvero civica»

Il sindaco uscente ha umiliato il suo ex partito, il Pd, e ora è favorito al ballottaggio: «vi spiego come ho fatto»

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Poco dopo il primo turno delle amministrative, l’11 giugno scorso, le liste civiche sono diventate l’osservato speciale: sono state loro le incontestabili vincitrici, facendo ombra ai partiti. Ma per capire la situazione odierna, è necessario uno sguardo a ritroso nel tempo. Cinque anni fa, Belluno è stata il vero laboratorio di questa riscossa del civismo. Nel 2012 Jacopo Massaro, con un passato nel Pds e nell’Ulivo e tra i fondatori del Pd nel 2008, lascia il suo stesso partito accusandolo di non avere scelto le primarie, «una delle colonne portanti dello stesso Pd» per la selezione dei candidati alla carica di primo cittadino. Alle comunali Massaro, al quale si è aggiunta una agguerrita pattuglia di transfughi del centrosinistra, sfida tutti quanti, compresa la candidata ufficiale del Pd Claudia Bettiol, che al secondo turno batte clamorosamente.

La settimana scorsa la storia si è ripetuta e stavolta con una affermazione ancora più clamorosa. Massaro con la sua InMovimento, appoggiata da altre formazioni civiche, sfiora il 47% staccando Paolo Gamba (25,10%), pure lui sostenuto da una serie di liste civiche «dietro alle quali però – rimarca Massaro – ci sono i partiti. Il che evidenzia una tendenza abbastanza diffusa da parte degli stessi a camuffare i loro problemi e le loro contraddizioni sotto l’ombrello dei raggruppamenti civici che poi però nascondono, e nemmeno tanto bene, le liason con i piani alti della politica. Basti pensare all’appoggio fornito al mio sfidante Gamba dal senatore azzurro Giovanni Piccoli, il coordinatore provinciale di Fi» (a cui si è aggiunto quello dell’eurodeputato Remo Sernagiotto, già Fi, ora con i Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto).

A sentirla in questo modo sembrerebbe che Massaro – fiorentino giunto dall’Arno sulle dolomiti bellunesi ad appena dieci anni quando il babbo vinse un concorso in magistratura – sia un acerrimo avversario dei partiti tout-court: «non è così. Basta leggere il peso che affida loro la Costituzione. Il problema è che negli anni hanno smesso di essere una sana cinghia di trasmissione tra l’elettorato e le istituzioni e al contempo hanno perso un’altra loro funzione importantissima che è quella di immaginare una visione ampia per il futuro della società. E questi sono i motivi, tra gli altri, per i quali abbiamo fondato InMovimento che ritengo sia uno dei laboratori più innovativi del Paese». Massaro, classe 1974, funzionario nella azienda sanitaria locale, si spinge oltre e spiega che «in una lista civica possono anche convivere persone che provengano da culture politiche molto diverse come è possibile che siano presenti persone legate ai partiti. Quello che deve essere chiaro, per come la vedo io, è che tali soggetti una volta che si impegnano nella lista non debbano e non possano rispondere agli ordini di scuderia delle rispettive segreterie».

Si tratta di una formula articolata rispetto alla quale poi conta «come uno governa la città. Io – sottolinea il primo cittadino uscente – credo che noi si sia amministrato bene tanto da avere intercettato anche il voto di chi si colloca nel centrodestra». Tra l’altro in una Belluno che non deve fronteggiare i problemi o le polemiche che interessano centri come Verona o Padova, il dibattito sui temi amministrativi è parso meno infuocato. Anche se i motivi di scontro non mancano: la viabilità, il traffico che pesa in zona Lambioi, la ventilata realizzazione del nuovo ponte fra San Pietro in Campo e Sagrogna, per alleggerire i flussi che oggi gravano sulla sinistra Piave e su via Vecellio. I candidati pur con i dovuti distinguo si sono detti favorevoli.

C’è però un tema che ha dato più di una gatta da pelare all’amministrazione, quello delle microcentrali idroelettriche: argomento che nel Bellunese scatena da tempo da parte di molti abitanti e di molti comitati una serie di polemiche al vetriolo contro la Regione Veneto. Che autorizza spesso queste strutture, considerate troppo impattanti nei confronti degli ecosistemi fluviali e montani, senza che la stessa norma regionale preveda un parere vincolante da parte dei Comuni. «Il che limita quindi l’autonomia gestionale» degli stessi enti locali, sottolinea Massaro. «È in questo contesto che il governatore leghsita Luca Zaia – attacca il primo cittadino – sta lanciando un referendum sull’autonomia dal forte sapore elettoralistico senza che si considerino le specificità di una provincia come quella di Belluno, da anni relegata ai margini proprio per colpa della politica regionale a partire dalle scarse risorse negate ad un territorio montano come il nostro, in primis in materia di gestione stradale e trasporto pubblico. Tutti sanno infatti quanto sia estese la rete stradale provinciale, quanto costi un trasporto locale che insiste soprattutto su trade di montagna, spesso in salita e con bassi numeri di utenza. Fattori che spingerebbero per un’ampia autonomia e una dotazione ad hoc di risorse da attuare in aderenza coi principi specifici già in vigore nella Carta costituzionale».

Ma dopo cinque anni la giunta non ha nememno un rimprovero per sé stessa? «In termini di autocritica devo dire che poco è stato fatto sul piano ambientale. Appena arrivati in municipio abbiamo trovato 11 milioni di euro di deficit. Ci siamo dovuti concentrare su questo versante per rimettere i conti in ordine abbassando a soli due milioni lo stock del rosso ed è stato durissimo anche in ragione delle centinaia di migliaia di euro di rosso presenti pure in alcune partecipate comunali e nel teatro. Poi abbiamo cominciato a riorganizzare la macchina comunale. Abbiamo dato vita ad un esteso programma di riqualificazione scolastica e in concerto con le famiglie, abbiamo lavorato molto sull’immateriale, cioè sulla cultura dando vita a in vero programma di educazione finalizzato alla acquisizione di una autentica coscienza civica di cui tanto si parla anche se poi troppo spesso tali intendimenti rimangono lettera morta. Abbiamo ridotto all’osso il consumo di suolo puntando sul riutilizzo di sedimi già esistenti e questa è un’altra mezza rivoluzione per un Paese come l’Italia».

Un impegno che se si leggono i numeri del primo turno è stato premiato. Non solo i voti del raggruppamento di Massaro sono aumentati, non solo Gamba, l’avversario diretto, è staccato di oltre venti punti percentuali, ma il candidato dell’area leghista Franco Gidoni si è piantato all’11%, e soprattutto il suo ex partito, il Pd, è sceso al 10%, col suo candidato fermo all’8,95% fino al 3,63% che ha addirittura relegato al ridicolo la performance del M5S, che della concezione in senso civico del Comune dovrebbe essere la vestale autentica. L’affermazione di Massaro così netta che gli ha addirittura dato il peso per potere rifiutare sostanzialmente l’offerta del Pd che, senza accordi, al secondo turno voterà comunque per lui. Una sorta di resa incondizionata che Massaro sembra quasi ignorare preferendo però lanciare un messaggio a tutti i partiti proprio alla luce di quanto accaduto nel Veneto al primo turno: «Nessuno ha intenzione di farli fuori ma se non si capisce che questi si devono aprire alla società civile in modo autentico e non con operazioni di facciata, allora prima o poi saranno gli elettori a trarne le conseguenze».

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