Mose e Pedemontana, pioggia di soldi pubblici a lobby private

Siamo al secondo posto in Europa per connettività e sopra la media nei collegamenti. Il problema è come gestiamo il business delle “grandi opere”

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Un modo per distribuire soldi pubblici a gruppi d’interesse trasversali che vanno dall’imprenditore al banchiere al politico è certamente il business delle grandi opere, soprattutto stradali e ferroviarie. Lo schema è relativamente semplice e ruota intorno a tre dogmi: a) la mancanza d’infrastrutture che limita lo sviluppo e la produttività, accrescendo i costi per le imprese; b) la sottostima dei costi contrapposta alla sovrastima dei benefici; c) la corruzione delle regole.

Gli esempi del Mose e della Pedemontana veneta sono illuminanti. Notevole la serie di infrastrutture programmate quasi tutte con lo strumento del project financing. Questo l’elenco: Nogara-Mare Adriatico, Nuova Valsugana, prolungamento A27 Mestre/Belluno da Pian di Vedoia a Longarone, tangenziali venete da Peschiera a Padova, grande raccordo anulare di Padova, autostrada “Vie del mare” da Meolo a Jesolo, terminal della Costa Veneta, porto off-shore a 16 chilometri dalla costa, diga esterna a difesa del porto off-shore (con pietrame importato dalla Croazia a beneficio delle cave acquistate da italiani), terminal per traghetti in laguna area di Fusina, metropolitana lagunare di Venezia.

Mose, Valdastico Sud e Pedemontana veneta rappresentano gli esiti patologici del procedimento di approvazione delle opere con connesso sperpero di denaro pubblico, in modo diretto e indiretto. Il ministro del trasporti Delrio ha addirittura modificato la denominazione dell’Allegato al Def che da “Allegato Infrastrutture” è diventato “Connettere l’Italia: fabbisogni e progetti di infrastrutture”.

Sull’argomento fabbisogno cito la ricerca di Banca Italia, “Le infrastrutture in Italia: dotazione, programmazione, realizzazione”, riportando quanto scrivono i due ricercatori Alampi e Messina: «La quantità di strade e di ferrovie rappresentano sicuramente informazioni importanti ma da sole non sono sufficienti a fornire una rappresentazione realistica di come i trasporti funzionano effettivamente a servizio di una economia locale». I due economisti elaborano un nuovo indice basato sui tempi di trasporto, che consente di valutare due parametri: 1) la presenza fisica di un’infrastruttura; 2) l’efficacia nel collegare luoghi con i mercati importanti per detti luoghi.

Proprio sul piano della connettività con l’Europa, il nostro Paese risulta efficiente addirittura risultando al secondo posto dopo il Lussemburgo. Anche nelle ferrovie la posizione italiana è sopra la media europea anche se dietro Francia, Belgio e Germania. Certo ci sono delle eterogeneità a livello territoriale ma il dato di riferimento è che a collegamenti stradali e ferroviari siamo sopra la media dei 27 Paesi UE.

Il 57% dei mezzi di trasporto delle merci sulle nostre strade viaggiano vuoti. Insomma nei viaggi di ritorno i mezzi trasportano aria. Sulla sottostima dei costi basta vedere di quanto è aumentato il costo del Mose, del Passante di Mestre, della Pedemontana veneta, dell’alta velocità Bs-Vr-Pd e potremmo andare avanti occupando l’intero foglio per finire.

Infine la corruzione delle regole: il Mose con valutazione di impatto ambientale negativa ha avuto la vicenda a tutti nota di corruzione, e oggi si propone un nuovo grave caso ovvero la scomparsa del documento per la salvaguardia della Laguna. Un documento che tutelava un ecosistema unico al mondo. In gergo tecnico si chiama “Piano Morfologico” e contiene quanto va fatto per preservare una delle Lagune più grandi esistenti al mondo.

Infine l’esempio incredibile della Pedemontana veneta: segnata da commissari straordinari, procedure speciali di approvazione, mancata verifica di ottemperanza sulle prescrizioni Via, costi lievitati, intervento pubblico notevole in un contratto dove i soldi dovevano metterceli quasi tutti i privati. Il rischio Pedemontana per il bilancio della Regione Veneto varia tra gli 8 e i 10 miliardi. Queste brevi note dimostrano che la tesi della distribuzione di soldi pubblici a lobby politiche, finanziarie e imprenditoriali è solidamente fondata.

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