Pfas, il passato “giapponese” del presidente Miteni

Secondo l’azienda di Trissino la richiesta di analisi ambientali è stata fatta da Mitsubishi. Fra i lavoratori serpeggia lo scontento verso i sindacati. E contro i benefit

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Gli attuali vertici della Miteni di Trissino erano a conoscenza del grave stato ambientale in cui oggi versa la fabbrica per l’inquinamento da Pfas? Nell’inchiesta della magistratura vicentina una relazione degli investigatori coordinati dai carabinieri del Noe ha svelato che l0azienda sapesse del grave stato dello stabilimento e delle implicazioni sul piano ecologico che la cosa comportava. L’amministratore delegato Antonio Nardone ha sempre respinto al mittente ogni addebito, puntando l’indice sul vecchio proprietario di Miteni, ovvero la Mitsubishi. E respinta al mittente anche ogni eventualità che una parte degli attuali vertici aziendali avessero contezza della situazione già prima che nel 2013 l’Arpav e l’Istituto Superiore di Sanità certificassero il vasto caso di contaminazione che interessa tre province (Verona, Padova e Vicenza) e che ha come epicentro proprio Trissino, ovvero il Comune dell’Ovest Vicentino in cui è insediato l’impianto che produce i Pfas, i temuti derivati del fluoro.

IL SEMPITERNO MCGLYN
L’attuale presidente di Miteni, l’irlandese Brian Anthony McGlyn, come risulta dai documenti camerali, nel 2008, ovvero un anno prima che Miteni abbandonasse la casa madre giapponese Mistubishi per la germanico-lussemburghese Icig, già ricopriva l’incarico di consigliere delegato di Miteni. McGlyn risulta, come Nardone, tra gli indagati nell’ambito dell’affaire Pfas. Da questo punto di vista l’azienda ammette che McGlynn già nel 2008 fosse amministratore delegato Miteni, ma tiene a precisare che «la richiesta di analisi ambientali sul sito è stata fatta da Mitsubishi e non da Miteni, come risulta dai contratti e dai documenti». Sul punto, la società non aggiunge altro.  Si tratta di una risposta che  genera un dubbio: se è vero che da contratto Miteni può affermare che le analisi, che oggi si scopre avevano fotografato anzitempo la situazione critica che interessa l’impianto, fossero nella disponibilità solo di Mitsubishi, perché in sede di compravendita i nuovi proprietari non hanno preteso per contratto tutti i riscontri tecnico-scientifici di cui la vecchia proprietà era in possesso, anche dal momento che un loro uomo di fiducia come McGlyn era transitato dalla precedente alla attuale gestione? Se io compro un Rolex e il venditore mi garantisce che è in possesso di un certificato di autenticità, prima di pagare un orologio che potrebbe essere falso pretendo l’esibizione immediata di quel certificato. E come mai a tutt’oggi Miteni, che se ne sappia, non ha ancora formalizzato alcuna azione legale verso la vecchia proprietà? C’è il timore per caso che se così fosse, Mitsubishi potrebbe chiamare in causa proprio McGlyn?

REGIONE E PROVINCIA
Da settimane la Provincia di Vicenza, guidata da Achille Variati (Pd), ha avviato l’iter per l’aggiornamento della autorizzazione ambientale integrata, l’Aia, che sovrintende ad ogni permesso in capo all’attività. Provincia e anche Regione Veneto dovrebbero esaminare alcune richieste di integrazione rispetto al funzionamento degli impianti. Tali richieste avrebbero messo sul chi va là alcuni funzionari provinciali che si sarebbero interrogati su un aspetto tecnico molto preciso: le implementazioni richieste potrebbero dare al privato la possibilità, in qualche maniera, di incenerire alcuni scarti di lavorazione, proprio per conto terzi, derivanti dal ciclo dei Pfas e in particolare di una sottocategoria di questi ultimi, i temutissimi Pfoa? Ed è plausibile la eventualità che la Miteni, ottenute quelle implementazioni, possa smaltire conto terzi i Pfoa di altre società, come Solvay, che con queste sostanze hanno problemi di non poco conto? Questi dubbi sarebbero stati più volte riferiti al consigliere provinciale Matteo Macillotti, delegato all’ambiente.

LIASON BELGA
In realtà un legame tra il colosso belga Solvay e Miteni è già oggi in qualche modo riscontrabile. Luigi Guarracino, ex amministratore delegato di Miteni, e indagato pure lui pure lui per il caso Pfas, è stato un pezzo grosso della Solvay-Ausimont; come top manager di questo ultimo gruppo è stato processato e condannato in primo di grado (alla sentenza è stato proposto appello) per la vicenda cugina di quella di Trissino, ovvero quella di Spinetta Marengo in provincia di Alessandria. La sentenza tra l’altro, particolarmente severa, è divenuta oggetto di studio in ambiente giuridico. E anche il presidente McGlynn, stando alla sua pagina LinkedIn risulta essere stato in forza alla multinazionale belga, nella cui compagine ha un passato un altro importante dipendente di Miteni (estraneo quest’ultimo all’inchiesta della procura berica), ovvero Marcello Zanonato, ingegnere specialista in sistemi di controllo. Sul conto dell’ingegnere c’è una curiosità. Il fratello Flavio Zanonato è stato già sindaco Pd di Padova (oggi è in Mdp-Articolo 1) ma anche ministro allo sviluppo nel governo Letta dal 2013 al 2014. Quest’ultimo è un biennio particolare, quello in cui deflagra l’affaire Pfas. Marcello Zanonato approda in Miteni nel 2014. Da questo punto di vista la società è netta: «l’ingegnere Marcello Zanonato è professionista di grande valore ed è stato assunto per la sua preparazione; è stato assunto in prova con un contratto a tempo determinato nel gennaio del 2014 e successivamente confermato a tempo indeterminato nel gennaio del 2015. Miteni non ha mai avuto alcun rapporto con l’ex sindaco e ex ministro suo parente».

FRONTE SINDACALE
Frattanto sul fronte sindacale la situazione rimane tesa. Anzitutto ci sono le rappresentanze aziendali dei lavoratori hanno dichiarato lo stato di agitazione. Lamentano la decisione dell’azienda di disdire i cosiddetti accordi di secondo livello. Accordi addizionali al contratto nazionale siglati nei decenni passati che costituiscono, almeno secondo il sindacato, migliorie del contratto nazionale in termini di sicurezza, di organizzazione e di trattamento economico. Miteni però la vede diversamente spiegando che il mancato rinnovo «del contratto di secondo livello è la conseguenza di una indisponibilità dell’Rsu e del sindacato a discutere un accordo vecchio di quarant’anni e palesemente obsoleto». I malumori tuttavia vanno oltre la usuale dialettica giacché tra i lavoratori starebbe serpeggiando il malcontento per una posizione delle tre sigle provinciali confederali, ovvero Cgil, Cisl e Uil, «troppo morbide nei confronti dell’impresa». Critica che sarebbe stata rivolta in primis alla Cisl. Di più, tra le maestranze si starebbero moltiplicando le lamentele per un sindacato «che non ha ancora attivato i propri consulenti medici e legali in previsione di una dura azione giudiziaria sia civile che penale da mettere in correlazione con l’esposizione da Pfas patita negli anni».

BENEFIT
Una amarezza cui si starebbe sommando quella che deriva dal fatto che l’azienda, che pure sta navigando in acque agitate, non si sia negata di concedere benefit ad alcuni manager. Di qui la battuta per lo «schiaffo umiliante» che circola da qualche giorno a mezza bocca fra i dipendenti: «quello che ci prendono disdettando gli accordi aggiuntivi se lo rimangiano in benefit». Sui modelli non c’è certezza: si parla di un’Audi A7 e una Alfa Romeo Stelvio. Interpellata in merito, l’azienda si è limitata a spiegare che i benefit conferiti ai dirigenti «sono previsti dai contratti in essere e fanno parte delle retribuzioni concordate al tempo dell’assunzione».

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