Il romanzo più originale dell’anno

In Italia la medio-piccola editoria è coraggiosa, i grandi nomi cercano guadagno. Dalla Tunué Edizioni, nella collana di narrativa diretta da Santoni, arriva un libro senza eguali nel panorama editoriale nostrano

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Difficile stabilire da quanto tempo non si vedesse qualcosa di simile in Italia. Se un romanzo affine aveva avuto corso editoriale in passato, certamente ciò era avvenuto in sordina. Era necessaria una collana di narrativa temeraria come quella diretta da Vanni Santoni alla Tunué Edizioni, per dare spazio a un’opera tanto peculiare e atipica da risultare pressoché un unicum.

Questa casa editrice si era distinta sin dall’inizio per le sue pubblicazioni. Era stata candidata allo Strega, nel 2016, – ovviamente senza vincere, chissà perché?! – e aveva preso nella sua scuderia una ragazza che, al Calvino, aveva guadagnato una menzione speciale per la sua opera prima. Il tutto nello spirito di ricavarsi una propria nicchia di unicità nella vasta produzione editoriale nazionale, selezionando sempre lavori caratterizzati da una spiccata originalità stilistica.

Purtroppo, a fronte dell’encomiabile proposito, i risultati ottenuti non sempre erano stati all’altezza delle aspettative. Come insegnava uno dei più grandi esperti di estetica del secolo scorso, Theodor Adorno, il nuovo si riduce sovente a un vuoto “Ecco qua!”, ovvero a un tentativo di innovare gratuito e fine a sé stesso. Senza fare nomi, ma confessandolo a malincuore, un loro testo di notevole rottura sul piano lessicale, che all’inizio poteva risultare affascinante e interessante, superata la prima metà si rivelava confuso e noioso, un mero esercizio di stile forzato a tal punto da fare venire il mal di testa. Un altro, più classico dal punto di vista formale e segnato da una prosa consapevole, a tratti dalle superbe venature liriche, sfortunatamente si squalificava con una trama tanto assurda da suscitare più ilarità che senso del dramma.

(In ordine da sinistra: Vanni Santoni, il logo della Tunué Edizioni, e Francesco D’Isa)

Di tutt’altro livello La stanza di Therese del giovane Francesco D’Isa, autore con diverse prove narrative alle spalle, che qui trova il suo zenit. Un’opera matura la sua, in cui la commistione tra forma e sostanza risulta quasi inoppugnabile, aggiungendo peraltro – e non è cosa da poco – una struttura viva e pulsante, di inconsueta originalità, nella statica e incancrenita prassi della scrittura italiana.

Ascrivibile a pieno titolo al solco della tradizione europea del romanzo filosofico, l’opera possiede l’insolita caratteristica di essere priva di avvenimenti e allo stesso tempo incredibilmente avvincente. È la storia di Therese, una donna di ventotto anni, che a un certo momento, a seguito di un incidente automobilistico, in cui un camion ha centrato in pieno il suo autoveicolo, si vede concedere un cospicuo indennizzo. Trascorsi i mesi di convalescenza in ospedale – si tratta sempre di particolari di cui il lettore verrà messo a parte durante il corso della narrazione –, la donna decide, senza alcun preavviso, di rinchiudersi volontariamente in una stanza d’albergo, simulando un viaggio di piacere intorno al mondo.

Unica persona a conoscenza della menzogna è la sorella, con la quale Therese intrattiene un rapporto epistolare. Si evince dal testo che la donna usa il computer per scrivere le sue lettere (in cui inserisce inoltre immagini e foto a carattere illustrativo), che poi spedisce a mezzo posta, e che le vengono rinviate dalla sorella, con annotazioni e puntualizzazioni a margine. Non esistono quindi delle vere e proprie repliche, o almeno non ne viene data notizia al lettore, ma solo secche note a lato del corpo del testo, o alla fine, riprodotte nel volume con un particolare font che replica una possibile calligrafia femminile.

(La copertina di La stanza di Therese)

Nella sua clausura volontaria, la protagonista avrà occasione di passare in rassegna il rapporto conflittuale e competitivo entro la cui dialettica morbosa la sorella ha deciso di improntare le loro interazioni fin dall’infanzia. Ma, soprattutto, Therese ha modo di fare i conti con tutti quei problemi di natura astrattamente filosofica, ma in verità dalle ricadute profondamente umane, che la tormentano fin dall’adolescenza.

I presupposti sono semplici. A livello esistenziale, “tutto quello che la gente faceva era… non sbagliato, neppure stupido, e nemmeno meschino. Dissi insignificante, sì, e minuscolo, deprimente. Ero stufa […] Stufa della gente che vuol arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole, essere interessante. Non avevo timore della competizione, anzi, avevo paura di volerla, era questo che mi terrorizzava. Ero stufa di non avere il coraggio di essere nessuno e basta”.

Sul piano metafisico invece: “Che importanza hanno le cose che facciamo se non cancellano il dubbio, il rumore di fondo della vita? Che valore hanno successo, potere, amore, piacere, dolore e desideri, davanti all’infinito? Una volta pensata la domanda non c’è via di ritorno”.

Non si spaventino i lettori. A fronte del portato intellettualistico dell’opera, la narrazione scorre con una linearità sorprendente. Per certi versi affine a una tradizione che in Francia va da Sartre a Camus, e conosce raffinatissime declinazioni anche in America Latina, per esempio con La passione secondo GH di Clarice Lispector, nell’opera di Francesco D’Isa la pesantezza filosofica unita all’avvitamento maniacale tipico dei protagonisti di testi simili si tramutano in passi di cristallina trasparenza. In fondo, le domande fondamentali dell’uomo fanno trasecolare, ma sono semplici, oppure è l’autore, che in stato di grazia, è riuscito a renderle tali.

(Tre grandi esempi di romanzo filosofico: La nausea di Jean Paul Sartre, Lo straniero di Camus, La passione secondo GH di Clarice Lispector)

Si tratta di un romanzo che si potrebbe leggere a diversi livelli. Un livello metafisico: semplificando, un credente vi vedrà l’urgenza della domanda metafisica che torna a porsi anche nel nostro tempo iperveloce e tragicamente edonista. Un livello materialista, o determinista sociale: un marxista, per esempio, vi guarderà come all’estremo tentativo di fuga, in una dimensione trascendente, tipico di una ex media borghesia alla canna del gas, che si intontisce con la droga metafisica – la religione è l’oppio dei popoli –, per sfuggire al dramma sociale ed economico di una nazione che prima l’ha vista rifulgere e ora miseramente tramontare.

Non resta che leggere lasciandosi trascinare, ritrovandosi in un pensiero filosofico che si modella di volta in volta sull’ondivago andamento emotivo dell’essere umano Therese. Una narrativa di contenuti – espressione che è stata usata anche per descrivere i romanzi di Houellebecq – in cui il concettuale non travalica l’umano, ma vi naviga a stretto contatto entro il mare in perenne burrasca dell’esistenza. Un libro per tutti e per nessuno, un’audace iniziativa editoriale, un testo che non si può perdere, perché opere del genere capitano di rado nel corso di un secolo.

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  • Bell’articolo, leggerò questo libro. Unico appunto? Io l’Incretolli l’avrei nominata anche in modo esplicito, perché tutta questa segretezza?