La “griffe” dei registi italiani illumina Rossini

Al Rof di Pesaro, Pizzi porta la comicità della “Pietra del paragone” negli anni ’50, con sorprendenti effetti glamour. Martone rilegge Torvaldo e Dorliska con fluidità intelligente: tutto il teatro e non solo il palcoscenico sono il “set” del suo spettacolo

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«Tutti i generi sono validi, tranne quello noioso», pare abbia detto una volta Gioachino Rossini. Non parlava per se stesso, quando fece questa battuta aveva già smesso di scrivere per le scene, ma sottolineava un imperativo inderogabile, che non sempre i suoi colleghi riuscivano ad attuare, nel secolo dell’opera come spettacolo popolare. Quanto a lui, i generi li aveva frequentati tutti, o quasi. Con esiti differenti a prescindere dalla noia eventualmente suscitata (qualche volta dev’essere pur accaduto: non c’è stato solo “furore”, come chiamava lui i successi), ma con l’allure dell’uomo di teatro che sapeva di non potersi sottrarre ai gusti correnti, alle scelte degli impresari, ai grilli dei cantanti.

E così oggi il Festival di Pesaro può muoversi lungo un fronte multiforme. Che non riguarda solo la rarità dei titoli (o la loro popolarità), il rigore delle revisioni critiche, la qualità dello stile vocale, l’innovazione delle letture registiche, ma anche – appunto – la varietà dei generi. Le tre produzioni operistiche del festival di quest’anno (edizione numero 38), sembrano studiate apposta per offrirne un bel ventaglio.

C’è il tragico in chiave francese, Le siège de Corinthe, sul quale ci siamo già soffermati. Ma c’è anche il comico giovanile, La pietra del paragone (anno 1812, debutto alla Scala di Milano; successo) e c’è il “semiserio”, o “mezzo carattere”, rappresentato da Torvaldo e Dorliska, che precede di due mesi Il Barbiere di Siviglia e debuttò sulla stessa piazza senza grande successo (Roma, dicembre 1815) avendo come autore della poesia lo stesso librettista, Cesare Sterbini.

Anche se piaceva enormemente a Stendhal, La pietra del paragone dopo l’iniziale affermazione e una notorietà proseguita per buona parte dell’Ottocento (se ne trova traccia ancora in Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro, con la filastrocca “Ombretta sdegnosa del Missipipì”, che altro non è se non la citazione dell’Aria comica del poetastro Pacuvio che inizia con queste parole) è uscita rapidamente dai radar. Anche dei responsabili del Rof, se è vero che in 38 edizioni è stata proposta solo due volte, la prima nel 2002 e la seconda in questi giorni.

L’edizione è la stessa, firmata dall’inossidabile Pier Luigi Pizzi, 87 primavere. La scenografia è glamour: una villa in stile anni ’50, con piscina (reale) e campo da tennis (immaginario). La piccola umanità di profittatori e parassiti che ruota intorno al padrone di casa (le donne vogliono accalappiarlo come marito, lui si traveste per capire chi è sincera e chi no) è fatua ed azzimata come si conviene a una vicenda leggera leggera nella trama, ma certo non altrettanto in una partitura che ha i suoi pregi, le sue improvvise apparizioni del genio (mancano pochi mesi all’Italiana in Algeri e Tancredi), ma anche lungaggini, pretenziosità, banalità.

Il bilancio è comunque positivo proprio in virtù dello spumeggiante spettacolo di Pizzi e di un’esecuzione che ha il suo punto di forza nella bacchetta di Daniele Rustioni, brillante e coinvolgente, e nella duttile qualità di suono dell’Orchestra sinfonica della Rai. Compagnia di canto diseguale, con molti giovani e qualche esperto. Tale è il brillantissimo Paolo Bordogna, personaggio da film di Totò e Peppino, mentre il debuttante Gianluca Margheri (il conte Asdrubale) esibisce fisico palestrato evidenziato spesso dalla tenuta balneare, ma non è altrettanto prestante vocalmente. Flebile, pur se corretto, il festeggiatissimo tenore Maxim Mironov, interessante il mezzosoprano Aya Wakizono, che ha fraseggio preciso e interessante colore.

La pietra del paragone

Un’altra ripresa completa il trittico pesarese, questa volta nel raccolto teatro Rossini. Le atmosfere in bilico fra brillante e drammatico di Torvaldo e Dorliska, con progressivo peggioramento della situazione (ratto di una sposa da parte del cattivone, ricatto sessuale per la salvezza del maritino) prima del lieto fine e del trionfo dei buoni, trovano nella regia di Mario Martone una rappresentazione fluida e intelligente, che serve bene la vicenda grazie anche all’impianto scenico di Sergio Tramonti, che gioca gli spazi della platea per rovesciare la prospettiva e fare dell’intero teatro il castello in cui si svolge tutta la vicenda.

Nella partitura brillano i finali e alcuni numeri d’insieme (il terzetto tutto maschile del primo atto, il duetto fra i due protagonisti in titolo nel secondo) che disegnano un’articolazione drammatica non banale e brillano per una scrittura vocale molto virtuosistica. Su questo piano, si propone al meglio Salome Jicia, Dorliska che ha l’agilità, il timbro, la duttilità espressiva delle belcantista di vaglia, solo appannati da sparse forzature sul sovracuto. Energico ma non davvero inquietante Nicola Alaimo, il perfido Duca, mentre Carlo Lepore ne tratteggia l’astuto servitore con pienezza vocale e scenica. Notevole smalto e splendido squillo esibisce il tenore Dmitri Korchak come Torvaldo, di livello anche i comprimari Raffaella Lupinacci e Filippo Fontana. Alla guida dell’orchestra sinfonica G. Rossini c’era Francesco Lanzillotta, attento ai particolari, incline a un fraseggio elegante, un po’ troppo morbido.

Torvaldo e Dorliska

Alla prima, il teatro Rossini era gremito. Non così per le altre due opere nell’anonima e vasta Adriatic Arena. Il festival prosegue fino al 22 agosto: informazioni e biglietti sul sito istituzionale.

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