Referendum, e se Zaia facesse flop? Ecco cosa accadrebbe

Il presidente leghista del Veneto aveva già un mandato “pesante” dalla vittoria nel 2015. Ora ne vuole uno diretto sull’autonomia. Che dovrà essere ancora più forte

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«Una cosa è certa: se il risultato dell’affluenza non sarà soddisfacente, le carte dell’autonomia le chiudo in fondo a un cassetto». Luca Zaia lo ripete da settimane, come un mantra motivatore e scaramantico. E’ lui stesso a spostare in alto l’asticella della vittoria, ben oltre il quorum del 50%+1, fissato in 2.075.847 votanti. Lui vuole andare oltre, non vuole sentirsi dire da Roma che la metà dei veneti ha disertato la chiamata e pretende un «grande risultato con cui chiedere in primis tutta l’autonomia prevista dal Titolo Quinto della Costituzione». Difficile tradurre in cifre cosa significhi “grande risultato”. Ma, stando ai parametri e alle ambizioni del presidente leghista, è chiaro che se a barrare alla casella del SI sarà meno del 60% di veneti (ovvero 2,5 milioni di persone) il risultato non potrà corrispondere ad un successo.

Ma quali conseguenze ci sarebbero e quale dazio politico si ritroverebbe a pagare in primo luogo Zaia in caso di flop? Il diretto interessato dice che «non la sentirei come una mia sconfitta, perché questo è un referendum proposto in Consiglio regionale ed è figlio di vent’anni di tentativi» e fa di tutto per non personalizzare la competizione, ripetendo che questo è il referendum dei veneti, non della Lega, non dei partiti e, men che meno, non suo.

In realtà, parole a parte, la macchina referendaria voluta ostinatamente da Zaia è frutto della sua ambizione plebiscitaria. In realtà, il suo quorum personale Zaia lo ha conquistato il 31 maggio 2015, eletto presidente con il 50,1%: un risultato stratosferico se si pensa che è stato ottenuto in un turno secco, dove per vincere bastava avere un voto in più degli altri. Andò a finire che agli avversari Zaia lasciò poche briciole, guadagnandosi una delega piena da parte dei veneti. Compresa quella di ottenere per via istituzionale una maggiore autonomia per il Veneto.

Zaia dunque vuole chiedere, con il referendum, un mandato che ha già in mano da tempo, peraltro rinnovato per via ufficiosa attraverso i periodici indici di gradimento che lo accreditano come presidente di Regione più amato d’Italia. Un ipotetico flop rappresenterebbe uno schiaffo alle ambizioni del presidente. Ridimensionerebbe innanzitutto quelle di caratura nazionale, sia nell’ottica di una sua potenziale candidatura a premier che nella prospettiva più concreta di diventare ministro in un governo di centrodestra. Ed è l’atteggiamento freddo di Matteo Salvini nei confronti del referendum a confermare che dietro la consultazione del 22 ottobre c’è in palio anche una ghiotta fetta di leadership: un successo autonomista oscurerebbe la linea “nazionalista” salviniana. E viceversa.

Sul fronte veneto invece, sempre in caso di flop, Zaia pagherebbe uno scotto minore, ma comunque non indolore. Il presidente, più che altro per mancanza di competitor, non verrebbe messo in discussione per una sua nuova corsa, nel 2020, verso il terzo mandato. Ma dal 23 ottobre in poi non avrebbe più altre carte propagandistiche da giocarsi. Dovrebbe, in altri termini, fare il presidente e portare a casa risultati ben più sostanziosi di quei provvedimenti e leggi spot che hanno segnato questa legislatura aprendo di continuo provocatorie trincee anti-Stato che si sono tradotte in numerosi contenziosi costituzionali, per giunta dal costo assai elevato per le casse regionali: oltre mezzo milione di euro in soli due anni.

Oltre a chiudere nel cassetto l’autonomia per qualche tempo, senza peraltro potersela prendere con i veneti che liberamente hanno disertato le urne, Zaia sarebbe chiamato a dare risposte concrete ai veneti. Con o senza autonomia, c’è infatti la necessità che la Regione riprenda possesso del proprio ruolo programmatorio e di guida nel cambiamento del Veneto. I Piani, le riforme, sono atti che la Regione già autonomamente può e deve fare. E se proprio Zaia dovesse prendersela con qualcuno, per la mancanza di risorse e autonomia, dovrebbe farlo con se stesso e con la scelta di non mettere istituzionalmente sul piatto il proprio largo consenso, bensì un ambizioso plebiscito personale, per forzare la mano con Roma.

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  • Greg Farronato

    Un governatore di regione può candidarsi per il terzo mandato? Credevo ci fosse un limite di due mandati.