Rischio alluvione, Veneto pronto? No

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A quattro anni dalla Grande Alluvione e a sette mesi dall’ultima (che non era da meno, anzi: 3.472 metri cubi d’acqua contro i 2.420 del 2010), il Veneto è pronto all’eventualità di altre inondazioni? La risposta è no. Non poco è stato fatto, ma mancano diverse opere, per le quali il ritornello è sempre lo stesso: non ci sono soldi. Eppure, giusto per fare un paragone, secondo l’Agenzia per l’Ambiente della Liguria, su Genova sono caduti in 28 ore oltre 230 millimetri di pioggia, mentre sul Veneto, tra il 31 ottobre e il 2 novembre 2010, l’Arpav misurò il «diffuso superamento dei 300 millimetri con punte massime locali anche superiori ai 500».

Prendiamo il raddoppio del bacino di Montebello, che serve a non far andare nel fango il Veronese: i 51 milioni per realizzarlo sono sulla carta. L’assessore regionale all’ambiente, il leghista Maurizio Conte, ha assicurato che a dicembre si concluderà la Valutazione di Impatto e l’opera andrà in gara per giugno 2015. L’appalto mangerà qualche mese, e solo dopo inizieranno i lavori, che dureranno anni. E intanto? Intanto ci si accontenterà dei mini-bacini, finanziati ma non sufficienti.

Come nel Vicentino, per il quale il massimo esperto del settore, il professor Luigi D’Alpaos, vede grigio: sono necessari sì, «ma di ben altra portata rispetto a quelli che stanno realizzando e che reclamizzano ogni tanto». Sarebbe infatti necessario disporre di almeno 10 milioni di metri cubi di invaso e non dei 3-3,5 milioni e mezzo preventivati. Che comunque saranno pronti fra un bel po’: nel 2016, resti romani permettendo, il bacino di laminazione di Caldogno e per lo meno nel 2017 quello di viale Diaz a Vicenza (18 milioni di euro annunciati per fine anno). Il centro del capoluogo berico dovrebbe avere qualche timore in meno dopo i rinforzi agli argini del Bacchiglione, ma i quartieri periferici sono a rischio di allagamento tale e quale. Il bacino per alleggerire l’alveo del Retrone sulla roggia Dioma, fra Vicenza e Monteviale, non ha un euro di finanziamento. Per quello di Trissino è in corso un’inchiesta della magistratura per concussione e turbativa d’asta: indagati Antonio Nani, imprenditore agricolo di Nanto, oggi presidente del Consorzio Alta pianura, Luca Pernigotto, dipendente di Apv, Consorzio di bonifica Alta pianura Veneta, e Roberto Bin, direttore generale del Consorzio di bonifica veronese.

Nel Padovano l’imperativo è, o meglio sarebbe, completare l’idrovia, che riprenderebbe le acque convogliate nel Brenta dopo essere state prese attraverso il San Gregorio e il Piovego, e le porterebbe verso la laguna di Venezia, allegerendo la valle del Brenta e mettendo in sicurezza la zona industriale di Padova. Comitati e ambientalisti hanno fatto presente che molte di queste opere si tradurrebbero in ulteriore devastazione di un territorio già sconciato da decenni di cementificazione e ignoranza delle leggi idrauliche (anche in agricoltura), per non dire dei proprietari dei terreni agricoli che lottano per ottenere un equo prezzo di compravendita anziché indennizzi che in realtà non indennizzerebbero. Il fronte del no, spesso ingiustamente accusato di essere affetto dalla sindrome “nimby” (non nel mio giardino), ha anche avanzato proposte alternative.

Nessuno, però, dubita della necessità di creare sfoghi in un Veneto saturo di aree urbanizzate. Anche se un recente studio inglese, venuto alla luce dopo le terrificanti esondazioni avvenute nel Regno Unito, ha dimostrato come la soluzione ideale sarebbe quella di rimboschire: nel suolo sotto agli alberi l’acqua penetra in profondità a una velocità 67 volte maggiore rispetto a quella nel suolo sotto l’erba. Infatti defluisce lungo i canali creati dalle radici degli alberi.

In questo caso il terreno si comporta da spugna, da serbatoio che assorbe l’acqua per poi rilasciarla lentamente. Un fiume può trasportare solo una minima parte dell’acqua che cade nel suo bacino: il grosso deve finire nelle piane alluvionali ed essere assorbito dal suolo. Costruendo invece argini più alti, riducendo la lunghezza dei fiumi attraverso l’eliminazione delle anse e rimuovendo gli alberi morti e ogni altro ostacolo, gli ingegneri involontariamente aumentano la velocità di deflusso, cosicché l’acqua si riversa nei fiumi e nelle città molto più in fretta.

Sia come sia, anche l’autunno-inverno 2014-2015 sarà di paura, per il Veneto. E’ brutto dirlo, ma è così. Se ne rendono conto, i nostri politici e burocrati? Il tempo non è una variabile come le altre. A questo proposito c’è da ricordare che fin dall’Ottocento si sa che il Brenta, rigurgitando il Piovego, può allagare mezza provincia di Padova: ebbene, a distanza di due secoli è esattamente quello che accade anche oggi. Per cominciare, si potrebbe portare un po’ di terra sugli argini di San Gregorio e del Piovego. Sono duecento anni che si dice e duecento anni che non si fa. Se Sant’Antonio non è bastato, basterà il nuovo governatore veneto che andremo a votare nel 2015? Finora la Regione ha investito 150 milioni per le opere a progetto, e ne dovranno arrivare altri 200 per i bacini rimanenti. Ma per l’intera manutenzione dei fiumi e il bacino scolante su Venezia servono in tutto 1 miliardo e 700 milioni. Ne dovrà passare acqua sotto i ponti. Speriamo non troppa pure sopra.

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