Io so: a Vicenza c’è un “potere gay”

Curzio Malaparte in quel sanguigno capolavoro che è “La Pelle” li chiamava Narcisi, sinonimo estetizzante di omosessuali. Ovviamente gli omosessuali non sono definibili psicologicamente come tali, quanto meno non tutti, ma quel che sappiamo è che a Vicenza un certo delirio di onnipotenza ha preso una ristretta cerchia di potenti e loro accoliti, accomunati dal “vizietto”, che vizietto non é: semplicemente, son gusti.

Fatto è che questi gusti privati raggruppano incidentalmente una sorta di élite che si ritrova – absit iniuria verbis col mestolo in mano. Coincidenze, caso, cieco fato? Non staremo certo qui a disquisire sulle arcane motivazioni per cui l’omosessualità – o bisessualità, o altro ancora – dilaghi ai piani alti della società. Prima di tutto perché dilaga in tutti i piani. E poi perché non siamo psicologi né sociologi. Siamo però osservatori, e osserviamo quel che gli stessi omosessuali ci attestano: e cioè che fra loro c’è solidarietà, aiuto reciproco, se non complicità. Dal punto di vista sociale, devono sostenere la battaglia per l’affermazione, e quindi si danno di gomito, si strizzano l’occhio e si danno una mano. Intendiamoci: antipatizzeranno reciprocamente pure loro e avranno i loro bravi odii cordiali. Ma il mood prevalente è fare comunella. Qualcuno dice: fare lobby.

Dire che esiste una “lobby gay” a Vicenza è tecnicamene sbagliato. Primo, perché non tutti gli omosessuali è detto si sentano gay, nel senso di impegnati a sostenere e diffondere una “cultura gay” (viene in mente il critico musicale Paolo Isotta: «io nun so’ gay, so’ ricchione»). E, seconda e più importante ragione, i gay in quanto gay non costituiscono una setta, una massoneria semi-segreta. No, quel che c’è a Vicenza è un circoscritto gruppo di persone di potere con la caratteristica trasversale di conoscersi, apprezzarsi e magari accordarsi in quanto hanno, fra gli altri interessi, tendenze sessuali non coincidenti col ritratto di maschio padre e marito.

Se non pare blasfemo, cito Pier Paolo Pasolini (omosessuale, ma soprattutto grandissima testa): io so. So chi sono, so come, in che misura, perché e fin quanto si “aiutano”, ma non ho le prove. E anche le avessi, non le scriverei. Perché non è l’essere omo o etero che conta: il problema sorge se il vivere da omo o etero influisce o meno sull’assetto di potere di una città. In altre parole, se gli affari d’alcova o sentimentali si riflettono in qualche modo in decisioni che riguardano la vita di tutti. Ecco, è questo che fa girare i cabbasisi: se Tizio viene assiso in un posto non per intrinseche capacità – ah, la meritocrazia: questa balla socialmente utile – ma perché è amico o amichetto di Caio. E’ lo stesso genere di incazzatura che prende allo stomaco quando si vede sfilare sui giornali e sui tg la bagascia del politico promossa, per meriti speciali, a stipendiata pubblica.

Lanciamo un appello ai gay in vista a Vicenza: si mettano in bella vista, escano allo scoperto. Facciano come i sindaci di grandi metropoli europee, come gli uomini di spettacolo, come qualche sparuto coraggioso sportivo: facciano coming out. Sempre che siate dell’idea che la strada giusta sia quella, di matrice anglosassone e derivazione puritana, di non avere segreti. Altrimenti continuate con la mentalità, italiana e cattolica, di tenerli nel confessionale delle amicizie più intime. Che è un modus vivendi dignitosissimo, sia chiaro. Però poi  non vi lamentate se stentano ad arrivare quell’accettazione e quel pregiudizio positivo che invocate quale vostro diritto. In una rubrica di una decina d’anni fa sul Foglio intitolata – lo dico alle suorine del linguisticamente corretto: era un ironico dizionarietto su modi manie e gergo omosessuale – “Froci”, una volta ricordo uscì questo invito liberatorio: «e ditelo, se lo siete». Che male c’è? Possiamo capire un prete – e ce n’è qualcuno anche qui ben sconto, nascosto, com’è ovvio – ma voi laici moderni e gay proud, che problemi avete? C’è chi non se ne fa e si dichiara apertamente, ma è una mosca bianca.

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