Stella: “veneti, schei finiti: svegliatevi!”

Gian Antonio Stella, 61 anni, scrittore, divulgatore e giornalista del Corriere della Sera, è un veneto del mondo. Cioè un veneto che viaggia molto ma resta legato alla sua terra: la vive, la studia, la racconta. L’unico modo per capire davvero le cose: guardarle da vicino, annusarle, assaggiarle, ma guardarle anche da lontano, quando la visione è parte di un insieme. Questa è un’intervista a centoventi all’ora, mentre Stella guida su e giù per l’Italia, con il telefono che borbotta e la linea cade quasi in ogni galleria. Insomma, proprio nella strana Italia che ha raccontato in tanti libri, articoli e spettacoli teatrali. Malata, malandata ma ancora viva. Proviamo a spiegarla anche qui.

Chi ha preso la più grande fregatura in Veneto? Chi per anni ha creduto nella Lega, nel Pd o nel Pdl?
Hanno tutti il morale molto basso. La botta più dura l’ha presa chi credeva nella Lega: c’erano aspettative quasi messianiche sul movimento. Aspettative create soprattutto da Bossi, che molti credevano un vero statista. Invece era la persona che raccontavo fin dagli anni novanta. Un truffatore, che mai aveva mai lavorato in vita sua, che aveva organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato, che girava per il paese con la valigetta da dottore ma andava a infilarsi nelle sale da biliardo. Grande delusione anche per chi sognava la destra di Berlusconi, ma nemmeno chi credeva nella sinistra può sorridere: ha solo meno motivi per deprimersi. Perché la sinistra qui ha conquistato città importanti – Padova, Vicenza, Belluno, Venezia – ma a livello generale non mai battuto chiodo.

Perché di fronte agli scandali in Veneto – dal Mose, il più eclatante, alle tante cronache di una politica mafiosa e criminale – non c’è quella rabbia, quel cambio di passo che in altri paesi sarebbe naturale?
Non possiamo fare di ogni erba un fascio: la politica è fatta anche da tante persone per bene. E comunque la politica deve, sottolineo deve, comandare. I cittadini votano i loro rappresentanti per essere governati. Questa è la democrazia. Ed è giusto che sia così. Non esistono alternative alla politica, nonostante i suoi limiti. Non esistono perché non esistono i prìncipi buoni e sagginé i dittatori illuminati. Il fatto che poi la politica sia spesso dilettantesca o disonesta, che non abbia una minima visione del futuro, che si permetta di scegliere perfino primari d’ospedale e presidenti delle squadre di calcio, è una stortura che da tanti anni denunciamo.

Eppure niente succede. Perché?
Hanno preteso di spiegarci per anni che in fondo una certa dose di spregiudicatezza economica non era poi male. Franco Frattini, che l’anno dopo sarebbe diventato ministro, arrivò a dire: “I reati di Tangentopoli non creano certo allarme sociale. Nessuno grida per strada “Oddio, c’è il falso in bilancio!” ma tutti si disperano per l’aggressione dell’ennesimo scippatore». Per questo non c’è da stupirsi se la reazione popolare di fronte agli scandali è ancora troppo bassa. Ricordo quando Lunardi, da ministro delle infrastrutture, disse che con la mafia bisogna convivere. È successo qualcosa, dopo una frase del genere? Niente. Perciò non possiamo prendercela se la gente non reagisce, o meglio reagisce con disincanto, scoprendo che le cose più importanti della nostra vita sono infettate dalla cattiva politica. Hanno fatto di tutto per spiegarci che l’Italia funziona solo così.

Cosa sta succedendo in Veneto? In molti libri lei ha raccontato il boom di questa terra, a partire dalla sua storia di emigrazione. Quando il coraggio, la voglia, le sfide contro tutto e tutti erano quotidianità. Oggi c’è un’aria di rassegnazione che a me fa molta più paura della crisi.
Sono passati quasi vent’anni da quando ho scritto Schei. Già allora alcuni imprenditori avevano ben chiaro che lo sviluppo del Veneto, senza investimenti sull’Hi-Tech invece che sui capannoni, aveva il fiato corto. Eppure la stragrande maggioranza ha continuato come se niente fosse. Avrebbero dovuto aprirsi al mondo con la testa, non solo con le commesse. Avrebbero dovuto far studiare i figli, respirare l’aria dei cambiamenti anche in casa. Era indispensabile investire sulle nuove idee e sulle nuove tecnologie. Invece niente: hanno continuato a pensare che fabbricare sedie, maglioni e tondini fosse la cosa migliore da fare. Pare impossibile che possa essere così semplice, la risposta. Siamo gli stessi che il mondo lo sfidavano, con le idee e la fantasia. La storia parla chiaro. Abbiamo mille esempi: penso a Federico Faggin, vicentino, inventore del microprocessore, che aveva aperto un paio di aziende nel Veneto. Sappiamo com’è finita: ha deciso di lasciar perdere e tornare in California. Questo la dice lunga sulle strutture, sulle infrastrutture, sulle collaborazioni, sulle idee. Per me l’errore ha un inizio preciso: nel momento in cui aveva soldi e capitali da investire nel futuro, il Veneto ha sbagliato tutto puntando solo sui capannoni.

Proviamo a dare qualche prospettiva. Almeno con l’occhio dell’osservatore poco distaccato ma molto informato.
Le prospettive sono complicate. Difficile recuperare su questi terreni. Il mondo sarà sempre ricco di rivoluzioni industriali e produttive, però mi sembra difficile ritrovare un ruolo di primo piano per il Veneto. Guardiamo i fatti: abbiamo avuto una classe dirigente che non ha nemmeno capito internet, il volano della nuova economia. Se qualche anno fa avessimo chiesto agli investitori veneti di scegliere se investire i soldi su Alibaba.com e Fiat, tutti avrebbero scelto Fiat. Credo che moltissimi nemmeno saprebbero dire cos’è Alibaba (Alibaba, gruppo cinese, è leader nel commercio elettronico, con centinaia di miliardi di dollari in vendite nel mondo; più della somma di eBay e Amazon. Valutazione stimata tra i 55 e 120 miliardi di dollari). Scommetto che in altri paesi europei non sarebbe andata così.

Veneto, investi sul web.
Oggi il web è fondamentale, ma qui non ce ne siamo ancora accorti. Tempo fa, quando scrissi un pezzo per denunciare i nostri drammatici limiti sul web, mi ritrovai sulla prima pagina del “Giornale” di Berlusconi che mi replicava: meglio così, meglio essere indietro, con troppo web i ragazzi stanno troppo su internet e poi magari si fanno le pippe. Questa è stata la catastrofica mentalità che ci ha portato dove siamo. Oggi il 14 per cento del fatturato delle imprese europee viene dall’e-commerce e noi siamo attorno al 7%. L’Irlanda è al 31%, possibile? Per anni ci siamo raccontati la storia della nostra stupenda economia. Ma oggi siano al 99º posto al mondo per velocità di download. Ripeto: novantanovesimo! Il Veneto era la regione più sveglia, più all’avanguardia, più ricettiva. Ma si è seduta: a parte la meccanica di precisione e qualche eccellenza farmaceutica, non riesco a vederci proiettati sul futuro. Abbiamo perso l’occasione di diventare una regione di punta europea. Difficile recuperare.

Eppure gli studi dicono che la crisi si sente meno in Veneto rispetto al resto d’Italia.
Bene. Ma non mi consola. Guardo i fatti: nella classifica 2013 della produttività delle regioni europee il Veneto è al 158º posto. Dico: centocinquantottesimo! È ridicolo che i venetisti se la tirino e ancora più ridicolo che possono dare la colpa a Roma: abbiamo sette regioni italiane, davanti a noi. Alla faccia della “locomotiva d’Italia!” Figuratevi cosa conta sentire la crisi un po’ meno o un po’ di più. Siamo fermi, bloccati, impantanati. Lo dico con rabbia, perché tante cose erano prevedibili già vent’anni fa. E lo dico con dolore perché sono veneto, amo il Veneto, vivo in Veneto. Però bisogna dircele le cose, non far finta di niente. Dobbiamo reagire. Ricominciare. Tornare grandi.

Non bastasse, in Veneto si respira un’aria negativa e disfattista che forse neanche ai tempi delle invasioni di unni e longobardi.
Ma io non sono affatto disfattista. Abbiamo avuto per vent’anni a capo del governo Berlusconi che si è fatto soprattutto di affari suoi (ormai l’hanno capito anche i berlusconiani) e non ha mai avuto la curiosità di andare a vedere come mai la Cina viveva un boom pazzesco. Uno che non è andato nemmeno a vedere l’expo di Shanghai, non ha mai messo piede in India, è andato in Brasile una volta fermandosi 27 ore. È il capo di governo più provinciale che abbiamo avuto in tutta la nostra storia. Poi una che sinistra cambiava segretari uno dopo l’altro – quanti, che ho perso il conto? – e ha fatto battaglie di retroguardia talmente imbarazzanti che non ti sembrano nemmeno vere. Poi la Lega, che doveva cambiare il mondo ed è finita in mutande verdi e diamanti in famiglia. È in più un sindacato che è il più vecchio dell’emisfero nord. Più la mafia, la camorra, la ndrangheta… Mettiamoci anche la gestione della crisi più sbagliata di tutta Europa. Eppure, nonostante tutto questo restiamo il secondo paese manifatturiero europeo, il quinto al mondo. Non c’è ragione di essere disfattisti: se facciamo finalmente le riforme che vanno fatte, possiamo ripartire.

Infatti non serve a niente guardare solo il lato negativo delle cose.
Al contrario, credo di essere un vero ottimista. Basta trovare il coraggio e ri-cominciare. Pensate alla Chiesa: solo due anni fa era tutta ripiegata su se stessa, poi con il nuovo papa ha cambiato rotta e sta vivendo un momento magico. Le svolte possono arrivare sempre, anche quanto meno te lo aspetti. Non farebbe male neanche una svolta politica. Non so se l’Italia la cambierà Renzi o la cambierà qualcun altro. Non voglio nemmeno entrare in questo discorso. Ma se porteremo avanti le riforme che vanno fatte, l’Italia ripartirà. Abbiamo una base, una qualità di fondo che non ha pari. Abbiamo una varietà unica, da quella paesaggistica alla gastronomica, che ha il punto massimo nella ricchezza culturale. Dalle Dolomiti alle Eolie, dall’Uomo di Similaun ai teatri greci fino ai borghi medievali, nessuno al mondo ha quel che abbiamo noi. Sono carte enormi da giocare, perciò sono molto ottimista. Però se pretendiamo, come diceva Faggin, di continuare solo a costruire careghe e majoni senza capire che ormai le sedie constano meno in Turchia, allora l’economia ci punirà e basta.

Il Veneto ha sempre trovato la forza nei momenti peggiori. Come ci liberiamo da quest’aria da vecchio impero in disfacimento, da salviamo il salvabile?
L’atmosfera che si respira oggi è figlia dell’ubriacatura generale di ieri. Com’era quello slogan? “Semo fighi, semo bei, semo fotomodei”. La delusione di scoprirci diversi è stata molto forte. Ma basta uscire dalla porta di casa: i nostri nonni lo facevano sempre, nei momenti di crisi. Si sobbarcavano viaggi tremendi per raggiungere un obiettivo. Chi oggi pretende di avere il lavoro sotto casa, come succedeva qualche anno fa, è un folle. Ci vuole una svolta culturale per capire che il mondo è cambiato.

L’unica parole d’ordine è, purtroppo, “non c’è più lavoro”.
I problemi, lo sappiamo, sono gravi. Ma è nei momenti di crisi che vengono fuori i veri imprenditori. La Fondazione Moressa ha appena spiegato che esistono in Italia quasi 500 mila imprenditori stranieri che rappresentano l’8% delle imprese dell’Italia. Perché non sono i nostri a investire, a scommettere su se stessi? Lo spazio c’è, ma è cambiato il mondo. Cito un solo caso: Giuseppe “Bepi” Covre è un bravo imprenditore di Oderzo, già deputato della Lega. Lui ha continuato ad assumere e investire perché ha aperto in Oriente. Mettendo assieme Cina e Oderzo ha trovato una strada, ha aperto prospettive e creato lavoro. Capite il nonsense dei molti che vorrebbero chiudere le frontiere, pensando che ce la faremmo solo giocandocela tra noi? Questa sarebbe la vera catastrofe. Leggo che Tosi l’ha capito, che è impossibile oggi uscire dall’euro. Peccato che, oltre a Beppe Grillo, non l’abbiano capito altri leghisti a partire da Matteo Salvini…

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