Veneto digitale, la “grande opera” che non c’è

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“Sbanda larga”, Veneto molto poco digitale

Sulle “grandi opere” si imbastiscono discussioni infinite e si apparecchiano sontuosi banchetti, spesso arricchiti di saporite tangenti. Ma il cuore del problema non lo si affronta. O perché non lo si vuole affrontare o perché chi protesta in tal senso non è in grado di fornire una ricetta alternativa. Prova ne è il recinto, anche mediatico, in cui è stata relegata la questione delle altre infrastrutture, più fattibili e ugualmente necessarie: quelle telematiche di nuova generazione (banda larga). Sulla loro bontà il consenso, a differenza di altre e ben più cementizie opere, è pressoché unanime. Ma solo a parole: poi sopraggiunge inesorabile il dimenticatoio.

Un esempio? Nel 2013 il quotidiano La Nuova Venezia rivela che nel Veneto si viaggia su internet a velocità lumaca, addirittura più lentamente che in Abruzzo. La notizia passa pressoché inosservata. In un anno il lumacone è rimasto tale anche perché il filo di rame che porta internet nelle case dei veneti – come degli italiani – è sempre più anchilosato, e nessuno si sogna al momento di sostituirlo con la più potente fibra ottica. Sicché gli utenti tendono a usare la connessione fornita dalla telefonìa cellulare. Che però costa molto rispetto a ciò che offre – e gli operatori ringraziano.

La Regione Veneto ha cercato di recuperare il terreno perduto: nel 2010 ben il 18% del territorio nemmeno era coperto dalla banda larga. Sul tappeto sono stati messi una cinquantina di milioni di euro per colmare un gap che fa fare al Veneto una figuraccia – uno sbianco, dicono a Roma – non proprio degna della taglia che si vorrebbe rappresentare. L’intera iniziativa ha assunto il nome di «Agenda digitale» ed è stata affidata direttamente alla guida politica del vicepresidente regionale Marino Zorzato (Ncd). Il quale, in un video pubblicitario pubblicato sul suo canale Youtube, visto per vero da soli 37 utenti, spiega con una sintassi un po’ affaticata lo sforzo della sua amministrazione per colmare la lacuna digitale. Ciò non di meno agli addetti ai lavori non è sfuggito non solo la poca padronanza della materia da parte di Zorzato, ma anche il fatto che tra i partner scelti dalla Regione c’è la Infracom spa, un tempo controllata dalla società autostradale Serenissima e finita nell’omonimo scandalo che vide ai ferri corti la ex presidente dell’autostrada, la leghista Manuela Dal Lago, ed una pattuglia di onorevoli dell’IdV.

Ad ogni buon conto dalle parole dell’assessore non sembra che la rete ad altissima velocità sia in cima alla lista dei desideri di Zaia & C. Nonostante le ricadute positive in termini di occupazione ed innovazione. Basta leggere lo stesso documento sull’agenda digitale adottato a palazzo Balbi: si accenna soltanto alla necessità di rincorrere, così, alla lontana, ciò che nei paesi più avanzati già si è fatto. Mentre da Verona a Venezia, da Padova a Vicenza si vedono giovani e meno giovani fare la fila per l’ultimo Iphone, nessuno pare lamentarsi della arretratezza degli standard digitali «nostrani». A partire dagli smanettoni che affidano al web ogni singolo istante della propria esistenza

Andando a sbirciare nel portale web della Regione Veneto dedicato all’innovazione digitale, manca pure il responsabile della «Unità Complessa Tecnologie, Reti e Banda Larga», ovvero uno degli uffici chiave. Come a dire: si va in guerra senza l’artiglieria. E non è finita qui, se facciamo un confronto con gli Usa. Sotto la giurisdizione del Paese a stelle e strisce, infatti, ricadono le agenzie che regolano i flussi della rete. Fino ad oggi uno dei suoi pilastri, la neutralità della rete, è stato quello per cui la e-mail di un Bepi Brusarosco e un frammento del filmato diffuso dalla Paramount viaggiano, a parità di peso, alla stessa velocità. In America c’è chi invece vuole dare ai grandi produttori di contenuti una corsia preferenziale in ragione di una tariffa di accesso che gli stessi big potrebbero pagare alle autorità competenti. Sicché dai media più attenti si apprende che oltreoceano è in corso una battaglia furibonda in cui interessi e posizioni sono ancora frammentati, mentre i fautori della “rete neutrale” hanno iniziato una forsennata azione di contrasto pressando sul Congresso. Sulla neutralità della rete, l’amministrazione regionale veneta non ha preso alcuna ferma posizione, ammesso che sappia di cosa si tratta. Anzi, tutto ciò che lascia trasparire è uno scenario più caro alle multinazionali della comunicazione che ai semplici utenti-cittadini. In una cornice del genere non manca chi, dal basso, prova a delineare una rotta diversa, radicalmente alternativa.

 

Internet veloce, l’alternativa dal basso Noinet

Il Veneto della banda larga continua ad essere, se non un nano, quanto meno un piccoletto: navigazione su internet lenta e poche le risorse finanziarie messe in campo, soprattutto se confrontate con i miliardi di euro preventivati per opere stradali e ferroviarie. Sono le noti dolenti evidenziate da Vvox ieri. Tuttavia non manca chi ha proposte fuori dagli schemi. Si tratta della comunità di utenti nata attorno a Noinet, una cooperativa romana senza finalità di lucro. Noinet si è già attivata sul territorio nazionale fornendo servizio di accesso alla rete sul litorale romano, in alcuni quartieri di Roma e nel Viterbese.

A spiegare la politica della coop sociale è il fondatore Pierluigi Paoletti che il 2 ottobre al teatro Busnelli di Dueville nel Vicentino è stato protagonista, per la prima volta nel Veneto, di un incontro pubblico durante il quale si è confrontato anche con una piccola platea di amministratori locali di diversi schieramenti. «Bisogna partire da un punto fermo – spiega – ovvero quello per cui la qualità della connessione in Italia non è eccelsa a fronte di un alto costo rispetto alla resa». Chi smanetta su internet con un po’ di malizia sa che quando i vari operatori propongono agli utenti privati abbonamenti o consimili, nella migliore delle ipotesi si viaggia ad una velocità di 20 megabit al secondo (nominali, mai garantiti) in fase di scaricamento dei dati sul proprio pc. Mentre si viaggia a velocità di un ventesimo inferiore quando dal proprio pc si sparano i propri dati verso il web. Di più: anche se la potentissima fibra ottica passa vicino alle case, nell’ultimo tratto di connessione con l’utenza finale si usa ancora il doppino telefonico, un filo di rame, che dopo qualche anno di usura perde le sue qualità di conduttore degli impulsi elettrici. Insomma nel Belpaese, anche dove è garantito un servizio standard, la cosiddetta adsl va al minimo sindacale.

«Di contro la nostra forza – continua Paoletti – sta nel fornire ai nostri utenti, che poi sono anche i soci della cooperativa, dieci megabit garantiti contemporaneamente in download e dieci mega garantiti in upload, una connessione che in gergo si chiama simmetrica e che sul mercato costa sui 500 euro mensili. Pc e dati alla mano siamo pronti al confronto».

In buona sostanza il meccanismo identificato da Noinet funziona più o meno così. Quando il numero di utenti che intendere accedere al servizio sorpassa la soglia delle cento o duecento unità la onlus si mette in moto chiedendo un contributo di iscrizione di duecento euro procapite, restituibili se in futuro si abbandona il gruppo. La somma raccolta permette di identificare una zona in cui è presente la fibra ottica, che è la dorsale (una sorta di autostrada) che trasporta i dati a velocità virtualmente infinite. Poi, una volta identificato il sito in cui spillare il flusso da questa autostrada telematica, attraverso un sistema di antenne, piazzate in genere sui tetti delle case, il segnale viene condiviso fra i membri di questa cellula o nodo, i quali utenti oltre ad avere un accesso velocissimo al web realizzano una rete interna in qualche modo privata e separata – in gergo una rete intranet – dentro la quale lo scambio delle informazioni è ancora più veloce. Non solo: eventuali plusvalenze sono indirizzate ad attività socialmente utili come la fornitura gratuita dell’accesso alla banda larga a scuole e biblioteche. Inoltre all’interno della rete intranet, a mezzo di antenne wi-fi rivolte alla strada o sulle piazze, gli abbonati possono connettersi anche con i loro tablet o smartphone usando proprio il wi-fi.

Parole precise rispetto alle quali fa il paio un altro dato poco conosciuto all’opinione pubblica. In Italia la fibra ottica già posata «è spenta, cioè inattiva, all’80%». Uno sperpero in termini di potenzialità tecnologica. E tale assetto, lo si legge negli atti parlamentari che hanno preparato la legge Mammì o la legge Gasparri, è anche stato favorito dal legislatore che dagli anni ’80, per non entrare in collisione col duopolio Rai-Mediaset, non ha incentivato la diffusione della fibra ottica (sulla quale non passa solo il segnale internet, ma pure quello della tv). Se a tutto ciò si aggiunge che esperienze come quelle di Noinet «sono replicabili» magari in simbiosi con «gli enti locali» e con il supporto «dei fondi strutturali che l’Ue mette a disposizione», allora la partita potrà giocarsi su un tavolo ben più ambizioso.

Gli investimenti sulla banda larga che facciano la differenza possono essere realizzabili a prezzi ben più contenuti rispetto ai molti miliardi di euro che solo nel Veneto sono destinati ad opere come la Spv, la Orte-Mestre, la Valsugana bis e altre. Ora, se non si procede in una direzione auspicata in primis da utenti e piccole imprese, il motivo non può che essere duplice. O manca la consapevolezza della questione, oppure a livello politico c’è l’idea precisa di non smantellare la rendita di posizione attualmente in mano ai grossi player, operatori telefonici in primis. Non è un caso che il 2 ottobre a Dueville molti amministratori presenti all’incontro abbiano chiesto a Paoletti: «Ma noi che cosa possiamo fare?».

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