Caro Pizziol, viva la Chiesa di periferia

Eccellenza Reverendissima Mons. Beniamino Pizziol, stia sereno, non toccherò argomenti che il suo staff da lunga pezza ha archiviato come civilmente e cristianamente irrilevanti. Cito a caso: pubblicare il bilancio della diocesi (oh Rosmini Rosmini, quanto ci manchi!); trovare per lei una dignitosa santa Marta berica lontana dall’attuale ingombrante magione; sapere a chi è stato distribuito il questionario sulla famiglia e quale sintesi ne è stata fatta e da chi. E neppure farò critiche alla “Voce dei Berici” perché, adesso che nel vicino Oriente mitra e Vangelo hanno fatto pace e sparano insieme pallottole a go-go made in Italy, è già impastoiata di suo (eppure, lo ripeto per l’ennesima volta, basterebbe che in redazione leggessero almeno una volta, una volta soltanto, il Catechismo della Chiesa Cattolica di S. Giovanni Paolo II e starebbero sereni anche loro, con beneficio di tutti).

Oggi, dunque, bando alle critiche e alle polemiche, Eccellenza, perché voglio farLa partecipe di una buona, di un’ottima notizia: finalmente ho la certezza che la Chiesa vivrà fino alla fine dei tempi, non tanto perchè sembra aver aperto a tutte le forme di convivenza (bisognerà fare delle lunghe liste di attesa nelle canoniche per non essere travolti dalle masse in arrivo), ma perché ne ho avuto una piccola prova periferica. Se ha un minuto, le racconto come è andata.

Papa Francesco ha invitato pecore e pastori ad andare nelle periferie per ripartire da lì con una nuova evangelizzazione. Le sembrerà strano (lo sembra anche a me), ma come pecora matta ci sono andato davvero in periferia. A dire il vero non era molto affollata la cappellina, venti persone al massimo, forse meno. Certamente meno.  Non c’erano madonne di Medjugorje né di Poleo, nessun odore di setta catto-giacobina, quella dei purissimi, la peggiore. Lì ci si limitava a leggere un salmo e il vangelo della domenica successiva. Poi il commento del brano evangelico era fatto da un normalissimo laico (usano così e lo fanno a turno): nessuna enfasi, nessuna banalità, nessuna broda ma cibo fresco, inaspettato. Una parola di Dio meditata senza fretta, spremuta e fermentata al punto giusto, pane e vino autentici, insomma. Fossi un prete, chiederei in ginocchio l’elemosina di quei commenti e poi dal pulpito, la domenica successiva, ci marcerei alla grande e farei un figurone. Ma sono troppo umili alcuni dei suoi preti, Eccellenza, e preferiscono raccattare all’ultimo minuto un pensierino da internet e ammannirlo con qualche svolazzo ai loro pazientissimi (in)fedeli.

A piazza S. Pietro, nel centro della cristianità cattolica, al papa basta dire “Buona sera” e “Buon pranzo” e tutti applaudono e a migliaia gridano al miracolo per poi tornare alle loro importanti occupazioni: seguire l’andamento altalenante della Borsa, accontentare la nuova amante e gestire la vecchia, preoccuparsi per l’investimento che tarda a dare i suoi frutti, trovare sempre nuove strategie per fregare il fisco etc. Ma qui, fuori mano, ho visto pregare venti persone, forse meno; ho visto cioè il “resto” di Israele, il “resto” della Chiesa, vale a dire quelli che rimangono quando la maggior parte se ne è andata a fare le cose più importanti di cui sopra o come i padri sinodali che adesso sono al centro del centro, applauditissimi. Eccellenza, non me ne voglia, ma se ne avrò il coraggio e la costanza, io resto con il “resto”. In periferia.

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