A Verona l’Ndrangheta spa

Da tempo la mafia occupa una posizione di rilievo nell’economia veneta. Più o meno di frequente accade che qualche inchiesta apra uno squarcio. I grandi media ne parlano per un po’. E poi, passata la festa e gabbato lo santo, la cosa finisce lì. È accaduto qualche giorno fa quando i quotidiani regionali hanno parlato della maxi inchiesta della magistratura calabrese sulla ‘ndrangheta che ha colpito anche il Veronese, ma la cifra dell’imbarazzo la si legge sfogliando i quotidiani del giorno dopo. Nessun commento della politica che conta, nessun allarme lanciato dai vertici delle forze dell’ordine, dai grandi sindaci. Nella provincia scaligera sindaco e vicesindaco di Nogarole Rocca dicono di non conoscere le imprese locali accusate di essere manovrate dalla ‘ndrangheta, ma ammettono, con una apparente contraddizione, che nei confronti di alcune c’erano state segnalazioni per questioni di natura amministrativa. Ma quali? Il sindaco Paolo Tovolo e il vice Luca Trentini non lo indicano chiaramente, sebbene  anche quest’ultimo, stando a L’Arena spiega che «avevamo tra l’altro registrato diverse aperture e chiusure di attività che rendevano difficili la riscossione dei tributi, ma nulla di penalmente rilevante».

Va detto che ai sindaci, ovviamente, non spetta la cura della giustizia penale. Ma le loro amministrazioni hanno compiti precisi in materia di vigilanza tributaria. In quest’ottica sarebbe importante sapere anche se gli uffici abbiano segnalato situazioni sospette all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza.

Il Veronese, da tempo, è terra in cui le famiglie malavitose di origine calabrese fanno affari anche grazie al supporto di professionisti e imprese del luogo. Non va dimenticato che la ‘ndrangheta da anni è presente in forze in Germania e che la provincia di Verona, con il nodo strategico dell’Autobrennero, del Quadrante europa e dell’aeroporto collocati uno fianco all’altro, è il fulcro di un crocevia importantissimo fra ovest ed est Europa e fra nord e sud del continente. Di frequente leggendo le carte giudiziarie si apprende che ditte, negozi, agenzie immobiliari, oltre a fornire la piattaforma per riciclaggi e evasioni fiscali varie (sono la base dei reati tipici dei colletti bianchi, che spesso necessitano di complicità in seno al sistema bancario) sono anche la base per attività di copertura, per esempio, legate al traffico di stupefacenti. Di più, quando queste imprese cominciano ad operare in competizione con le altre portano con loro un vantaggio competitivo pazzesco dovuto al fatto che riciclando denaro sporco possono permettersi di lavorare in perdita o in pareggio.

Allo stesso tempo però va capito come venga percepita la presenza del crimine organizzato nel Veneto. Da anni c’è la tendenza da parte di questori e prefetti a valutare il pericolo senza le attenzioni del caso. Inoltre non aiutano le direttive, più o meno implicite, che arrivano dai ministeri, specie dall’Interno, in cui si invitano i dirigenti a puntare l’attenzione, anche mediatica, su ordine pubblico e microcriminalità. Basterebbe una piccola collezione di ritagli di giornale per vedere quante volte il questore, il comandate dei carabinieri, il prefetto di turno parlino di ultrà scalmanati, di scippi, di rapine, lasciando invece a qualche raro intervento i problemi del grande crimine organizzato in un ambito più sfumato. Il che va di pari passo con un Veneto che tra l’altro sembra assumere una connotazione geografica precisa per quanto concerne l’infiltrazione mafiosa: ‘ndrangheta nel Veronese e nell’Ovest Vicentino, camorra nella bassa e nel Veneziano, con Cosa Nostra presente più a macchia di leopardo con le tre componenti che mai si fanno la guerra e che piuttosto cooperano se di bisogno.

Enzo Guidotto, presidente dell’Osservatorio Veneto sui fenomeni mafiosi (e riconfermato nella commissione del Ministero dell’Istruzione sull’educazione alla legalità) ha un’idea precisa in in mente: «Prefetti, questori e comandanti provinciali dei vari corpi sono nomine che in qualche maniera passano per la scrivania del ministro di turno, il quale puntualmente riceve raccomandazioni dai politici locali perché in una determinata posizione arrivi questo o quel dirigente, questo o quel funzionario. Ne deriva che se gli uomini sul campo hanno a cuore il problema mafia è un conto. In caso contrario le cose vanno ben diversamente. Di più. La maggior parte dei sequestri eccellenti su beni mafiosi arriva su input delle procure del sud e non dietro la regia delle procure venete»

Il Veneto è, a seconda delle modalità di calcolo, la terza o quarta economia del Paese (in una Italia in cui il sommerso vale secondo alcune stime una cifra pari al 17% del prodotto interno lordo). Ha un Pil che oscilla tra i 120 e i 140 miliardi di euro, a seconda del periodo preso in esame e sempre al netto della economia sommersa: ma comunque si tratta di una cifra che a spanne pesa un decimo dell’intera torta nazionale. L’agenda dei lavori pubblici in cantiere o in via di cantierizzazione vale a spanne una dozzina di miliardi. E di conseguenza chi dispone di grandi capitali sporchi da reinvestire, trova nel Veneto una terra fertile, anche perché storicamente la popolazione non ha mai frapposto una barriera sociale a questo flusso. Basti ricordare che nel 2012 a Venezia nell’ambito del processo Crisci, una banda legata ai casalesi, su sessanta imprenditori taglieggiati dalla gang, solo otto si dichiararono parte civile. Il che fa un po’ a cazzotti con l’idea dell’imprenditore padano pronto a battagliare contro il clandestino o l’immigrato delinquente. Ma si sa: fa molto più notizia una rapina in una casa che un’inchiesta sulle mafie.

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