Serenissima on the road

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Prima di entrare in autogrill, Božo si gratta lo stinco sinistro con l’alluce destro. Ha i piedi grossi, gonfi, sostenuti da ciabatte deformi; l’unghia del ditone è stata aggredita da un fungo. «Vado dentro, solo pisciare perché non posso spendere soldi» dice il camionista serbo. Sta aspettando che lo vengano a prendere dovrà fare da secondo per un trasporto urgente in Bulgaria. Non dice come è arrivato all’area di servizio di Limenella Ovest vicino Padova, ma mentre guarda alcuni bisonti sfrecciare lungo l’autostrada Serenissima tossisce e la voce si impasta di catarro: «Anche noi piacerebbe prendere Mercedes nuovo, ma c’è crisi. Poco guadagno, e poi stronzi bulgari lavorano sotto costo».

Il dumping sociale di cui i trasportatori italiani accusano i nostri vicini dell’Est non è prerogativa del nostro Paese. C’è sempre uno più in basso al quale addebitare problemi e magagne, reali o presunti che siano. Ma comunque l’autostrada è uno di quei posti dove puoi carpire il «mood» di una nazione e di una regione. Anche perché le confidenze che può farti (solo un maschio) durante «una pisciata», quando l’unica barriera che ti divide da lui e dal suo flusso di coscienza è un separè o l’ogiva di un orinatoio, sono interessanti.

«La Volvo che è nel parcheggio, sarebbe mia. Ma rischia di finire alla mia banca, come i muri, le macchine della mia ditta e presto, forse anche la mia casa». Franco è un imprenditore tessile. Uno di quelli che ha continuato a lavorare anche quando la recessione ha bussato sulla porta della sua azienda e senza tanti convenevoli lo ha fatto rotolare più in basso nella scala sociale. «Ritornare nella condizione in cui mi trovavo quando da solo e con pochi soldi ho dato vita alla mia fabbrica è dura». Ma uscendo un raggio di sole lo colpisce dritto in faccia. In queste giornate di fine ottobre l’aria è tersa, calda e un sussulto di speranza lo cattura tanto che, giocando con le sigarette e il cellulare che tiene in mano come fossero palline, mi «spara» una confidenza poco prima di entrare in macchina: «È da due mesi che viaggio in lungo e in largo da Milano a Udine. Forse in questi giorni riesco a combinare una vendita ad un prezzo ragionevole. E a salvarmi l’osso del collo». E gli operai? «Missing in action purtroppo» aggiunge Franco che si dilegua verso Venezia.

A Dolo invece incontro Massimo, «un furgonaro» trentacinquenne. Abita nel circondario di Treviso. Mi si avvicina chiedendo come mai io stia fotografando camion e furgoni, compreso il suo. Gli spiego che sto scrivendo un breve reportage, una sgroppata lungo la A4 per capire gli umori della gente che l’attraversa. Il ragazzo si scioglie e tra una chiacchiera e l’altra decide di bere un caffé con me. Mi spiega che si è laureato in psicologia ma che alla fine, per mancanza di prospettive professionali, è dovuto andare a lavorare col padre, che come lui guida il furgone «ma lo fa da 25 anni».

Massimo non si lamenta del lavoro. Sottolinea che in famiglia «non si naviga nell’oro ma si vive tranquilli, anche perché noi lavoriamo correttamente e i nostri clienti si affidano volentieri a noi per ogni tipo di consegna fiduciaria». Massimo, fisico asciutto e braccia tutto nervo, si lamenta però degli orari schiavistici, di quelli sì: «Vivo con la mia ragazza; esco presto la mattina e torno sul tardi alla sera. La vedo poco. Mio padre lavorava anche al sabato, ma io ho deciso di no. Quando l’anno scorso lui ha avuto un incidente che gli poteva costar caro la mamma lo ha convinto a stare a casa nel week-end. Lo ha minacciato che non avrebbe più tenuto i conti. E lei è ragioniera». Racconta di come società Serenissima abbia tolto personale ai caselli. «Mica tutti hanno il Telepass, e le macchinette sono lente, scomode. Chi ha il braccio un po’ corto deve smontare. E così si creano le code».

E poi ne ha per la sicurezza: «Da quanti anni il tratto fra Vicenza Ovest e Montecchio Maggiore è a tre corsie ridotte senza la via di emergenza? Se lì capita un incidente, magari con più camion – aggiunge contrariato – succede un disastro perché in quello spazio angusto oltre a rischiare gli automobilisti rischiano anche gli operatori dell’autostrada che devono mettere i cartelli». Ma anche la viabilità ordinaria per Massimo non va bene: «Hanno costruito attorno alle statali come fossimo in paese. Tra camion, auto, centri commerciali, centri direzionali sparpagliati ovunque la circolazione è un caos anche perché la segnaletica orizzontale, insomma le strisce per terra, è penosa in tutto il Veneto. E poi c’è la Postumia, la statale da Vicenza a Treviso. Mi fa paura ogni volta che la percorro».

All’area di servizio Saligera, in provincia di Verona, è il mio taccuino ad incuriosire un camionista dall’accento laziale che non vuole dire il suo nome. Avrà un quarantacinque anni, i tatuaggi gli coprono gran parte del braccio destro dove spicca l’aquila bianco-azzurra della Lazio Calcio, quello sinistro invece è addobbato con lacci e bracciali. I lineamenti sono duri, ma il volto è simpatico. «Sei quello coi capelli rossi delle Iene vero?». Forse si riferisce all’ex “iena” Alessandro Sortino. «Scommetto che voi volete scrive che noi camionisti usiamo il cellulare mentre guidamo vero? Beh un po’ sì, anche perché adesso fra di noi oltre che con la radio parliamo anche con Facebook; e poi lo fanno anche gli automobilisti».

Gli chiedo chi sia la modella nel poster appiccicato storto dietro la cabina «Che cazzo ne so, ma è figa eh?». Gli chiedo ancora della leggenda metropolitana dei camionisti gay con la canotta bianca stile Freddy Mercury. «Io ‘sti camionisti ricchioni non li conosco, forse qualche romanista». Ride. In ultimo gli domando come vanno gli affari e perché tiene mano una piccola mazzetta di Gratta e vinci. «Gli affari vanno così così. E se imbrocco mezzo milione al gratta e vinci me lo spendo tutto co’ le puttane. Ciao roscio». Cioè rosso di capelli. Una sgasata e la nafta nebulizzata del suo tir mi inonda completamente mentre il cielo della sera è terso. Lì vicino c’è una grande Audi coupé. La tengo d’occhio da più di mezz’ora.

Dentro un uomo di mezz’età è ipnotizzato dal suo Ipad: fra Facebook e Twitter è tutto un touch. Il blu del suo monitor si fonde con l’indaco elettrico del giorno che finisce. Il sole appena calato proietta sulla carrozzeria di quell’auto un tramonto meraviglioso, ma l’uomo, che mentre chatta mangia un panino comperato al bar, nell’abitacolo senza suoni di quella macchina non se ne accorge. Poi il sole cala completamente. E in autostrada risplendono i fari delle auto che sfrecciano via.

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