Sinodo, lavoro inutile e confuso

Dovessi dare un personale giudizio sulla “Relatio” votata dai reverendi padri sinodali direi che è un documento affrettato, inutile e forse un po’ confuso. Si dirà: è uno strumento di lavoro, un work in progress. Ma questa è un’aggravante perché se il legno dello strumento è storto, anche tutto quello che ne seguirà rischia la stessa sorte.

Perché inutile? Perché i problemi della famiglia erano noti da tempo come erano note le divergenti opinioni di vescovi e cardinali nel merito delle singole questioni. Per giustapporre gli uni e le altre in tre sezioni e in 62 paragrafi non era necessario tutto questo ambaradan. Per di più nella parte riguardante i fondamenti biblici della famiglia il Sinodo sembra aver ha innestato il pilota automatico e ne è venuto fuori un riassuntino appena passabile. La Chiesa sa fare di meglio, molto meglio.

Una novità magari c’è stata: nel testo si ripete più volte che la verità dei valori evangelici non deve essere disgiunta dalla misericordia verso le situazioni di “fragilità” dell’umana condizione. Ma “come” fedeltà e indissolubilità possano convivere con una seconda o una terza famiglia non è stato non dico approfondito, ma nemmeno abbozzato.

Al contrario si è fatta qualche confusione. Si veda ad esempio il paragrafo 25: «In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia (…) riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano». Se le parole hanno un senso, ciò significa che la grazia di Dio aiuta i divorziati/risposati a rimanere tali, cioè a prendersi cura non del primo coniuge, magari innocente, ma ad amare il nuovo/a compagno/a, ovviamente senza tradirlo/a mai.

Sulla stessa linea appaiono portatori di confusione anche i paragrafi 50 e 52, dal momento che non è possibile lodare «le persone divorziate ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, [e che] vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato» di fedeltà al coniuge che le ha tradite (vedi paragrafo 50) e nello stesso tempo valutare se esista una scappatoia per dare la stessa Eucaristia alle persone divorziate e risposate (vedi paragrafo 52). Viene spontanea la domanda: anche per queste ultime l’Eucaristia serve a sostenerle per permanere nel loro stato? Di divorziate e risposate? La misericordia è certo una virtù, non una contraddizione.

Perché frettoloso? Perché la fretta ha fatto dimenticare una categoria di persone che la Chiesa delle origini non ha mai trascurato: le vedove (e i vedovi). Se il matrimonio cristiano fosse un semplice contratto umano, la morte di uno dei coniugi lo scioglierebbe e se ne potrebbe contrarre un altro senza problemi. Il matrimonio cristiano, però, non è un contratto ma un mistero perché, dicono i padri sinodali, è stato redento «da Cristo (cf. Ef 5,21-32), restaurato a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore» (paragrafo 16). Esso cioè, per il cattolico è un vincolo “eterno” che avrà la sua pienezza solo «al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cf. Ap19,9) (ibidem)». Se questa è la verità profonda del matrimonio cristiano, perché non ricordare e sostenere anche quei coniugi cristiani che hanno subito il più doloroso dei “tradimenti” e degli abbandoni, quello della morte dell’amato/a e che, fedeli e casti in questo mondo, sperano di ritrovare nella pienezza della vita vera il loro unico e vero amore provvisoriamente perduto?

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