Venezia sommersa. Dalle “grandi opere”

Ma sì, spendiamoli e spandiamoli i soldi pubblici: tanto son di tutti, cioè di nessuno. Il Mose, ormai stra-avviato, non perde i 137 milioni di finanziamento (su 401 necessari in totale), ma li vedrà con un anno di ritardo, nel 2018 anziché nel 2017. Magari fra un anno, sempre per ragioni di bilancio ovvero diktat europei, verrà rimandato ancora, e poi ancora, e ancora, e chissà chi lo vedrà finito, forse i nostri figli (ammesso che serva davvero: l’ex sindaco Cacciari, alla domanda sul pericolo acqua alta, rispondeva di comprarsi un paio di stivali). Ma il presidente dell’autorità portuale di Venezia, l’immarcescibile Paolo Costa (Pd), assicura che nel 2015 arriveranno in laguna i 95 milioni per il nuovo porto off-shore, un’isola in mezzo al mare che ospiterà navi da 20 mila container e il porto petroli. Nonostante il governo abbia deciso di trasferire il gruzzolone nel fondo per i cantieri 2014. Ma Costa dice che ci saranno: mo’ ce lo segniamo.

Nel mentre ci sovviene un interrogativo che ci rimanda all’inizio, cioé a bomba: non è che per caso le due “grandi opere” siano in leggero conflitto? Negli anni Sessanta fu costruito il Canale dei Petroli, profondo 12 metri e largo 200 metri, per consentire alle superpetroliere di raggiungere il cuore della laguna, porto San Leonardo, e proseguire fino a Marghera. Già a quei tempi si pensava di realizzare un porto off-shore ad un paio di miglia dalla costa. Oggi, dopo cinquant’anni, c’è un Costa che spinge per un’opera mentre sono in corso i lavori per un’altra, il Mose, che permetterà alle navi di grande stazza di raggiungere porto Marghera evitando il bacino di San Marco. Dubbio (non solo nostro, ma di urbanisti come Stefano Boato): non è un doppione?

E a proposito di Canale Petroli: è in progetto anche il Canale Contorta, la sua prosecuzione per spostare le navi da San Marco alla laguna centrale, già ampiamente manomessa e sconciata. Significa lo scavo dell’attuale canale fino a una profondità di dieci metri, larghezza di quasi 200, lunghezza quattro chilometri, per una spesa di 170 milioni di euro. Per l’onnipredente Costa rappresenta un’«opportunità ambientale», perché con i fanghi del Contorta si potrebbero costruire nuove barene in laguna centrale e fermare l’erosione. Idea contestata come «distruttiva» da Italia Nostra e dai comitati.

E’ un vero e proprio tetris di escavazioni e trasformazioni che, secondo il professor Tom Spencer dell’Università di Cambridge, è dovuta ab origine dalla presenza di due larghi canali, il Vittorio Emanuele del 1925 e il Malamocco-Marghera del 1969, che hanno prodotto «forti correnti trasversali rispetto alla rete di correnti originale, con conseguente insabbiamento di alcuni canali ed erosione dei chiari e bassi fondali adiacenti. C’è una semplice domanda alla quale occorre rispondere. Possiamo essere certi che, il grande scavo del Canale Contorta non avrà lo stesso effetto e non darà alla laguna di Venezia un’ulteriore spinta nella direzione di una ancor più grave degradazione ambientale e vulnerabilità urbana? Dov’è questa certezza – su basi scientifiche, non semplicemente chiacchiere – di cui hanno bisogno tutti i veneziani e tutti coloro che hanno a cuore il futuro di Venezia?».

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