Dovremmo fare causa alla sinistra

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

Dovremmo fare causa… Esatto, questa è un’invettiva dedicata ai molti che nel tempo ci hanno tolto il piacere d’essere di sinistra, dichiararci tali, con tutte le emozioni e l’incanto del caso, con tutte le parole che quel sentimento di appartenenza, nonostante la mediocrità dei gruppi dirigenti, ancora e comunque custodiva, l’invettiva muove dalla certezza consapevole che ormai stiamo andando in tanti, se non tutti, per la nostra strada solitaria e comunque irrinunciabile in nome dell’amor proprio e del rifiuto di ogni possibile delega, in nome di noi stessi, di più, di una sorta di doveroso auto-narcisismo politico ed esistenziale che ci spetta di diritto dopo avere visto ciò che sappiamo.

Già, dovremmo fare causa a chi, come dice la poesia di Brecht, vecchio scarpone teatrale che ritorna ormai soltanto come fantasma da tre soldi, non ha puntato il dito su ogni cosa chiedendo: e questo cosa mi significa? Dovremmo fare causa a chi ha permesso che i propri figli fossero assunti al telegiornale del servizio pubblico appaltato alla sinistra in quanto figli, in quanto protervi, in quanto garantiti, appunto, di sinistra, dovremmo fare causa ai loro “compagni” che li hanno difesi in quanto figli, dicendo “non è vero che sono stati assunti in quanto figli, ma perché sono bravi come i padri”; dovremmo fare causa a chi non ha ricordato che i padri sono riusciti a lasciare soltanto macerie dopo essersi inimicate le masse giovanili dopo il 1977; dovremmo fare causa a chi, ancora negli anni Novanta, continuava a difendere l’ottusità di Luciano Lama che non aveva proprio nulla da dire ai ragazzi, al primo nucleo sociale dei futuri precari; dovremmo fare causa a chi non ha speso una parola rispetto a un presidente della Repubblica che, già da ministro degli Interni, giunto al Viminale, rassicurò quegli altri dicendo “non siamo venuti a tirare fuori gli scheletri dagli armadi” (sic), quanto al resto, piena continuità, lì al Quirinale, con il conformismo lobbistico ufficiale; dovremmo fare causa a chi ha continuato a friggere le braciole o sfornare i tortelli alle feste di partito identificando quegli stand con il partito che non c’era più e non con le idee venute a depotenziare l’esistenza stessa di un bisogno d’opposizione;

dovremmo fare causa a chi ha continuato a difendere ciecamente, ottusamente l’idea stessa del Partito senza intuire che il bisogno di un altro eros politico era arrivato fin dentro le sezioni; dovremmo fare causa a chi ha creduto e crede che tra conformismo e conformismo dal volto umano ci sia un’enorme differenza; dovremmo fare causa a chi dopo aver distrutto la sinistra in nome della “vocazione maggioritaria” si è messo a scrivere romanzi brutti e banali e a fare film terribili da invalidità permanente mentale, per giunta segnati da un’assenza totale di estro, dovremmo fare causa a tutti coloro che hanno fiancheggiato queste persone per ragioni di lobby, senza mai essersi dissociati dai discorsi da “terrazza” romana parlando di Juve e nutella; dovremmo fare causa a chi ha continuato a pensare che si dovesse andare comunque a votare perché c’erano ancora una volta i fascisti e poi i leghisti in agguato come licantropi; dovremmo fare causa a chi ha cercato di attribuire ogni colpa ai fascisti per salvare se stessi dall’evidenza delle proprie responsabilità e del proprio tentativo di mantenere lo status quo; dovremmo fare causa a chi ha lasciato soli i poveri vecchi partigiani lì in piazza, ormai quasi tutti morti, gli stessi che ogni 25 di aprile, se le gambe glielo permettevano, tornavano a Porta San Paolo a Roma per ricordare ciò che era stato, ciò che non poté davvero essere, ossia non la rivoluzione, bensì case scuole ospedali, diritti civili e giustizia; dovremmo fare causa a chi ha trovato inaccettabile, sempre per un senso di ottusa appartenenza, che qualcuno potesse pretendere le dimissioni immediate del sindaco di Genova e del presidente della Regione Liguria dopo l’alluvione in quanto “compagni”; dovremmo fare causa a quell’altro presidente di regione, non meno compagno negli intendimenti di alcuni, dopo averlo sentito ridere di un povero giornalista precario che faceva semplicemente il suo lavoro chiedendo lumi sui morti di tumore all’Ilva di Taranto, così al telefono con un giannizzero degli industriali padroni della città;

dovremmo fare causa a chi prova a bloccare la nostra distanza ormai incolmabile dalla sinistra dicendo “e allora vuoi che vinca Berlusconi?”; dovremmo fare causa a chi in tutti questi anni ha cercato di attribuire a Berlusconi ogni male affinché non fosse evidente la contiguità altrui con il Mostro, con il Puttaniere; dovremmo fare causa a chi ha permesso che una nuova classe dirigente di fighetti analfabeti di storia e senza fantasia alcuna si mettesse lì a dare lezioni di senso di responsabilità; dovremmo fare causa a chi continua a ridere delle battute di Maurizio Crozza; dovremmo fare causa a chi non si è mai posto la domanda sul perché in Italia, a sinistra, c’è una satira organica come quella di ElleKappa su “la Repubblica”; dovremmo fare causa a chi ha visto l’elezione di Laura Boldrini alla presidenza della Camera non come un naturale miracolo del “manuale Cencelli”, ossia spartitorio, bensì come una vittoria per le donne; dovremmo fare causa a chi non dice che da Eataly la pizza è di gomma e il guanciale pessimo; dovremmo fare causa a chi ha trovato in Matteo Renzi il nuovo alibi per giustificare le responsabilità dei suoi predecessori a sinistra; dovremmo fare causa a chi ha continuato a dare credito ai gruppi dirigenti per soggezione, come dire che questi hanno comunque una visione d’insieme e dunque, in una sorta di remixato centralismo democratico, pensano che non si debba mettere ogni cosa in discussione;

dovremmo fare causa a chi ha cercato di convincerci che per realpolitik bisognasse sognare di meno ed essere più concreti; dovremmo fare causa a chi ha visto perfino con orgoglio che D’Alema facesse le regate con la sua barca; dovremmo fare causa a chi non voleva che D’Alema avesse una barca; dovemmo fare causa a chi ci ha tolto il fortino dove al posto degli indiani e i cowboy e il 7° Cavalleria avevamo messo i tutti i nostri irreali eroi – dalle guardie rosse all’assalto del Palazzo d’Inverno a Che Guevara; dovremmo fare causa a chi a breve ci farà due palle così con l’anniversario della morte di Pasolini dimenticando di dire che questi voleva “abolire” la televisione mentre il suo allievo e biografo Enzo Siciliano, mandato lì dall’amico Walter Veltroni, andò a fare il presidente della Rai, convinto di avere vinto la lotteria dell’orgoglio; dovremmo fare causa a chi si pone ancora la domanda sull’esistenza politica stessa di Marianna Madia, facendo finta di ignorare cos’è mai la continuità delle classi dirigenti solo perché il ministro siede a sinistra; dovremmo fare causa a chi pubblica i libri di Concita De Gregorio; dovremmo fare causa a chi legge i libri di Concita De Gregorio; dovemmo fare causa a chi recensisce i libri di Concita De Gregorio; dovremmo fare causa a chi compra “la Repubblica” per leggere le pagine sul cappero o il capitone o il lardo di Colonnata; dovremmo fare causa a chi continua a sperare che “l’Unità” mantenga un legame con i suoi carnefici, ossia il partito, anche se questo non è più, se non al momento del controllo delle opinioni; dovremmo fare causa a chi continua a nominare il partito;
dovremmo fare causa ad Adriano Sofri perché non ha detto mai una parola sulla supponenza del proprio figliolo Luca; dovremmo fare causa ai titolari di certi locali radical-bidè dalle parti di piazza Mazzini a Roma, frequentati dalle facce più detestabili di questo mondo ufficiale, gli stessi che lì organizzano i palinsesti della Rai, facce la cui semplice vista ti porta a diventare nazista; dovremmo fare causa a chi ha sostituito ogni pensiero con il “daje!”; dovremmo fare causa a chi ha sostituito, non dico i “Grundrisse” di Marx, ma perfino le parole di un Riccardo Lombardi, di un Saragat, di un Tanassi perfino con un “state a rosicare”; dovremmo far causa perfino a certi ottusi da centro sociale che non hanno capito che l’età della pietra politica è finita; dovremmo far causa a chi fa satira in televisione, su Raitre, dando di gomito a “Gigi”, a “Massimo”, a “Waltere”, a “Matteo”, ossia coloro che gli hanno garantito lo spazio mediatico; dovremmo fare causa a noi stessi che ci poniamo ancora il problema dell’esistenza della sinistra invece di prendere e scappare lontano.

Resta da aggiungere però che tra i figli di papà presidenti della Repubblica, già di sinistra, e i figli di nessuno che sperano di guadagnare 400 euri al mese, noi staremo sempre dalla parte di questi ultimi, per naturale umana simpatia, per commozione. Perché, come diceva qualcuno, “ma l’amor mio non muore”, anche in forma anonima, perfino con le proprie bandiere comunque rosse senza più insegne.

Fulvio Abbate                                                                                                                                                                                                                        “Ecco perché dovremmo fare causa alla sinistra”, Il Garantista                                                                                                                                                      25 ottobre 2014

Tags: ,

Leggi anche questo