A.A.A. cercasi poltrona per Fabris

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E ora in qualche poltrona si siederà, l’indispensabile Fabris? Sono aperte le scommesse. Il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, ha annunciato di farsi da parte per lasciare il timone al commissario, resosi necessario dopo la maxi-inchiesta sulla corruzione nel Mose. Aveva commentato così, fresco di nomina a fine giugno 2013, il collegamento allora solo ipotizzato fra le indagini sulle tangenti del caso Mantovani e il Consorzio: «Leggo i giornali, ed è naturale che il Mose venga citato dai giornalisti assieme a molte altre opere in cui è impegnata la Mantovani». Naturalissimo. Per lui è stato tutto naturale nella sua lunga carriera: ha naturalmente preso posto di qua e di là senza mai fare una piega, passando indenne ogni stagione politica e temperie avversa. A modo suo, un grande: è riuscito sempre a cadere in piedi. Classe 1958, di Camisano Vicentino, prima di scendere in politica pare facesse il consulente d’azienda. A Venezia Nuova è stato una rentrée: quando i finanzieri hanno bussato anche alla porta di casa sua a Camisano, l’anno scorso, era per prelevare documenti risalenti a quando trent’anni fa Fabris curava i rapporti istituzionali del Consorzio.

Da giovane, Maurino aveva già capito l’anda. Poco più che ventenne, nei primi ’80, era vice del forlaniano Pierferdi Casini, a quei tempi a capo dei giovani Dc. Nel 1990 diventa segretario provinciale dello Scudo Crociato a Vicenza, e dopo la bufera di Tangentopoli aderisce al Ppi rimanendoci solo un solo anno, per approdare poi nel Cdu di Rocco Buttiglione. Passano due anni e si trasferisce nel Ccd del compare Casini, ma non riesce a star fermo e nel 1998 si associa a Clemente Mastella nel Cdr prima e nell’Udr poi. Nel 1999 ne diventa il braccio destro nell’Udeur. L’abilità felina da cui gli derivano potere e visibilità è ritagliarsi lo spazio di unico uomo del Nord in un partitino circoscritto al Sannio, terra d’origine del Mastella nazionale. Eletto deputato nel 1996, dopo la caduta del governo Prodi 1 i mastelliani appoggiano il centrosinistra, e così, dal 1998 al 2001, Fabris è nominato sottosegretario ai lavori pubblici durante il governo D’Alema 1, alle finanze ed ancora ai lavori pubblici durante il D’Alema 2, all’industria con delega al commercio estero e turismo nel governo Amato 2. Nel 2001 è senatore, l’Udeur in quegli anni è ondivaga (Mastella diventa sindaco della sua Ceppaloni coi voti di Forza Italia), ma nel 2006 è schierata con l’Unione di centrosinistra e Fabris ottiene un seggio alla Camera in Lombardia, ammettendo candidamente di non aver fatto neppure campagna elettorale perchè tanto era un seggio sicuro («la campagna elettorale in Lombardia non l’ho mai fatta. Ho preferito lavorare in Veneto, tanto era lo stesso…», aprile 2006).

Il biennio del Signore 2006-2008 è il suo momento di gloria: assume il ruolo, molto ricercato dai media, di capogruppo Udeur, e l’acme lo toccherà nel 2008, quando Mastella, vedendosi arrestata la moglie presidentessa della Campania, coglierà la palla al balzo per far cadere il governo Prodi 2 e saltare sul carro di Berlusconi («senza di lui Prodi sarebbe ancora al governo, la riconoscenza è uno dei valori che abbiamo anche in politica», disse Silvio l’8 febbraio 2008). Ma la riconoscenza non vi fu, nè per il Mastellone nè per il Mastellino berico: nessuno dei due fu ricandidato dal centrodestra. E non perchè a mettere il veto fosse stato un berlusconiano antemarcia come Giancarlo Galan, che dall’alba dei tempi Fabris odia cordialmente, ricambiato (con la sua nota finesse, l’ex Doge azzurro ebbe a dire: «punto primo, escludo che Fabris faccia parte della squadra del Pdl nel Veneto. Se invece gli daranno un posto fuori dal Veneto, significa che entrano in lista anche le puttane. Per altro, ne conoscono di migliori anche in questo campo»). No, fu lo stesso Mastella a farlo depennare: se padron Silvio non doveva giubilare lui e la sua famiglia, allora doveva lasciare a casa anche Mauro, che pare fosse pronto a scaricare l’ex capo ceppalonico pur di restare a galla.

Se lo sarebbe meritato, un posto: dopo tutto, pur facendo parte della maggioranza di centrosinistra, aveva portato i suoi parlamentari a votare contro la regolamentazione del conflitto d’interessi e a dare in escandescenze contro i progetti di riforma del sistema radiotelevisivo e della governance Rai. Il tutto non per strisciante opportunismo, ma per soddisfare il suo credo religioso, il mitologico Centro: «non siamo noi che ci stiamo spostando verso l’opposizione, è il centrosinistra che con queste proposte si allontana dal centro. Noi eravamo contrari alle leggi ad personam del governo Berlusconi e lo siamo anche a quelle contra personam di questo governo» (e non fa nulla, suvvia, se qualche anno prima, nel 2003, parlava del Cavaliere in ben altri termini, quella volta a proposito dell’ennesimo condono edilizio: «tra condoni e sanatorie Berlusconi ha promosso solo la diffusione dell’illegalitໝ).

Fondato nel frattempo l’imprescindibile Movimento Popolare Veneto a fianco del Pdl, nell’agosto 2009 viene nominato commissario del corridoio ferroviario 1 del Brennero. Il munifico Berlusconi, evidentemente, alla fine aveva trovato di che ricompensarlo per l’abnegazione e fedeltà (durata addirittura più di un anno: accipicchia!). Dall’asse Verona-Trento-Alto Adige non passa annata che il Nostro non magnifichi la superiorità di quella tratta per l’alta velocità rispetto all’iter lumaca del corridoio 5 ovest-est.

Maurino non si fa mancare niente: nel 2010, qualche geniaccio ha l’idea di richiamarlo alla presidenza della Lega A di pallavolo femminile, e così prosegue la sua bruciante passione per il volley, prima ignota ai più, e forse anche a se stesso. Adesso dove lo vedremo sistemato? Non sia mai che rimanga disoccupato uno con un curriculum così: san Renzi, pensaci tu.

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