Cristo si è fermato a Ebola. E a Susegana

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È possibile che a Monteforte d’Alpone, l’Ebola sia un acaro «che contamina le viti, il vino e gli uomini» mentre a San Bonifacio si trasformi in un «bao» che attacca «i porsei»? Ovviamente sì, se si ha un po’ di tempo per battere bar, piazze, crocicchi di mezzo Veneto alla ricerca di questa o quella uscita siderale che trova immancabilmente un posto d’onore nello sciocchezzaio che, di riffa o di raffa, popola ogni situazione di emergenza che si rispetti, vera o presunta che sia. A dirla tutta durante un breve viaggio cominciato e concluso nella profonda campagna veneta o ai margini delle città, la maggior parte delle persone incrociate a parlare di ebola ha detto cose ovvie o di buon senso.

Gli smartphone, una connessione ad internet e Wikipedia, alle volte segnano il confine netto tra la considerazione di buon senso e la castroneria, come quella di un commerciante di Vicenza, quartiere Prati, che poco avvezzo al suo fiammante iPhone ha confuso ebola «con Ebay»; poi ci scherza su prospettando qualche acquisto di agenti patogeni da sversare sul balcone del dirimpettaio «che ascolta il pip pop» ovvero il «rap dei moretti» a tutto volume.

Diverso invece è un mezzogiorno di fuoco in un baraccio appena fuori Noventa Padovana, dove un’arzilla vecchietta, complice un rosso un po’ troppo forte, spara al cuore del problema: «Ebola, te l’attaccano gli extracomunitari, i gay e i rumeni», che sarebbero comunitari ma evidentemente il virus, bravo a mutare geneticamente per sfuggire ad ogni rimedio farmacologico, non è così rapido a carpire i cambiamenti geografici dell’Unione Europea.

A Susegana, in pieno centro, la questione assume rilievi geostrategici perché per Piero, un pensionato di settant’anni (che «però è volontario degli alpini e si sveglia ancora ogni giorno alle sei come quando andava in fabbrica») bisogna stare attenti agli «arabi e alle arabe» con le «cotole lunghe» che vengono dall’Africa, perché «spandono il virus nelle moschee che hanno fatto nei nostri terreni» per cui bene ha fatto «Zaia a chiudere tutte le frontiere in Italia e all’estero».

Facendo rotta verso il Vicentino, a San Pietro in Gu, Onorio si confida e spiega che per i prossimi mesi non andrà a trovare sua sorella a Caldogno perché lì c’è la base Usa «e i suoi camion hanno contaminato l’aria». A Cittadella invece abita Giovanni, hobby principale «la pesca». È preoccupato che chi è ammalato cascando in acqua infetti il pesce. Ma non ha nessuna venatura razzista perché lui «è favorevole all’accoglienza» ma spiega che ai migranti prima di partire «gli si dovrebbe dare un paio di pastiglie in modo che non si contaminino tra loro».

In un bar di Arcole, mentre ingoia un panino con la risolutezza di un caimano, è seduto Anton. L’italiano è stentato, non si capisce se l’uomo che ha un faccione bonario e un po’ triste sia serbo, montenegrino o altro. Però il cinquantenne, che è alto come una montagna e ha una tuta sporca di calcinacci, segno evidente che lavora in un cantiere edile, ha elaborato un suo convincimento divenuto immutabile dopo la pinta di birra sifonata in un mezzo sorso: «Ebola viene fuori dal trattato di Maastricht e gli americani la useranno contro di noi». I complotti di Voyager e Mistero messi insieme non reggerebbero un solo attimo l’urto delle teorie di Anton che però spiega ad alta voce che lui protegge «mia familia» con le erbe del suo paese. Ora rimane da capire se per paese si intenda la sua nazione di origine, il villaggio estero dove è nato, la cittadina dove risiede ora oppure se si tratti di Paese in provincia di Treviso. Il concetto non è determinato mentre lo è lo sputo possente (scaracchio in romanesco rende meglio) emunto direttamente dai polmoni che stampiglia sullo scalino del marciapiede del bar dove ha pranzato.

Un parterre del genere avrebbe fatto la felicità di Gianni Ippoliti quando armato di videocamera girava l’Italia alla ricerca donne e uomini «ottusangoli», per dirla come il Grande Fratello. Ma avrebbe incontrato anche persone qualsiasi, come Marta, che si augurano «semplicemente che questo virus non si presti a strumentalizzazioni da parte di qualche casa farmaceutica».

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