Marzotto, a quando una vera intervista?

Confesso: ogni volta che mi capita sott’occhio un’intervista a Matteo Marzotto mi preparo psicologicamente con un sorso di qualcosa di forte, perché potrei non reggere le sue sconvolgenti verità. Quella che ha rilasciato al magazine Sei di giovedì 30 ottobre, ad esempio, è da manuale. Roba forte, fortissima. Fior da fiore, riferendosi a Vicenza dove troneggia con la doppia presidenza della Fiera e della scuola per manager Cuoa: «siamo una provincia di un mondo che corre veloce, dove si deve gareggiare mostrando le proprie capacità»; «il nostro territorio deve sapere fare brand»; «per raccogliere le sfide che un territorio ad alta vocazione imprenditoriale offre serve una cultura fiscale, imprenditoriale, giuridica»; «oggi la crisi ha portato maggiore consapevolezza. E i giovani possono imparare dai loro padri portando qualcosa di nuovo»; «si deve saper delegare. E ancor più, riconoscere i propri limiti»; «penso che lo sport sia una terapia. Il ciclismo, in particolare, è una gran scuola di vita»; «non amo i rischi gratuiti: si deve mantenere il controllo, pur al limite della prestazione».

Idee innovative, concetti rivoluzionari, pensieri che a nostra memoria non trovano precursori. Non è possibile dunque che Marzotto non abbia ancora acconsentito a rispondere a domande forse un pochino più circostanziate e prosaiche, argomento Fiera, che gli abbiamo posto confidando in sue sagaci risposte che, poco ma sicuro, ci zittirebbero facendoci secchi. L’ostacolo sarà certamente costituito dalla mancanza di tempo in agenda, giammai dalla domande in se stesse. Per invogliarlo, potremmo anche tornare su temi magari più personali, come quelli toccati in un’altra memorabile intervista, questa volta al Corriere della Sera del 6 agosto scorso. In quell’occasione, oltre che rivelarci che mangia «in modo sano, verdura e frutta, pollo alla griglia e, come tutti i Marzotto, me la cavo bene ai fornelli: con un risotto alla milanese ho conquistato una delle mie fidanzate», incalzato da una giornalista particolarmente arcigna secondo cui, sul suo conto, “si è parlato di evasione fiscale” (se “parlare” equivale ad andare a processo dopo un rinvio a giudizio, chiamiamolo pure parlare), Matteo ha chiarito che trattasi di «una vicenda che mi ha visto coinvolto, mio malgrado, in qualità di mero socio di minoranza per un’operazione di vendita a cui sono sempre stato contrario».

In attesa del giudizio del tribunale, ci svagava con il quadretto di lui che spiega la genesi di un suo affare, l’acquisto e rivendita del marchio di moda Vionnet: «La maison era una sleeping beauty , una bella addormentata che aspettava solo il suo cavaliere. Ricordo quando mi dannavo per far riemergere dall’oblio Vionnet, una sera a casa di Madonna a Londra: mangiammo una pizza davanti al video acceso sull’anteprima del film diretto dalla cantante, W.E. (sulla love story di Wallis Simpson e Edoardo VIII). Le avevo proposto di indossare un Vionnet all’anteprima del film alla Mostra di Venezia e lei disse sì, poteva scegliere Gucci o Dior… Ma capì quanto ci tenevo e preferì Vionnet. Ecco, il mondo della moda è molto umorale ma sa essere anche molto umano». Ecco come si fa business, ragazzi: una pizza chez Madonna e tanto calore umano. E non concedere interviste a chi fa domande. Domande vere, intendo.

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