Vi presento Zaia detto Zelig

Quasi certamente, ma possiamo pure togliere il quasi, saranno Alessandra Moretti e Luca Zaia a sfidarsi per la presidenza della Regione Veneto. Ecco perché vi proponiamo l’analisi della loro comunicazione pubblica: come parlano, come conquistano, cosa dicono davvero. È la cosiddetta comunicazione personale, quella che potrebbe far vincere uno o l’altro conquistando i tantissimi indecisi. Vediamo come se la cavano agli occhi, molto distratti, di noi veneti. Prima parte: Luca Zaia, ovvero l’arte di cambiare faccia e idee a seconda dell’interlocutore.

E bravo Luca: seppur figlioccio del fondatore Bossi, ha imparato molto meglio da Berlusconi la grande arte di vestirsi a modo. Non parliamo di giacche e cappotti: quello che indossiamo spesso sono gli atteggiamenti, che cambiamo come abiti a seconda del pubblico che abbiamo davanti. Non è un caso se Luca Zaia, che è figlio della comunicazione del terzo millennio, cambia molto poco lo stile del vestire e dell’apparire, quasi cercasse almeno un punto fermo universale nel suo essere. Ecco che le giacche sono sempre eleganti ma mai ingessate, il capello un po’ lungo ma mai esagerato, la barba talvolta ispida ma mai lasciata andare. Piccoli grandi segni per avere un’identità e soprattutto negare (volontariamente o in modo inconscio) quella del presunto nemico. Luca Zaia lo vedi e lo riconosci al primo sguardo: è sempre lo stesso, sia in tivù che per strada.

Quel che cambia sono i concetti che esprime. Ed è attraverso i concetti che cambia tutto il suo essere, quasi diventasse un’altra persona, a seconda della telecamera (o degli occhi) che lo inquadrano. In questo atteggiamento Luca è perfettamente veneto: come se lo vedeste con le mani giunte mentre recita sommesse preghiere in chiesa, ma si libera in un sacrosanto bestemmione solo pochi minuti dopo, parlando di calcio al bancone del bar.

Perché Luca Zaia piace molto, ai leghisti e non solo, quando comunica? Per la sua voce anzitutto. È quella di un veneto doc, sempre un po’ cantata, col nostro difetto classico di lasciare sempre le frasi sospese a causa della cadenza in salita. Fateci caso: “Dobbiamoò / fare qualcosaà / per togliere il Venetoò/ dalle maniì / di questa genteè”.  Se vi siete mai chiesti perché il veneto fa sorridere – indipendentemente dalle parole che usate – la risposta è qui: la nostra musicalità in salita lascia sempre le frasi sospese, come se mancasse sempre qualcosa per finire. In italiano la stessa frase dovrebbe suonare così, per essere chiarissima al primo ascolto: “Dobbiamo fare qualcosa. Per togliere il veneto. Dalle mani. Di questa gente”. D’altra parte la musicalità veneta è un segno di appartenenza, un grido che spiega agli elettori la lontananza dalla romanità e dalla milanesità, vere lingue dominanti di questi anni. E Zaia la sfrutta bene.

Il tono del discorso è sempre troppo enfatico ma almeno non aulico: voglio dire che Zaia non parla con il tono di chi ha sempre la verità in tasca. Questo, credo, è il suo miglior punto di forza. Curioso osservare quel che comunica il suo viso: è un bel viso, pensante, quando ascolta le domande o si concentra su quel che dicono gli altri interlocutori. Perde un po’ di qualità quando parla, perché lo animano troppe smorfie. Ma ha comunque il vantaggio di comunicare sempre la grinta e l’intenzione.

Per quel che riguarda i concetti, Zaia risce ad essere sempre molto chiaro. Sia in buona che in cattiva fede. Un esempio di buona fede: “Per quel che riguarda la raccolta di di firme per l’indipendenza del Veneto, credo sia pedissequo dire che… No, mi spiego meglio: voglio dire che è inutile fare la raccolta firme perché comunque non ci porta al risultato”. Bello il cambio di rotta, per disinnescare una parola difficile da far capire. Bella anche la verità, spiegata in poche parole chiare.

Altro esempio buono, sempre raccolto da un’intervista in tivù: “I vostri dati dicono che il 53 per cento dei veneti vuole l’autonomia. A me pare poco. Ma il fatto è che ai cittadini non si possono raccontare balle: un referendum raccoglie i dati ma poi, bon, è finito tutti lì. Al Veneto non serve fare un referendum per sapere che i veneti vogliono l’indipendenza. Io sono riuscito a raccogliere le firme per la provincia autonoma di Treviso: 160 mila firme, nessuno c’era riuscito, raccolte e portate otto anni fa, ma poi non è accaduto niente. E adesso passo la giornata a rispondere alle persone che mi chiedono: perché mi hai chiesto la firma? Insomma, non possiamo far credere ai cittadini che con un referendum risolviamo tutti i problemi del Veneto, non è così che funziona”. Lo ascolti e senti i fatti raccontati e spiegati con la serenità di chi non ha paura di mettersi in gioco. Quasi nessuno, in politica, tenta di raccontare difficoltà e debolezze. È un pregio che ha anche Salvini e che le altre forze politiche continuano a ignorare.

Ma ecco la sorpresa: quando le telecamere non sono quelle di Rai, La7, Sky e Mediaset, Luca Zaia cambia radicalmente. Diventa un’altra persona. Nel bene, ma soprattutto nel male. Nei suoi ambienti (prendo ad esempio il Congresso federale Lega Nord 2014, che trovate su Youtube) il viso serio e serioso scompare. Zaia ride e si lascia andare alla grande. Parla con piacere, appassionandosi più di quanto abbia mai fatto in occasioni più ufficiali. Ma qui non c’è un solo concetto che somigli a quanto ha espresso nelle altre situazioni. L’attacco: “Sì, mi piace che qui mi chiamiate Doge… Perché allora, ai tempi del doge non c’era Romaaa!”. Mi pare di averla già sentita questa. E non mi suona moderna e interessante.

“Io sono uno di quelli che ha sofferto di più in questi anni, sapete? È che io ho avuto a che fare con una sacco di sindaci di grandi città venete; ma sindaci che ti rompono le palle, gente che ci riempie le strade di marocchini che non fanno un cazzo tutto il giorno! E tu ti chiedi: Ma com’è possibile essere in Venetoooo?” Ma questa è la stessa persona che esprimeva dubbi e verità, qualche riga prima? “Ma finalmente che c’è Bitonci a Padova, dov’è Bitonci? Eccolo là! Abbiamo espugnato anche l’ultima roccaforte del comunismo in Venetoooo!”. Questo Zaia non è la stessa persona di prima. Questo è lo Zaia Zelig, che al congresso ha messo il pilota automatico sulla posizione “pubblico leghista” ed è partito in quarta.

Per carità, quasi tutti i politici lo fanno. Ma oggi, con i media che arrivano ovunque, basterebbe un minimo di attenzione semplicemente, spulciando sul web, per capire un po’ meglio a chi diamo il nostro voto. Quantomeno per capire se lo darò a Zaia Zelig di Zaion (“Non possiamo far credere ai cittadini che risolviamo tutto”) o a Zaia Zelig di Zermeghedo (“Abbiamo espugnato l’ultima roccaforte del comunismo”).

Anche sulla verità infatti, c’è poco da stare allegri: “Penso di darvi già una buona notizia con fatto che il mio intervento… Durerà poco – spiega con una battuta riuscita – Ma soprattutto che questa regione, governata dalla Lega, non ha avuto nemmeno un leghista nell’inchiesta Moseee”. Una vera comunicazione dovrebbe avere più coraggio: quello di essere se stessi sempre. E magari di mettere in fila i fatti, perché è il solo modo di convincere le persone. Che ne direste di uno Zaia che spiega, più onestamente, che la Lega non poteva rubare sul Mose semplicemente perché il potere regionale, allora, era in mano a Galan? E come sia possibile invece che il Veneto abbia nuovissime autostrade costruite con i rifiuti tossici proprio sotto il potere/controllo della Lega?

Invece Zaia resta fedele al suo pubblico, pronto a indossare la comunicazione giusta a seconda del canale televisivo: “Oh, io sono leghista da vent’anni, ventidue… Quante tessere ho in giro per casa? Dovrò farci un quadretto! Comunque oggi siamo nella situazione migliore, noi della Lega: con gli immigrati abbiamo già dato, qua immigrati non ne vogliamo vedere più! E da oggi non ne vediamo più, perché quando andiamo a battere i pugni, e io ci vado, bisogna battere forte: o si spaccano le scrivanie o non ti fanno le leggi. Immigrati qua mai piùuuuu!”. Battimani e battipiedi in sala. Era luglio, quattro mesi fa. Indovinate cos’è successo nel frattempo.

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