Mose “patteggiato”. E l’aorta di Baita

E con Spaziante e Meneguzzo che ieri hanno patteggiato, ora è davvero finita: evitano il processo tutti (o quasi: non l’ex sindaco veneziano Giorgio Orsoni nè l’ex eurodeputata forzista Lia Sartori) gli accusati eccellenti dell’inchiesta Mose, un’indagine che ha archiviato giudiziariamente il “sistema Galan” e fatto commissariare la grande opera più contestata di Venezia. Dall’ex Doge di Forza Italia al suo commercialista Paolo Venuti, dall’ex consigliere regionale Pd Giampietro Marchese a Patrizio Cuccioletta (ex Magistrato alle Acque), passando per una sfilza di imprenditori e manager e non dimenticando i tre grandi indagati-accusatori Giovanni Mazzacurati (ex presidente Consorzio Venezia Nuova), Piergiorgio Baita (ex presidente Mantovani), Claudia Minutillo (ex segretaria di Galan ed ex amministratore delegato di Adria Infrastrutture), è stato un fuggi fuggi generale, preferendo accordarsi per pene lievi – troppo, dice qualcuno – e risarcimenti allo Stato nell’ordine di appena il 30% sul prezzo dei reati.

L’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, e l’ex ad di Palladio Finanziaria, Roberto Meneguzzo, hanno patteggiato rispettivamente 4 anni di carcere con una confisca di 500 mila euro e 2 anni e mezzo di reclusione, in quest’ultimo caso senza nessuna confisca poiché Meneguzzo, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto solo un ruolo di mediatore senza intascare denaro. Entrambi erano accusati di concorso in corruzione.

Mentre i pm, Carlo Nordio in testa, escono vincitori vedendosi confermato l’impianto accusatorio, per le casse dello Stato il bilancio è magro: a fronte di quasi 40 anni di carcere, vengono recuperati “solo” 12 milioni e 200 mila euro sui circa 40 milioni totali. La sproporzione, per carità perfettamente legale, è in qualche caso lampante: Baita, accusato di associazione per delinquere finalizzata all’emissione di false fatture, dopo aver patteggiato un anno e dieci mesi di reclusione, ha versato 400mila euro, il 5% dei quasi 8 milioni di euro contestati per evasione fiscale; mentre i “soci”, citati con lui in solido, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan quando era governatore del Veneto, William Ambrogio Colombelli, titolare della “cartiera” di fatture false con sede a San Marino, Nicolò Buson, responsabile amministrativo di Mantovani, non hanno versato nemmeno un cent. Da parte sua, Galan chiesto di patteggiare con 2 milioni e 600 mila euro, che è già una bella cifretta: equivale a quasi il 54% dei 4 milioni e 830 mila contestatigli. Ma il più “contento” di tutti può dirsi Giovanni Mazzacurati, che ne è uscito ricevendo anche una liquidazione di 7 milio di euro da Venezia Nuova.

E dire che tutto poteva prendere una piega ben diversa, se uno dei tre che ha vuotato il sacco – il più grosso – avesse preso una diversa decisione apparentemente banale. Il 17 giugno 2013, interrogato dai pubblici ministeri Ancillotto e Buccini, l’ex presidente della Mantovani, Baita, a domanda se fosse stato vittima di “pressioni”, raccontava a proposito dei suoi avvocati di allora:

«Diciamo, adesso la parola pressione’ non so se è corretta, perché… Certo che il prof. Longo e l’avvocato Rubini… la proposta era stata quella di dire: “Non rendiamo altri interrogatori e facciamo un’operazione all’aorta sulla base…” io sono un iperteso, però ho una pressione che e controllata dai farmaci, e ho rifiutato dicendo che non vedevo il motivo di farmi operare… E a quel punto mi è stato detto: Beh, ma se è cosa allora non possiamo più difenderti perché abbiamo delle incompatibilità con delle persone (…) io ho preso paura, insomma, non mi pareva… non c’era motivo». Nè il suo medico personale nè i cardiologi in visita che gli misurarono la pressione lo trovarono in stato tale da dovergli consigliare un’operazione al cuore. Chiedono i pm: «Quindi tutta la visita che poi avrebbe portato a un’operazione chirurgica sarebbe da considerare una misurazione di una pressione?». Baita: «Si. E anche con una parcella importante: di 15 mila euro». Pm: «Per misurarle la pressione?». Baita: «Sì». Pm: «Dopodiché questi cardiologi o comunque i suoi difensori cosa le hanno proposto?» Baita: «io che gli ho detto che non mi sarei mai fatto ricoverare. Se per non rendere un interrogatorio dovevo farmi operare, io rendo l’interrogatorio, perché non avevo nessun tipo di remora nel… E a quel punto hanno rinunciato spiegandomi che c’erano delle incompatibilità con delle persone».

Gli avvocati Piero Longo e Paola Rubini hanno seccamente smentito il racconto di Baita: «Mai, ovviamente, abbiamo consigliato al nostro cliente di sottoporsi a un’inutile operazione per rinviare un interrogatorio. L’ingegner Baita, in un’enfasi accusatoria, ci accusa di un comportamento assurdo e stupido, posto che nessuno può obbligare un indagato a sottoporsi a un interrogatorio. D’altro canto, l’interrogatorio era stato chiesto da questi difensori e avrebbe dovuto proseguire. Nel rispetto del segreto professionale, possiamo solo dire che la rinuncia al mandato fu formalizzata quando l’ing. Baita ci comunicò la sua intenzione di collaborare con l’accusa. L’incompatibilità, a termini di codice deontologico, era determinata dal fatto che l’ing. Baita, nostro storico cliente, era perfettamente a conoscenza che, nostro cliente da molti anni, era anche il Consorzio Venezia Nuova e l’ing. Mazzacurati. Tutto il resto è pura fantasia». Dunque confermano, i due, che c’era una divergenza di vedute sul collaborare o non collaborare con i magistrati. Baita ha collaborato, e le sue accuse si sono rivelate vere. I patteggiamenti, per quanto rappresentino una mezza sconfitta sul piano fattuale, storico e morale (non si potrà più andare fino in fondo), sono lì a dimostrarlo.

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