Rischio alluvione, i bacini come alibi

Di acqua ne è passata sotto i ponti, da quell’Ognissanti del 2010 in cui mezzo Veneto finì a mollo, tra morti (pochi), danni, disperazione e rabbia. Ma i rischi sono ancora lì. Tutti quanti, appena appena esorcizzati dalle polemiche di cui si alimenta, anche in queste ore, una politica che più alla salvaguardia del territorio pare interessata alla prossima competizione elettorale regionale.

Ma soprattutto sul proscenio, in splendido isolamento, rimane la causa principe di tutto. Uno sfruttamento del suolo tra i più devastanti mai praticati in tutto il Paese. Quotidiani e riviste traboccano di articoli, non mancano i libri sugli scaffali che affrontano quello che è un vero tabù veneto, ma ancora una volta la politica regionale ha scientemente occultato il nodo della ipercementificazione, una responsabilità, anzi una colpa, che investe tutta la classe dirigente regionale degli ultimi quarant’anni senza esclusione di schieramenti. Di più, una discussione del genere nel dibattito della campagna elettorale non è mai entrato, indipendentemente dalle forze politiche in gioco.

Per vero fuori dalle piste più battute la discussione non manca. Tanto per fare un esempio oggi a pomeriggio a Vicenza nell’ambito di un convegno organizzato da Vicenza Riformista a Villa Tacchi sarà protagonista tra gli altri Grazia Mazzoleni curatrice di un approfondimento in cui l’attenzione sarà concentrata sulla vocazione storicamente “cementizia” di Vicenza, una vocazione che non è mutata anche durante l’ultimo doppio mandato del primo cittadino democratico Achille Variati. Un approfondimento che, stando a qualche spiffero uscito da palazzo Trissino, avrebbe trovato sostanza, almeno concettuale, in un altro lavoro dell’urbanista Fernando Lucato, un professionista che ha curato i piani regolatori di mezzo Veneto e che sarà tra i protagonisti del dibattito assieme alla stessa Mazzoleni e a Francesca Leder, altra studiosa della materia.

Sullo sfondo però rimane un altro tabù. Che è quello del governo dei regimi idraulici. Comuni, province, regione, enti di bonifica se ne sono disinteressati o se ne sono interessati male. In questo senso le denunce degli esperti sono una montagna. Una lamentela fra le tante è quella del professor Luigi D’Alpaos, che ormai, dicono i suoi vecchi amici all’universitàdi Padova, si è anche stancato di essere interpellato ogni volta che una calamità, più o meno attesa, si abbatte sulle terre che furono della Serenissima, che in materia di governo delle acque mise in campo istituti e magistrature che ancora sono di esempio.

In questo orizzonte rientrano anche i bacini di contenimento, che vanno fatti ma non devono essere un alibi o la scusa per non pensare ai guasti di un Veneto pesantemente urbanizzato che continua a vedere nel cemento verticale (edificazione) e in quello orizzontale (strade, superstrade e autostrade) l’unico volano di uno sviluppo che pare impazzire di pari passo col clima. Questa almeno è la riflessione condivisa da studiosi di fama nazionale come Edoardo Salzano. E che la vicenda dei bacini rischi di diventare un alibi, sempre che non lo sia già, lo dimostra un fatto preciso. Dopo l’alluvione del 2010 Vicenza finì su tutti i media nazionali. Il bacino antipiena di Caldogno (di quello di Trissino si sta occupando la magistratura penale, tanto per dire), ancora sulla carta, con i suoi 40 milioni di euro di costi stimati, è diventato la panacea onirica di ogni male nonché la benzina polemica di ogni contenzioso politico. Poco più a nord però, a Cogollo del Cengio, la Regione, ha previsto da tempo immemorabile un invaso che contiene il triplo dell’acqua, che costa come quello di Caldogno e che per di più in estate avrebbe il vantaggio di alimentare le falde per dare una mano all’agricoltura nei terreni a valle. Autore del progetto è il chiacchieratissimo studio Altieri che nel Veneto ha progettato di tutto e di più, ma che invece ha visto quell’invaso, lodato da tanti, rimanere carta polverosa.

E che quell’invaso abbia caratteristiche molto interessanti non lo dicono gli ambientalisti ma gli uffici regionali nonché lo studio propedeutico realizzato da un altro luminare veneto, il professor Vincenzo Bixio. «Ma esperienza, competenza e buon senso potranno mai competere con la caciara politica e con gli affari, più o meno leciti, che quest’ultima mimetizza dentro le sue frasche ombrose?». Questa è la domanda che si pone Massimo Marco Rossi, video-maker veneziano e supporter della causa ambientalista. «Domanda alla quale i big, politici e non, non rispondono mai».

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