Zaia, terzo incomodo fra Tosi e Salvini

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

E ora anche la grana della guerra tra fiera di Padova e fiera di Verona per le bici. Al governatore veneto Luca Zaia non gliene va dritta una, ultimamente. Non per scivoloni suoi, ché anzi, dal punto di vista politico e mediatico, si sta muovendo piuttosto bene (sull’Ebola made in Usa ha saputo ergersi a paladino dei veneti meglio di un no-global). No, sono le rogne che gli cadono in capo e che finiscono dritte per complicargli la vita nel suo partito, la Lega.

I due centri che irradiano problemi sono Verona e Padova. Nella città scaligera è assiso come feudatario assoluto il suo rivale diretto Flavio Tosi. I due sono i classici galli nello stesso pollaio: anche se non si beccano, si contendono il dominio. Diversissimi l’uno dall’altro (Tosi viene da un passato di leghismo così duro da sconfinare nell’estrema destra, mentre oggi è alfiere di un moderatismo che guarda all’ex montiano Passera e coltiva ambizioni nazionali; Zaia è un ex pr con un lungo curriculum di amministratore lontano da ideologismi di qualsiasi tipo, un pragmatico con gli occhi fissi alla Regione), i dioscuri del Carroccio veneto giocano in realtà su due piani diversi. Mentre Tosi, salvo qualche isola, ha in pugno il partito, Zaia del partito, colpevolmente o no, sostanzialmente si disinteressa. Quel che gli interessa è la politica intesa in due modi: comunicazione e amministrazione. Nella prima ci sa fare, al punto tale da coprire qualche buco della seconda. Dal punto di vista di un leghista, tuttavia, Zaia rappresenta la Lega profonda, verace, fedele alla linea – che oggi significa stare col segretario federale Matteo Salvini, senza magari sposarne del tutto il lepenismo e il neo-nazionalismo che mettono in soffitta d’un colpo trent’anni di polemica contro lo Stato-Italia, il Sud “terrone” e i “taliani”. Tosi è il leghista tiepido, borderline , il volto spendibile a livello nazionale per attrarre il voto moderato.

C’era un patto, a riguardo. Lo ha svelato Tosi l’altro giorno: «Salvini doveva guidare la Lega, io occuparmi del centrodestra: esiste un patto chiaro di cui è garante Maroni» (Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2014). Quindi Tosi candidato alle primarie di centrodestra, che invece Salvini sembra escludere per auto-incoronarsi direttamente lui come nuovo portabandiera di un centrodestra più radicalizzato. E arriviamo al punto: il vero scontro non è fra Tosi e Zaia, ma fra Tosi e Salvini. A Zaia basterebbe non finire sempre in mezzo, tutto qui. Da queste lotte intestine farebbe volentieri a meno, perchè di grattacapi ne ha già abbastanza.

Uno è stato, ed è, l’immane casino del nuovo ospedale di Padova. Per diventare sindaco di Padova, Massimo Bitonci ha dovuto contrastarlo al punto da fare affondare il progetto che politicamente recava la firma trasversale del centrosinistra di Zanonato e appunto di Zaia. Se avesse potuto, il governatore avrebbe strangolato con le sue mani lo scatenato Bitonci, sebbene facesse parte della sua stessa “corrente” in Lega. Il fatto è che, come si diceva, Zaia non è un gauleiter, è uno che lascia fare, e perciò i big locali che sarebbero “suoi” si comportano come dei ras autonomi. Così autonomi che in questo caso è deflagrato un dissidio frontale fra capoluogo patavino e Regione che ha messo in enorme difficoltà il governatore. Intendiamoci: Bitonci non poteva agire diversamente, dal suo punto di vista. Oggi Zaia deve trovare il modo per disinnescare, almeno per tutta la durata della campagna elettorale, la quaestio dell’ubicazione del nuovo polo sanitario. Un commissario ad acta potrebbe essere una soluzione. O semplicemente, stavolta, procedere di comune accordo con Bitonci.

L’altro fronte è il bubbone appena scoppiato di PadovaFiere, in gravi ambasce economiche e con l’onta di vedersi strappare l’esposizione sul ciclismo dall’ex ad Coin per migrare a Vrona, la più forte realtà fieristica del Veneto. Si invoca l’autorità superiore e pacificatrice del presidente della Regione per mettere un po’ d’ordine ad un comparto che vede tre fiere, Verona Vicenza e Padova, andare ognuna per conto proprio nonostante i proclami di futura unione. Chi la caldeggiava da Vicenza, come il presidente della Banca Popolare vicentina Gianni Zonin, adesso è alle prese con ben altri guai interni (stress test Bce passato d’un soffio, dubbi sul valore delle azioni e sulla governance rimasti inevasi). Zaia dovrà assumere una posizione, e lo farà di certo, ma quanto sarà concreta e quanto, al contrario, continuerà sulla falsariga delle pie intenzioni?

Almeno una potenziale fonte di fastidi, Zaia dovrebbe averla eliminata a priori: la dissidenza della galassia indipendentista veneta. Tranne qualche eccezione, il grosso dei venetisti purosangue ha già dichiarato che voterà per Zaia: attenzione, non per la Lega, ma per la lista civica del governatore. Una civica che è il suo vero asso nella manica, perchè grazie ad essa potrà limitare i danni, coprendoli col manto del civismo, procuratigli da una Lega in buona parte in mano a Tosi, e perfino dallo stesso Salvini, a occhio troppo estremista per certi veneti timorati di buttare a mare non tanto gli immigrati (che pure fanno molto comodo alle industrie), quanto l’euro, e timorosi per natura dei toni radicali. Ricordiamoci che nella primavera 2015 si voterà in 9 Regioni, il che darà alla tornata uno spiccatissimo carattere politico, una sorta di test sul governo Renzi. Ma al tempo stesso il veneto medio guarderà a quel che si è fatto in questi anni sul suo territorio. Cioè quel che ha fatto (o non ha fatto) Zaia. Che perciò ha bisogno di non dover pure occuparsi di baruffe interne e focolai di scontento strumentalizzabili da leghisti (e altri di centrodestra) anti-zaiani.

Tags: ,

Leggi anche questo