Appalti veneti, legalizziamoli stile Usa

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I media locali, anche con una certa enfasi, hanno dato notizia del nuovo protocollo adottato dal Comune di Vicenza in materia di lavori pubblici e legalità. Si va dall’obbligo di comunicare eventuali subappaltatori o subaffidatari a quello di segnalare eventuali richieste di pizzo (GdV del 10 novembre, pagina 8). Una novità che non è tutta farina del sacco della giunta comunale berica, quanto piuttosto il recepimento di una serie di indicazioni messe in campo dalla Regione Veneto con una legge ad hoc.

Rispetto al passato si tratta di un miglioramento, ma ancora una volta la Regione, che ad ogni piè sospinto critica le carenze della legislazione nazionale, non è intervenuta per colmare la grande lacuna dei contratti pubblici, quella della semplice gara al ribasso, che per assurdo è uno dei requisiti per far lievitare oltre modo i costi di realizzazione di un’opera pubblica. Nel Veneto il passante di Mestre è il simbolo di questo andazzo, basti ricordare che, secondo la Corte dei Conti, i suoi costi a opera ultimata ma ancora da rifinire sono saliti dell’80%. Rincari che all’estero farebbero impallidire amministratori e opinione pubblica, ma che nel Belpaese spesso vengono considerati come rospo da ingoiare per vedere completata l’opera.

Le gare al ribasso, e i relativi rialzi ad opera iniziata sono uno dei meccanismi preferiti in cui si insinuano i capitali mafiosi: al di là del danno che l’ente pubblico patisce da un rincaro ingiustificato, che può essere il fine anche di un imprenditore non legato alla malavita organizzata, quest’ultima ha una marcia in più. Perché riesce ad intrufolarsi in appalti di varia taglia proprio allestendo imprese just in time o infiltrandosi in società di media o minuta pezzatura che una volta individuato l’appalto ghiotto, fanno irruzione con ribassi spaventosi, magari sorretti anche dalla necessità di riciclare danaro sporco. Non di rado quando questa funzione è esaurita il margine di profitto minimo non interessa più all’impresa collusa, tanto che questa fallisce bloccando un’opera pubblica, magari importante.

Ma cosa si può fare allora per cercare di spezzare questo circolo vizioso? La parolina magica si chiama cauzione. Il codice dei contratti pubblici di norma impone una cauzione che si aggira sul 10% dell’intero importo dei lavori. Una quota già bassa di per sé ma che viene spesso elusa. Solitamente questa cauzione prende la forma di un deposito o più frequentemente di una fidejussione bancaria o assicurativa, vale a dire la presa in carico da parte di un terzo della cauzione in capo a chi vince la gara.

Perché gli enti pubblici, visto che la legge non lo vieta, non inseriscono nei bandi garanzie obbligatorie pari all’intero valore dell’opera o magari superiori? Come mai non si impongono al privato penali salatissime in caso di ritardo o di non conformità al disciplinare sottoscritto? Il fatto di porre filtri molto rigorosi non obbligherebbe le imprese poco solide, anche finanziariamente, a stare alla larga da opere grandi e importanti? «Molti tra politici, amministratori e dirigenti pubblici obietterebbero – sostiene un alto funzionario della Regione Veneto che chiede l’anonimato – che una pratica del genere obbligherebbe il privato a proporre prezzi più elevati che si scaricherebbero sulla collettività. Oppure obietterebbero che clausole del genere taglierebbero le piccole imprese. Ma è una bufala perché i lavori in Italia costano mediamente sempre più che all’estero. In realtà quello delle garanzie è uno dei grandi tabù italiani a Venezia come a Milano come a Napoli. Lo stesso dicasi per i contributi a carico dei cavatori nonché dei gestori delle discariche. Chi tocca questi santuari è politicamente finito, non si scherza col fuoco, basti pensare alla fine misera della legge veneta sulle cave, un settore in cui la mafia, pure nel Veneto fa sentire il suo fiato». La pratica «virtuosa» diffusa in molti paesi anglosassoni è stata presa in esame da Italia Oggi con un ampio servizio poi ulteriormente approfondito, per quanto riguarda gli Usa sempre presi a modello, da un interessante sito web siciliano con servizio nel quale si legge come funziona il performance bond degli States.

Il governo italiano nel 2014 ha cercato di porre un riparo seguendo due binari precisi. Uno: la istituzione di un albo di accreditamento per le imprese che intendono partecipare a gare pubbliche, l’Avcpass. Due: l’introduzione del suddetto performance bond, ovvero di un meccanismo che scarichi su un terzo, solitamente su una banca o su una assicurazione il rischio di inadempienza del contraente a fronte di una polizza tra privati in capo a contraente e garante. Ma la norma è stata scritta, accade spesso, all’italiana, come racconta Apiedil.it. Non sono infatti previste sanzioni per gli enti pubblici che non richiedano alle imprese l’accreditamento presso Avcpass. Inoltre il performance bond non è previsto per lavori sotto i 75 milioni; basta quindi spezzettare gli importi per aggirare la norma. Ne sanno qualcosa le ditte straniere, solitamente più strutturate e più attrezzate sul piano finanziario, che denunciano da tempo la chiusura de facto del mercato italiano in forza di leggi e consuetudini cucite su misura per pochi.

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