Diamanti: 53% veneti è indipendentista

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Ieri, in Catalogna, si è svolta la consultazione sull’indipendenza dalla Spagna, dichiarata illegale dal governo centrale e dalla Corte Costituzionale. Ma le autorità catalane hanno proceduto egualmente e la partecipazione è stata massiccia. Come il consenso ottenuto dalla rivendicazione catalana. Anche 2 mesi fa, in Scozia, comunque, il 45% dei cittadini aveva votato contro l’unione con Londra. Il vento indipendentista, dunque, soffia forte in Europa. Soprattutto dove esistono divisioni territoriali  –  economiche e culturali – profonde e radicate. Neppure in Italia la questione dell’indipendenza regionale è nuova. La Lega ne ha fatto una bandiera, fin dalle origini. Ha minacciato la secessione, negli anni Novanta. Senza grande successo, alla prova dei fatti. Quando, nel settembre 1996, organizzò una marcia sul Po, per dichiarare  –  appunto  –  l’indipendenza della nazione Padana. Con un seguito molto scarso, però. D’altronde, la Padania era  –  e resta  –  un’entità immaginaria.

Ma l’indipendenza è un obiettivo perseguito anche da altri gruppi e movimenti, soprattutto in Veneto. Con azioni dimostrative, come l’assalto al campanile di San Marco, da parte dei Serenissimi, nel 1997. O, nello scorso mese di marzo, attraverso un referendum autogestito. Azioni localizzate, ad opera di soggetti localizzati. Nel Nord, ma soprattutto in Veneto, appunto. Eppure, come abbiamo già suggerito altre volte, conviene non sottovalutare questi eventi. Né considerarli segni di un malessere territoriale espresso dai “soliti veneti”. Che strepitano tanto ma, all’atto pratico, combinano poco. La sindrome indipendentista, in effetti, non è così limitata né delimitata.

Appare, invece, diffusa, se oltre il 30% del campione nazionale (rappresentativo della popolazione) intervistato da Demos, nelle scorse settimane si dice d’accordo con l’indipendenza della propria regione dall’Italia. Quasi uno su tre, dunque. Distribuito diversamente, anzitutto su base territoriale. Il sentimento indipendentista, com’era prevedibile, è concentrato, anzitutto, nel Nord. In particolare nel Nordest, dove è condiviso da oltre metà della popolazione. Soprattutto in Veneto, dove supera il 53%. Un dato praticamente identico a quello rilevato in un sondaggio dello scorso marzo. Il campione, nelle altre due regioni di quest’area, è, invece, troppo limitato per suggerire stime (ma in Friuli Venezia Giulia l’adesione al referendum andrebbe oltre il 60%). Ma l’indice di indipendentismo risulta superiore alla media anche in Piemonte e in Lombardia (dove scavalca il 35% della popolazione). La “questione settentrionale”, dunque, non sembra essersi assorbita, nel corso degli anni. Semmai, si è “regionalizzata” maggiormente. Ma continua a generare distacco dall’identità nazionale. Il sentimento indipendentista risulta, però, molto esteso anche nelle due grandi isole, Sardegna e Sicilia, dotate di Statuto autonomo. In entrambi i casi, circa il 45% della popolazione (intervistata) afferma di ambire all’indipendenza. Nonostante la “dipendenza” dai trasferimenti dello Stato centrale.

Più sorprendente, invece, risulta l’ampiezza (superiore alla media) degli indipendentisti nel Lazio (35%). Ma in questo caso, probabilmente, conta l’influenza di “Roma capitale”. La tendenza (e la tentazione), cioè, di sovrapporre le due entità e identità. Roma all’Italia. E viceversa. In questo caso, cioè, si tratterebbe di vocazione all’auto-dipendenza.

Lo spirito indipendentista, invece, presenta valori limitati nel Mezzogiorno (ad eccezione delle Isole) e nelle regioni “rosse” dell’Italia centrale. E ciò suggerisce alcune importanti ragioni – ulteriori rispetto alla storia e ai fattori geopolitici. Ragioni socio-economiche, connesse al reddito e all’attività professionale, anzitutto. L’aspirazione indipendentista, infatti, raggiunge la massima diffusione fra gli operai, i lavoratori indipendenti (imprenditori e autonomi) e, inoltre, fra i disoccupati. In altri termini, tra le figure professionali maggiormente coinvolte nel mercato del lavoro. Su versanti opposti.

Gli imprenditori, i lavoratori indipendenti del Nord e del Nordest, soffrono per i vincoli  –  fiscali e burocratici – imposti dallo Stato, in profondo contrasto con l’instabilità dei mercati globali  –  e senza regole  –  in cui sono proiettati. Mentre i lavoratori “dipendenti” ed “esclusi”, i disoccupati, soffrono per la debolezza delle tutele pubbliche. E per le conseguenze sul mercato del lavoro di un’economia  –  e di una finanza  –  senza confini. Le stesse ragioni che hanno accelerato i flussi demografici e migratori. Che inquietano, più degli altri, gli strati sociali periferici. Gli ultimi e i penultimi della società. Così si comprende  –  e appare conseguente – anche il profilo politico dell’indipendentismo. Largamente maggioritario fra gli elettori della Lega (oltre tre su quattro). Ma fortemente marcato anche nella base di Forza Italia (45%). Il “forza-leghismo” (secondo la “definitiva definizione” di Edmondo Berselli), dunque, riassume l’indipendentismo dei “forti” e dei “deboli”. Del Nord e del Sud. Uno spirito diverso e diversificato. Unificato da un comune senso di distacco dallo Stato. Da un comune spaesamento rispetto al mondo che incombe come una minaccia – alla condizione di vita e alla comprensione di ciò che avviene intorno.

In altri termini, lo spirito indipendentista che alita nel Paese, più che l’avanzata del regionalismo, riflette il crescente distacco dallo Stato. Non compensato da altre e diverse appartenenze, da altri e diversi ambiti di governo. Inter- nazionali, come la Ue. Ma neppure territoriali, come le stesse Regioni. Patrie alternative: stanno perdendo consenso, fra i cittadini. Così, c’è il rischio, per gli italiani, di ritrovarsi, alla fine, davvero indipendenti. Da tutti. Cioè: soli.

Ilvo Diamanti
“Separatisti d’Italia, uno su tre favorevole all’addio a Roma”
La Repubblica
10 novembre 2014

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  • LA SINDROME DELLA SOLITUDINE INDIPENDENTISTA SECONDO
    DIAMANTI
    Nel mondo il dibattito si fa sempre più intrigante ed intenso su declino della civiltà occidentale e/o
    ascesa della civiltà orientale, sulla ritrosia americana (leggi Obama) a
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    della civiltà orientale o di quella islamica equivale a discutere del passato. Per il noto storico politico americano sta nascendo una nuova civiltà, la civiltà cosmopolita globale dove le società urbanizzate (multirazziali, multiculturali, multireligiose, conteranno più degli stati nazione dove sorgono, tanto che egli suggerisce di dare ai Sindaci maggiore controllo sulla politica globale mostrando come i “compaesani urbani” risolvono i propri problemi e forse quelli del mondo. Opinione certo da declinare in un contesto come quello italiano, intriso di tanti localismi territoriali che ne rallentano
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    dinamiche. Usare concetti e paradigmi correlati ad “indipendenza” e scollegati da serie analisi sulla crisi strutturale del vecchio stato e sullo sputtanamento irreversibile della funzione delle Regioni, significa solo contrabbandare per proiezioni demoscopiche interpretazioni ideologico- superficiali del malessere che si accompagna ai processi di mondializzazione, che si esprimen – anche – attraverso il linguaggio local polpulista.

  • Andrea Grandin

    La questione Veneto nasce principalmente per colpa stato centrale
    italiano che sta cercando di riaccentrare quella poca autonomia che
    hanno gli enti locali, ma se in tutto il mondo il federalismo funziona
    perchè qui stiamo andando al contrario?? Il centralismo attuale causa al
    Veneto un furto di circa 20 miliardi di euro, infatti la corte dei
    conti (non chiacchere da bar) dice chiaramente che il Veneto versa
    all’anno circa 70 miliardi e ne ritornano indietro (in servizi) circa 50
    milardi (dentro questi 50 ci sono anche 9 miliardi di interessi del
    debito pubblico che il Veneto non ha contribuito a creare), 20 miliardi di residuo fiscale =
    20.000 milioni di euro diviso 5 milioni di veneti circa sono 4000 euro a
    testa (tenendo conto di bambini, anziani, TUTTI) che perdiamo ogni anno, poi
    vogliamo parlare della “giustizia” italiana, la più lunga al mondo dove
    non esiste la certezza della pena e dove periodicamente vengono svuotate
    le carceri perchè sono in troppi, in italia non funziona niente, il
    filo è troppo ingarbugliato, si sta prima a tagliarlo e riaprtire da 0.

    Pare
    evidente che questa globalizzazione non funziona, gli stati grandi che
    funzionano è perchè sono federali (come gli USA che hanno uno dei
    federalismi più avanzati al mondo), Cina, India etc saranno anche grandi
    potenze economiche ma se andiamo a vedere in media la qualità della
    vita scoprirete che potenza economica vuol dire veramente poco.
    Qui in Veneto il modello da seguire è la Svizzera, l’Austria, il Lussemburgo etc etc. piccoli stati si, ma che funzionano