Veneto corrotto, Salvini non fare il ciula

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Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ieri sui social network: «Per qualche giornalista, il Veneto sarebbe una terra di malaffare. Prima di parlare dei Veneti, sciacquatevi la bocca!». L’altro Matteo, come viene chiamato per distinguerlo da Renzi, commette lo stesso identico errore dei politici siciliani d’antan che si adontavano per le descrizioni giornalistiche sulla Sicilia terra di mafia (qualcuno si lamentò persino della “Piovra”, la fiction anni ’80 che è stata uno dei pochi successi mondiali della televisione pubblica italiana). E’ il malinteso orgoglio che porta a negare l’innegabile, in una grottesca difesa che fa più male che bene alla parte sana da salvare. Ovvero il Veneto onesto, che se trova iniqua o paralizzante una legge, pensa sia giusto cercare di cambiarla, non di aggirarla come fanno i delinquenti.

Minimizzare o edulcorare la realtà significa farle torto, caro il mio leghista. Nell’ultimo anno il Veneto è stato protagonista di un gigantesco caso di corruzione che noi giornalisti dalla bocca sporca abbiamo chiamato per semplicità “caso Mose”, e che non pare proprio essere un’invenzione o un complotto della stampa: è stata un’indagine partita dalla magistratura veneziana (quindi veneta), tra l’altro capeggiata da un pm, Carlo Nordio, che non può essere accusato di portare una “toga rossa”, visti i suoi noti orientamenti politicamente moderati. Ché poi si sia risolto in una serqua di patteggiamenti, non esattamente quel che si dice giustizia severa, non inficia il fatto incontestabile che sia girato un vortice di mazzette che ha coinvolto in pieno un intero sistema di potere, quello di Galan & soci (ma non dimentichiamo che c’era dentro con tutte le scarpe, e le tasche, anche qualche esponente dell’altra parte, del Pd che fa tanto il verginello), in cui la Lega aveva il ruolo non secondario di alleato, e dunque con una responsabilità politica.

Salvini, piuttosto, dovrebbe spiegare come mai ha deciso che il suo partito non debba più chiedere i danni all’ex tesoriere Francesco Belsito e degli altri imputati nel processo sul riciclaggio di fondi del Carroccio. La discontinuità con la vecchia guardia dovrebbe essere misurata a cominciare dalla legalità, visto che è su questo terreno che il leghismo sembrava stesse sprofondando appena due anni fa. Per diventare credibili dopo aver retto il moccolo al Berlusca nell’arco di un ventennio in tre diconsi tre governi uno più inconcludente dell’altro, non basta la conversione a U sull’identità, non più nordica ma oggi italiana e nazionale, che sta rilanciando la Lega su temi molto concreti e autenticamente popolari come la sovranità finanziaria e l’immigrazione (con buona pace della retorica di professorini e maestrine della sinistra, la più conservatrice, ottusa e priva di argomenti che la storia italiana ricordi). Non è che sogniamo il ritorno del bossiano Luca Leoni Orsenigo che durante Tangentopoli agitava il cappio in parlamento, ma quanto meno non si venga a dire ai giornalisti di non dire la verità per come è.

E’ ovvio che il Veneto non è solo malversazione: è anche malversazione. Come la Lombardia, come il Lazio, come la Calabria. Come, purtroppo, la gran parte d’Italia. I veneti che amano il Veneto hanno non soltanto il diritto, ma anche il dovere di denunciare i fatti e i personaggi che ne infangano il nome grassando denaro pubblico, che son tasse dei cittadini veneti. Il problema non sono i giornalisti che scrivono: sono tutti coloro che vorrebbero non scrivessero. Ci sono ben altre accuse che si merita tutte la casta di cui spesso ci disonoriamo di far parte. Una è la faziosità che criminalizza a priori, per esempio. Ma a questa, Salvini dovrebbe essere grato: i Formigli, i Floris, gli Scanzi che lo demonizzano gridando ogni quarto d’ora al pericolo fascista, “oddio Casapound” ecc, senza fare lo sforzino di provare a capire perché certe idee attecchiscono e se per caso, hai visto mai, una qualche ragione non possa avercela anche un “lepenista” (come chiunque altro, a questo mondo), ci stanno rendendo il Matteo leghista, guardate un po’, un simpatico baloss, come dicono a Milano. Che è il contrario di un ciula.

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