Reggia di Venaria, miracolo bipartisan

Guardare oggi la Reggia di Venaria, alle porte di Torino, è come trovarsi di fronte ad un miracolo, perché miracoloso è stato il suo recupero in un Paese abituato a trascurare, se non a dimenticare, i suoi gioielli culturali. Stato e Regione Piemonte sono riusciti a trasformare in pochi anni un vecchio rudere nella prima destinazione turistica del Piemonte, quinta in Italia dopo Colosseo, Uffizi, Venezia e Pompei.

Durante la campagna elettorale per le Politiche del ’96, Walter Veltroni, lanciò l’idea del recupero della Reggia. Il giorno dopo il governatore Ghigo, appartenente dell’area politica opposta, contattò il futuro ministro dei Beni culturali e si impegnò a destinare al recupero della Reggia di caccia dei Savoia tutti i fondi europei destinati alla Regione. L’impegno bipartisan (una rarità) e la concentrazione di un ricco pacchetto di fondi Ue (che ne mobilitano altrettanti nazionali) ha coperto l’operazione. «Vantiamo un primato non scontato: in quindici anni di gare e bandi non abbiamo avuto neppure un ricorso al Tar» dichiara Alberto Vanelli, direttore del consorzio che gestisce la Reggia e a quei tempi direttore regionale dei beni culturali.

Le province piemontesi e i Comuni, di fronte alla prospettiva di vedere dirottati sulla Reggia tutti i finanziamenti europei dei setti anni successivi, non l’avevano presa affatto bene. Invece la cosa ha funzionato e funziona ancora oggi. Anche grazie alla continuità: Vanelli – fanno notare al dipartimento Coesione e sviluppo – da quindici anni ha fatto di Venaria la sua missione. La stessa continuità che servirebbe, per esempio, a Pompei. Individuare pochi interventi, basta finanziamenti a pioggia: questa sarebbe la prospettiva giusta. Volendo, si può.

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