Il Veneto secondo Maino: “consumare rende liberi”

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Questa è un’intervista che risponde a tre domande difficili in un colpo solo: 1) perché il Veneto è diventato una regione di retroguardia dopo aver tenuto testa alla California; 2) perché il mito della Lega salvifica è una vergognosa presa in giro; 3) perché e come si può diventare uno scrittore di successo senza nemmeno una conoscenza o raccomandazione.

Partiamo dall’ultima: Francesco Maino è nato nel 1972 a Motta di Livenza, vive nel Basso Piave e fa l’avvocato. Lo fa oscillando tra passioni e delusioni che racconta in un libro che ha riempito con la sua vita, la sua terra e le sue visioni. Un giorno decide di partecipare a un concorso, spedisce il plico alla giuria e vince. Diventa un autore di punta della Einaudi, che su di lui investe uomini e denari. Morale: oggi Francesco può dire “faccio lo scrittore” prima di “faccio l’avvocato”, e pazienza se dal punto di vista economico il cambio non vale la candela: uno scrittore italiano guadagna meno di un muratore specializzato nel tirare su muri in cartongesso. “Cartongesso” è il titolo del libro: una bella immagine di questo Veneto, tirato su in quattro e quattr’otto, di grande scena ma poca solidità e pochissimi contenuti.

Si presenti, avvocato scrittore. Anche perché ha già una fama da Savonarola: la raccontano come una voce che urla, anzi vomita, con la scrittura, l’orrore del Veneto e delle sue genti.
Non solo vincere è stato una sorpresa: anche farmi pubblicare. Mi sento un ragazzo fortunato, molto fortunato. Per il resto faccio l’avvocato, mestiere assurdo che ti obbliga a litigare: con i clienti, con i giudici, con sé stessi, con gli altri avvocati… Un mestiere perfettamente in linea con questo Veneto impazzito, pieno di suv e spritz ma senza sostanza.

Raccontiamo il suo Cartongesso: com’è nato, com’è stato pubblicato e come ha conquistato il pubblico.
Ho scritto il libro e poi, siccome ci credevo, l’ho inviato al Premio Italo Calvino di Torino. Ho scelto quel premio perché ha trent’anni di storia ed è molto serio. La prima giuria la fanno i lettori: c’è lo studente, il commerciante, la casalinga, il professionista… Leggono i libri per bene, li recensiscono e si relazionano di continuo tra di loro. Insomma, alla fine il tuo libro viene giudicato da sette, otto persone diverse: difficile che si sbaglino tutti, nel bene o nel male. Dai 570 libri che partecipano ne selezionano otto. Qui entra in scena la giuria tecnica, formata da scrittori, docenti, giornalisti, critici.

Oggi sei alla sesta ristampa.
Sono stato fortunato, lo dico a cuore aperto. Sono un ragazzo che ha scritto un libro ed è nelle librerie di tutt’Italia. Eppure ho semplicemente raccontato, a cuore aperto, quel che vivo e sento da quando sono nato. Il libro in pratica è il monologo di un avvocato che per molti versi mi somiglia: racconta quel che vive con gli occhi di chi è profondamente radicato in questa terra. Infatti è figlio di questo Veneto e ne parla la lingua. Ma frequentando i tribunali ha imparato anche il linguaggio del potere e l’agghiacciante lingua, tecnica e borbonica, della nostra burocrazia.

Cos’ha il tuo libro per aver conquistato critici e lettori di tutt’Italia?
Credo che il merito vada alla lingua con cui racconta il quotidiano. È un mix tra l’italiano classico che parla mio padre, i dialetti della nostra terra e la lingua artificiosa figlia del mio mestiere, della televisione, delle contaminazioni. Ne esce una bella polaroid del nostro Veneto. Ma questa lingua racconta anche uno stile di vita, il nostro, che somiglia a quello che succede nei tribunali: vorremmo un mondo in cui dominano l’equità, il senso della misura e della logica. Che invece vengono macroscopicamente calpestate: dalla nostra politica ai nostri tribunali, dalle nostre aziende alle nostre teste, siamo passati senza rendercene conto dall’idea del profitto all’idea della speculazione.

Dal profitto alla speculazione. È questo l’orrore primario del Veneto che racconti?
Credo di sì. L’orrore del Veneto è la perdita del senso della misura. L’idea che bisogna guadagnare, ottenere sempre di più, senza la capacità non dico di godere, ma nemmeno di capire quel che si ha. Tutto per avere di più, per speculare: a partire dalla mano d’intonaco quando ne servono due. Il mio libro ha fotografato questa bancarotta morale che riguarda tutti: politica, economia, quotidianità, mondo accademico, giustizia.

Non si salva nessuno. Né ci possono essere salvatori.
Si salva almeno chi ragiona. Chi prova a trovare alternative. Altrimenti siamo tutti colpevoli. Ma è assurdo pensare che ci possa salvare la buona politica, finché la intendiamo qualcosa di diverso da noi. La mentalità assurda del veneto è anche questa: il mito di “noi ce la caviamo da soli” che fa il paio con il mito del partito o dell’uomo politico a cui affidare tutte le speranze. Non sta in piedi. Puntavano tutto sulla Lega qui, e in fondo ci puntano ancora. Gente che ha cavalcato tutto il cavalcabile, dal cartongesso ai suv, senza mai dire una sola verità a questa gente e nemmeno a se stessa.

Ma a un libro chiediamo sempre qualcosa di più, come a tutte le storie: una via possibile di salvezza. Quale ci offri?
Il protagonista è un avvocato che accetta passivamente questo mondo. Solo in ultima battuta, quasi per salvarsi, decide di fotografarlo nella sua tragica evidenza. Almeno per lasciare ai posteri le prove di quel che sta succedendo a una terra trasformata ormai in semplice territorio. La sua è una lunga preghiera che diventa atto di amore. È il bisogno di chiamare le cose col proprio nome.

Perché il tuo libro ha superato i confini veneti?
Perché il Veneto è particolare: quello che succede qua arriva amplificato al resto del Paese. Il mio protagonista vive nel Basso Piave, eppure mi chiamano lettori fin da Lecce e Siracusa per raccontarmi che vivono le stesse identiche cose, quasi lo stesso spaesamento dei luoghi. Forse perché il libro è soprattutto la storia di noi persone: siamo spesso soli, vittime e carnefici contemporaneamente. E non possiamo evitare di fare in conti con questa vita, chiederci cosa sono l’amore, la giustizia, chi siamo, che cosa vogliamo davvero… Il Veneto ha lottato tanto per affrancarsi dalla povertà, ma più di altre regioni ha perso di vista tutto il resto: dalla nostra storia alla nostra essenza: da quel che vogliamo a quel che ci serve davvero.

Chi ha letto il libro dice che è un po’ una storia, un po’ invettiva, un po’ saggio. Insomma, non è ben chiaro cosa sia. Un po’ come il Veneto: una regione in tumulto, senza più passato e con una vaghissima idea del futuro.
L’idea è che il libro possa servire alle generazioni che verranno. Parla una lingua ibrida, la stessa che parliamo un po’ tutti. Ha personaggi tra il mito e la farsa, come i capannoidi, che mi sono inventato per raccontare le migliaia di veneti che viaggiano con i suv pignorati, producendo cose che non servono a nessuno e inseguendo, grazie al capannone produttivo, i sogni di villette coi muri in cartongesso. Ma a tutti mancano valori, lingua e fede.

I tuoi capannoidi sono amici dei tavernicoli, inventati da Marco Paolini?
Sono sicuramente figli di uno stesso padre. Avete mai pensato che questa è l’unica regione a urlare slogan come “Paroni a casa nostra”? E perché? Perché viviamo nell’insicurezza e soprattutto spaesati. Non sappiamo chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo. Ci circondiamo di simboli fittizi per convincerci di una realtà che non esiste. Siamo la terra dove in migliaia costruiscono orrende villette in stile palladiano, convinti che quelle cose siano ville prestigiose mentre sono catapecchie con le infiltrazioni, il parquet che si alza, il suv pignorato in garage e la moglie da dieci anni separata in casa.

Comunque ti sento fiducioso, positivo, grintoso. Roba da farti diventare testimonial del Veneto che rinasce.
Per carità. E poi lo scrittore qua è guardato come una bestia strana, altro che testimonia. Non è mica come all’estero: qui se vendi 10 mila copie sei già considerato un miracolo. Quando presento il libro nelle serate tra circoli, club e associazioni devo essere felice se torno a casa con dieci copie vendute… Parto con cento copie e ne vendo dieci!

È un po’ come far rinascere il Veneto: pazienza, passione e tempi lunghissimi.
Infatti per scrivere questo libro ci sono voluti SEI anni. Proprio il contrario di una creazione lampo come il muro in cartongesso. Un nome che ho scelto perché mi ricorda le baracche, i rifugiati, il dopoguerra, ovvero il Veneto di ieri. Ma anche la cocaina, il veneto di oggi.

Scegliamo un luogo simbolo del Veneto di Cartongesso. Laddove manderesti un veneto che vuol sentire l’odore della realtà in cui vive.
L’outlet di Noventa di Piave, quello che vedi dall’autostrada A4. Basta uscire dal casello e l’orrore ti si manifesta davanti: è un campo di concentramento, manca solo la scritta “l’acquisto rende liberi”. Una moltitudine di persone stipata nello spazio di un antico villaggio, dove è tutto cartongesso. Mi raccomando, da visitare nei giorni di punta, meglio ancora d’estate, quando arrivano migliaia di persone di ritorno dalle spiagge: sudate, abbronzate e imbottigliate, con la protezione civile che distribuisce l’acqua a questo esercito di imbottigliati, novemila macchine, soprattutto suv, il cui obiettivo principale è farsi uno spritz.

Persone e luoghi che racconti scrivendo con pochissimi punti, una dialogo imbottigliato e senza neanche il conforto di acqua e protezione civile.
Proprio così. Il mio conforto sono gli angoli di Veneto dove torno in pace con me stesso. Due su tutti: valle Drago, a Jesolo, dove vivi dei magnifici tramonti solitari in laguna. Oppure una bella corsa lungo il Piave: tradito e sfruttato come tutto il territorio, ma almeno è lo stesso magnifico fiume che scandiva la vita dei miei avi.

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