Amianto killer, battaglia a Vicenza

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Giuseppe Licata è spirato nel 2006 alla soglia dei 73 anni. Nonostante l’impegno titanico della moglie Antonia Prestigiacomo, medico come lui (più nel dettaglio farmacista), nell’alleviare le sue sofferenze, alla fine il tumore che lo aveva colpito ai polmoni se l’è portato via. È stata la stessa fine di un’altra dozzina di addetti all’arsenale ferroviario di Vicenza, oggi dismesso, uomini che hanno dovuto affrontare un nemico tanto microscopico quanto micidiale: l’amianto.

Per anni i familiari di Giuseppe, trasferitisi assieme a quest’ultimo in terra berica dalla Sicilia sul principio degli anni ’70, hanno affrontato una corsa ad ostacoli inseguendo «carte, documenti, memorie scritte» e perseguendo soprattutto «un ideale di impegno – spiega Antonia – che ha caratterizzato tutta la vita di mio marito». La signora Licata parla senza giri di parole. Argomenta e ragiona della vicenda che ha colpito la sua famiglia davanti al figlio Antonio, che come il padre ha scelto la strada della professione medica. Eppure nonostante il distacco cercato un po’ a fatica e nonostante l’eleganza quasi algebrica della sua esposizione, la dottoressa non riesce a darsi pace: «Mio marito a metà degli anni Settanta lavorò per un paio d’anni come medico per le allora Ferrovie dello Stato. Doveva visitare gli operai della Officina Grandi Riparazioni del quartiere Sant’Agostino per poi riferire alla direzione compartimentale di Verona. Con la quale ingaggiò un vero e proprio duello affinché fosse migliorata la situazione dell’ambulatorio aziendale che non soddisfaceva i requisiti minimi».

Più nel dettaglio i familiari ritengono che l’andirivieni degli operai, spesso in tuta da lavoro, dentro e fuori lo studio del padre sia fra le concause alla base della esposizione alle fibre di amianto che avrebbero in seguito scatenato una insorgenza tumorale covata per tre decadi e poi esplosa in modo devastante, racconta il figlio Antonio «proprio alla metà degli anni Duemila». E adesso tocca al processo. Il 27 novembre al tribunale civile di Vicenza, sezione lavoro, si celebra una prima udienza. «A noi interessa che parlino i documenti, le carte processuali e le argomentazioni scientifiche. A noi interessa la verità» aggiunge ancora Antonio (in foto), un uomo sui quarantacinque, aria sportiva, giovanile, dai modi diretti e garbati al contempo. Lo sguardo e l’aspetto sono quelli tipici di una certa borghesia siciliana d’antan: un mix di fierezza araba e austerità normanna che si ritrova pari pari nella madre.

Ed è quest’ultima ad aggiungere un ulteriore tassello alla vicenda: «Alla fine degli anni ’90 mio marito era pure finito sotto processo assieme ad altri dirigenti del gruppo Fs, accusato di non avere sufficientemente informato i dipendenti dell’arsenale circa i rischi cui andavano incontro lavorando in un ambiente saturo di fibre d’amianto». Per Giuseppe Licata la vicenda si concluse con una assoluzione piena e definitiva. «Però all’epoca fummo costretti a sostenere tutte le spese legali, una ventina di milioni, che le ferrovie non ci riconobbero adducendo la motivazione che mio marito non era uno strutturato. Tale separazione però non fu di grande aiuto però giacché la malattia che uccise gli altri dipendenti, per i quali nutro ancora profondo dolore, non si curò di questi aspetti formali, tanto che si portò via anche mio marito il quale soffrì solo il cielo sa quanto. Morì che pesava trentacinque chili, era ridotto pelle e ossa, senza più un muscolo».

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