Antagonisti veneti: “fun centre” e collateralismo

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Le immagini degli scontri di Padova tra i dimostranti e le forze dell’ordine di venerdì 14 novembre scorso stanno ancora facendo il giro dei social network. E mentre nella città del Santo le polemiche triangolano tra la giunta di centrodestra, l’opposizione di centrosinistra e la piazza, c’è un quesito di fondo che rimane aperto.

Negli anni Duemila la galassia antagonista, che è sempre stata legata da un rapporto di amore-odio con la sinistra partitica, ha avuto comunque alcuni punti di riferimento: ovvero la sinistra del Pds e della sua evoluzione fino al Pd, un pezzo di Rifondazione e un pezzo dei Verdi, che fanno riferimento all’ex consigliere regionale Gianfranco Bettin (quello che auspicava l’uscita dal carcere di Renato Chisso) e settori della Cgil. A garanzia di questa architettura variabile, taciuta, ma benedetta in qualche modo, e da anni, dal ministero dell’interno dopo la chiusura della stagione terroristica della fine degli anni ’70, c’era e c’è un assioma che più o meno regge ancora. Meglio incanalare il dissenso entro un alveo in qualche modo identificabile e in qualche modo sovvenzionato dagli enti pubblici, piuttosto che farlo esplodere senza barriere di contenimento. O comunque ponendolo al riparo da contaminazioni politiche oltre gli schemi difficilmente digeribili dall’establishment. Un esempio di questa tendenza si è registrato a Vicenza a metà dei Duemila quando dalla galassia dei No Dal Molin furono rimosse tutte le componenti che in qualche maniera si rifacevano al centrodestra, alla destra o alla matrice più o meno leghista.

In un contesto del genere piano piano è andata scemando la catena di comando, se così si vuole chiamarla, che legava i centri sociali del Veneto, i quali pur da diverse angolazioni, hanno scelto la strada del radicamento nel territorio abbandonando l’orizzonte del proselitismo politico: i centri sociali o comunque le esperienze collettive hanno sposato quindi una logica per così dire più aziendalista, o meglio a metà strada tra il think tank di ultra-nicchia e il fun centre.

I più bravi in tal senso sono probabilmente i veneziani che con Forte Marghera e Rivolta hanno messo insieme due realtà che ormai sono una presenza integrata nel tessuto sociale locale, quasi istituzionalizzata, avendo conquistato quegli “spazi” che sono la parola-chiave e lo scopo in cui in sostanza si esaurisce la visione politica dei centri sociali. Lo stesso accade a Vicenza con il Bocciodromo, il quale, a parte le periodiche iniziative dimostrative in ricordo della lotta No Dal Molin o le rituali manifestazioni di antifascismo in assetto anti-manganello, ha spinto ancora di più sul versante festaiolo, sportivo e gastronomico. Più articolata invece è la situazione di Padova, considerata l’epicentro del pianeta antagonista, in cui i centri Pedro e Gramigna, pur seguendo la scia della metamorfosi verso il club alternativo (i cartelloni degli eventi a Venezia come a Vicenza assomigliano, almeno nel linguaggio, a quelli dei concerti e dei rave) e subendo un ricambio generazionale (al Pedro da un “vecchio” Max Gallob ad un giovane Zeno Rocca), hanno mantenuto una vena contestataria di maggiore spessore. Ad ogni modo tutti seguono una regola di base, disattesa solo di rado: mai creare troppi problemi all’amministrazione comunale se questa è di centrosinistra. La storia del mondo antagonista a Vicenza e Schio (centro Arcadia) è eloquente in questo senso, e mostra un chiaro collateralismo. Confermato, e non negato, da fatti come quelli di Padova: lì si voleva cambiare percorso del corteo per protestare sotto la sede del Pd “amico dei padroni”, ma questi sono appunto i classici atti dimostrativi che nulla hanno a che vedere con il sostanziale quieto vivere con le amministrazioni a guida Pd.

Ovviamente il ripiegamento autoreferenziale verso «il particulare», come direbbe Guicciardini, non è un dato univoco. Soprattutto sul versante ambientalista le esperienze dei collettivi si mescolano spesso con quelle dei comitati e con le associazioni a matrice cattolica come i Beati costruttori di pace, in un gioco di insiemi intersezione che rendono pressoché impossibile scattare una istantanea: gli esempi dei coordinamenti contro le grandi navi in laguna, contro la Pedemontana, la Orte Mestre o la Valdastico Nord, tanto per fare un esempio, testimoniano una presenza sul campo fatta di sacrifici, di studio e di presidio rispetto alle quali un peso massimo del giornalismo come Marco Travaglio, che viene da una cultura completamente diversa, di destra liberale, ha reso omaggio sia sulle colonne de Il Fatto sia dai microfoni di Annozero proprio allo scoppio del caso Mose.

Sullo sfondo però rimane una tendenza che si perpetua dai tempi di Lotta continua. Tendenza per cui per una parte dei personaggi più in vista l’antagonismo alla fine si trasforma in una sorta di agenzia di collocamento in cui trovare approdo e stipendi sicuri. Il tutto al netto delle infiltrazioni e delle manovre di «eterodirezione» che di tanto in tanto  giungono da Roma, magari da ambienti vicini ai servizi e delle quali manovre in molti tra alti funzionari di polizia e ufficiali dei Carabinieri sono a conoscenza. È il solito gioco degli specchi che in grande, molto più in grande, l’ha fatta da padrone, tanto per dirne una, con le Br? O meglio con quel pezzo delle brigate che si spinse sino all’omicidio di Aldo Moro, con la vicinanza, più volte narrata, di pezzi dell’intelligence e della malavita?

Sarà una coincidenza per carità, ma in questi giorni in cui quel settore del sindacato, la Fiom, che più di ogni altro si oppone alla riforma del mondo del lavoro, cerca sponda in altri ambienti sociali, arrivano le botte ad un poliziotto come Marco Calì. Stimato capo della mobile patavina, da destra a sinistra il funzionario è stimato anche in molti ambienti dello stesso mondo antagonista. In questa cornice Il Mattino di Padova del 16 novembre, pagine 20 e 21, riprende un allarme del quale alcuni ex terroristi che collaborerebbero con le forze dell’ordine avrebbero messo a parte proprio queste ultime di una possibile regia occulta dei disordini che nel week-end hanno agitato il Paese. Il Viminale da anni dispone di uffici analisi qualificati; e allora perché si dovrebbe affidare ad ex terroristi? E la dizione «occulta» usata da Enrico Ferro sul Mattino fa riferimento ad una regia tutta interna agli antagonisti, magari di matrice neobrigatista o ad un qualcosa che lambisce gli apparati dello Stato?

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