BpVi, l’ora delle scelte decisive

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Popolari nel mirino. Soprattutto le meno grandi. Se Ubi e Banco hanno una strategia chiara e una patrimonializzazione adeguata – al punto che non sembrano interessate a trasformarsi in poli aggreganti – restano perplessità sia sul fronte di nord-ovest, dove ci sono due distinte banche che insistono sul medesimo circoscritto territorio, la Valtellina, sia a nord-est. In quest’area, alle problematiche congiunturali di un tessuto industriale provato dalla crisi, si aggiungono le difficoltà di tenuta dimostrate nell’ultimo anno dai due principali istituti del territorio, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Il concetto di mutua banca cooperativa è stato portato all’eccesso, rovesciato: in entrambi i casi sono stati i soci a dare ossigeno alle banche, mettendo mano a più riprese al portafoglio. È vero che entrambe hanno considerato prioritario nel loro operare il livello degli impieghi, quindi dei denari prestati alle aziende e alle famiglie, ma se questi incrementano le sofferenze, c’è qualcosa che non va. Infatti, una cosa è il credito, una cosa è il buon credito. Di sicuro, rispetto all’inizio dell’anno, Vicenza e Montebelluna sembrano avere invertito le parti. Ma ora appaiono come due facce della medesima medaglia, con molti punti in comune: basso livello di patrimonializzazione, azioni non liquide e sopravvalutate, soci che masticano amaro, modeste prospettive di cambiamento.

A inizio anno fu Montebelluna a finire assediata. Oggi è Vicenza a faticare, non senza motivo. La popolare berica iniziò l’anno proclamandosi polo aggregante dello zoppicante universo delle popolari. Dalla stessa Veneto Banca alla Marostica, dalla Popolare dell’Etruria e del Lazio fino alla Carife e alla Banca delle Marche, non c’era istituto in difficoltà che non pareva potesse essere bonificato dall’intervento della Vicenza. La popolare berica aveva chiuso al 31 dicembre 2013 aumenti di capitale nell’anno per 606 milioni, in parte anche finanziandoli e 49 giorni dopo aprì un’alun appatra ricapitalizzazione da un miliardo di euro, a cui a fine ottobre si è aggiunto la conversione in azioni di un prestito obbligazionario da 253 milioni. Il tutto avvicina la cifra dei due miliardi raccolti tra i soci in pochi mesi, che hanno permesso alla Popolare di Vicenza di superare gli esami della Bce a 24 ore dai risultati, praticamente per il rotto della cuffia. Tutto ciò, rapportato con i proclami di inizio anno, evidenzia perlomeno un singolare caso di presbiopia. La Popolare di Vicenza non aveva infatti i mezzi per farsi polo aggregante.

Ora, superati in qualche modo gli esami della Bce, la banca vicentina deve guardare alle prossime scadenze: la chiusura dell’anno e di un bilancio che al 30 giugno scorso era tornato in utile per 22 milioni, dopo le difficoltà del 2013, chiuso in perdita per 26 milioni. Ma prima ancora dovrà fare i conti con se stessa. Alcuni cambiamenti ci sono già stati, altri sembrano prospettarsi. Soprattutto andrà presa una decisione, entro la fine del mese, sull’aumento di capitale della Cattolica di Assicurazioni. La società veronese, di cui la Popolare di Vicenza è primo socio – ma attenzione, anche la compagnia scaligera è una mutua popolare in cui vige il principio di una testa, un voto, indipendentemente dal numero delle azioni possedute – ha in corso un aumento di capitale da 500 milioni di euro. La Popolare controlla il 14,92 per cento della compagnia veronese. Se dovesse aderire per intero alla patrimonializzazione in atto, la Vicenza dovrebbe mettere mano a 74,6 milioni di euro da versare nelle casse della Cattolica. Non il momento migliore per farlo. Certo, l’operazione non è obbligata, tanto più che Cattolica si è garantita l’aumento con un’alun consorzio, ma si pongono anche giudizi di opportunità. Solo nel 2013 Vicenza ha incrementato la propria partecipazione in Cattolica (era di poco superiore al 12 per cento) e fare marcia indietro, ora, lascia perplessi. Peraltro, c’è chi ricorda la genesi di questa collaborazione che, oltre a un profilo finanziario ne evidenza uno industriale: i prodotti degli uni venduti attraverso i canali degli altri. Vicenza entrò in Cattolica nel gennaio del 2007 acquisendo inizialmente l’8 per cento del capitale e pagando le azioni 44,87 euro l’una. Oggi valgono poco più di 5 euro. Successivamente al luglio 2010 la seconda tranche, ritoccata nel 2013. Complessivamente Vicenza ha iscritto a bilancio la partecipazione in Cattolica per un valore di 308,239 milioni di euro, un valore che è superiore ai tre quarti del totale delle partecipazioni della banca. Un valore lontanissimo dalla realtà odierna, visto che l’intera Cattolica di assicurazioni capitalizza in Borsa circa 280 milioni di euro, una cifra ben inferiore a quanto pagato dalla Vicenza, negli ultimi otto anni, per meno del 15 per cento. Oggi, per comperare la medesima quota basterebbero 41,3 milioni, il 13 per cento di quanto speso finora.

Stefano Righi
CorrierEconomia
17 novembre 2014

 

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