Immigrati ci affamano? Falso. Ma anche vero

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Questa volta il vecchio Roberto Calderoli, che si butta a pesce su ogni possibile polemica ogni qual volta può, dev’essere rimasto deluso. Si è fiondato a commentare da par suo l’episodio della studentessa di Adria sospesa per aver scritto che gli immigrati «fanno morire di fame chi è nato in Italia: lavorando per un tozzo di pane riducono sul lastrico i lavoratori italiani», ma non l’ha seguito nessuno. Neppure fra i Calderoli a rovescio, ossia i paladini dell’immigrazionismo per partito preso. Invece quella frasetta, che è costata una punizione alla ragazza (non per le parole, ha specificato il preside, ma per i “toni”), se depurata da intenti strumentali è molto interessante. Perchè è falsa e vera insieme.

Rubano il lavoro agli italiani, gli stranieri? No, perché i secondi vanno a riempire alcuni vuoti professionali dei primi. Esiste un’effettiva domanda in nicchie che se non fossero occupate dagli stranieri, resterebbero sguarnite. Prendiamo le badanti rumene, moldave o ucraine: è più accettato e accettabile per il figlio italiano far pulire il deretano del proprio vecchio all’immigrata, che magari all’inizio sa smozzicare appena qualche parola d’italiano ma è volonterosa e disponibile a soddisfare qualsiasi richiesta, anziché pensarci in proprio o rivolgersi ad una connazionale. Anche perché quest’ultima, com’è di tutta evidenza, non c’è, non si trova. E in questo caso non tanto per la paga, ma per il pesante impegno e l’aura “servile” che badare ad un vecchietto si porta come stigma.

Anche altri settori soffrirebbero parecchio se gli immigrati sparissero di colpo: gli operai conciari, i raccoglitori stagionali di verdure, gli allevatori di alcune specie animali. Gli italiani non sono completamente scomparsi, ma si sono diradati di molto. Son lavori pagati troppo poco per la fatica che comportano. Un ragazzo italiano che dovesse piegarsi in due a raccogliere pomodori in Puglia per 15-25 euro l’ora, continuerà a girarci al largo o tenerli come extrema ratio. E beninteso a ragione, se si punta ad un reddito di vita decente. Se per un pugno di miseri euri in nero bisogna rassegnarsi a vivere in venti persone in una cantina senza servizi igienici, mangiare quel che si trova e avere come unico mezzo di trasporto il furgone del caporale, allora gli italiani che se ne stanno alla larga non sono “bamboccioni” choosy, schizzinosi e rammolliti. Il destino che li aspetta è espatriare, come già fanno sempre di più (40 mila nel 2010, 50 mila nel 2011, 68 mila nel 2012), o seguire le orme degli immigrati, lavorando per una ciotola di riso (rapido confronto: quasi 5 milioni di stranieri in Italia, quasi 3 milioni e mezzo di giovani disoccupati nel 2014).

Quel che dovrebbero capire gli immigrazionisti, però, è che gli immigrati vengono qui a fare i nostri schiavi. Non acquistano dignità: la perdono. Se n’è accorta anche la rivista New African, il più venduto giornale pan-africano, che nell’ultimo numero scrive come l’Europa «non offra la proverbiale manna dal cielo», ma lavori umili, spesso non all’altezza della preparazione degli immigrati, con stipendi molto bassi, esponendosi, per coloro che riescono a mettere su un’attività propria, alla crisi economica che non distingue bianchi e neri. In questo senso, la ragazza ha ragione: gli immigrati fungono da “esercito industriale di riserva”, da manodopera a basso costo che deprezza il lavoro di tutti, anche degli italiani (per non parlare dell’omologazione delle culture alla nostra, consumistica e nullificante, che è palese nelle seconde generazioni). Una fregatura generale, senza colore. La cui ragione di fondo sta nell’insostenibilità di questo modello di sviluppo, di cui l’immigrazione di massa è un effetto malsano.

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