Mose e Pd, quelle «novità» di Orsoni

Dal diluvio di patteggiamenti che ha annegato l’inchiesta Mose in una mezza delusione, soltanto due sono i politici che dovranno affrontare i marosi del processo: l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, e Lia Sartori, ex europarlamentare vicentina di Forza Italia e già braccio destro di Giancarlo Galan. Entrambi accusati di finanziamento illecito ai partiti e messi agli arresti domiciliari sulla base degli interrogatori dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, si dichiarano innocenti. Ma con alcune vistose differenze.

Quella principale sta nell’approccio completamente diverso di fronte al pool dei pm: mentre la Sartori ha tenuto duro (niente «facili vie di patteggiamento, né altre scorciatoie giudiziarie, ma si difenderà con ogni mezzo», si leggeva in una nota dei difensori Franco Coppi e Alessandro Moscatelli), Orsoni (legali: Daniele Grasso, presidente dell’Ordine forense veneziano, e Mariagrazia Romeo) il tentativo di patteggiare lo ha fatto. La Sartori è sicura di dimostrare davanti ai giudici che i 100 mila euro di mazzette che avrebbe preso da Mazzacurati che restano da mettere al giudizio del tribunale, semplicemente non esistono, e tramite i suoi avvocati aveva chiesto l’incidente probatorio per poter interrogare Mazzacurati, richiesta caduta nel vuoto perchè quest’ultimo soffre di gravi condizioni di salute e vive negli Stati Uniti.

Per l’ex sindaco Orsoni la storia è molto più complicata. Dall’accusa di aver incassato illegalmente 260 mila euro per finanziare la campagna elettorale vinta nel 2010, l’avvocato amministrativista ed ex vicepresidente dell’istituto Marcianum (creatura dell’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, quand’era l’onnipotente patriarca in laguna) avrebbe preferito uscire con un patteggiamento. Che ha avuto il seguente iter, un po’ strano. Il 20 giugno, dopo neppure un mese dall’arresto e a pochi giorni dalle dimissioni da sindaco, il gup Massimo Vicinanza risponde picche alla richiesta di chiuderla lì con quattro mesi di reclusione e 15 mila euro di multa. Una pena miserrima, assolutamente insufficiente, secondo il giudice dell’udienza preliminare. Il principe del foto Grasso, legale di Orsoni, dichiarava sconsolato: «Non so ora da dove si parte. Prenderemo le decisioni assieme al mio assistito, non è questo il momento per parlare del futuro. Ci sono comunque le condizioni per affrontare un processo; il patteggiamento ormai non esiste più».

Ora, la stampa scriveva che la domanda di patteggiamento veniva da Orsoni, e il commento di Grasso pareva confermarlo. Ma sentiamo invece cosa diceva a caldo lo stesso Orsoni, che sembrava contento del gran rifiuto: «Ora posso finalmente difendermi», sottolineando che «l’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare. La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura  era stata dettata dalla necessità di tutelare l´Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato». Quindi, secondo Orsoni, era stata la Procura a chiedergli di patteggiare. Ed è stato lui, invece, a chiedere che non si andasse a patteggiamento. Infatti scriveva nero su bianco: «ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi».

Chiaro che agli inquirenti queste dichiarazioni non potevano risultare gradite. Il pubblico ministero Carlo Nordio si trincerò dietro un no comment, ma commentò eccome la decisione del giudice di udienza preliminare: «La difforme decisione del gup sulla congruità della sanzione ubbidisce a criteri differenti di valutazione della stessa. Come enunciato in aula dal suo rappresentante, questa Procura ritiene che una sentenza certa e immediata con l’applicazione di una pena comunque significativa, sia preferibile ai costi e alle lungaggini di un processo con una tardiva pronuncia di condanna comunque sospesa, e a forte rischio di prescrizione. In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli. Essa inoltre manifesta la fondamentale circostanza che né per questo né per altri indagati esistono intenti persecutori o atteggiamenti di ingiustificata severità». Nordio dice: è stato Orsoni a chiederci il patteggiamento, avendo “sostanzialmente” ammesso di essere colpevole, e noi eravamo d’accordo perchè meglio una condanna subito che rischiare un processo lungo con la prescrizione dietro l’angolo.

Già all’indomani dell’arresto del 4 giugno, il Partito Democratico aveva scaricato Orsoni in malo modo, con una perfida nota in cui ricorda che non risultava iscritto. Un po’ come dire: non lo conosciamo nemmeno. Inde ira di un furibondo Orsoni, che sentitosi tradito fa nomi e cognomi degli esponenti Pd che lo avrebbero spinto ad accettare i soldi “maledetti”. Ammettendo che la sua campagna elettorale «è stata finanziata in modi non corretti», Orsoni ricordava che a metà campagna elettorale si erano presentati da lui tre «maggiorenti» del Pd, Michele Mognato, Davide Zoggia e Giampietro Marchese, per dirgli che c’erano bisogno di altri finanziamenti. «Mi sono adattato e ho insistito con Mazzacurati». Arrivati, Orsoni giura di non averli nè visti nè toccati, di non averne saputo più nulla. Dal canto loro, Zoggia e Mognato hanno replicato duramente negando di aver ricoperto nessun ruolo nel fundraising e nello staff di Orsoni, il quale tuttavia, nell’interrogatorio, evidenziava di non avere avuto mai, prima della candidatura a sindaco, alcuna esperienza politica ed elettorale.

Il 28 agosto, intervistato dalla Nuova Venezia, Orsoni tornava alla carica: «posso dire che adesso voglio andare fino in fondo per dimostrare la mia estraneità alle accuse che mi vengono mosse. Non ho avuto alcun ruolo nell’approvazione del Mose e non ho preso denaro». La sua tesi è che hanno voluto «farlo fuori» per la sua opposizione al «Contorta, l’Alta Velocità, le mani sulla città. In assenza del sindaco si sta procedendo con un vero assalto alla città». Ma allora perchè si era dimesso? Perchè si era fidato dell’ingrato Pd: «Dopo le note vicende io mi ero detto disponibile a restare per fare il bilancio. Non certo per rimanere attaccato alla poltrona, ma per mettere al sicuro la città e i servizi ai cittadini. [Ma] alcune forze politiche, il Pd in testa, hanno detto di no. Che non si faceva nulla e si andava a casa. Forse per paura, o comunque per scelta. A quel punto ho ritirato le deleghe e mi sono dimesso io… Sono stato costretto a farlo, quando mi hanno detto che non avrebbero mai fatto il bilancio». Orsoni ha promesso «grandi novità» nel dibattimento processuale. Se avvenisse durante la campagna elettorale delle regionali, si può presumere che questa volta saranno guai per il Pd.

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